Un Paese che non pensa

In Liguria crolla un altro viadotto autostradale a poche decine di chilometri dal Ponte Morandi; in Campania straripa, per l’ennesima volta, il fiume Sarno. L’elenco potrebbe continuare all’infinito nel...

In Liguria crolla un altro viadotto autostradale a poche decine di chilometri dal Ponte Morandi; in Campania straripa, per l’ennesima volta, il fiume Sarno.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito nel bilancio dello scorso tragico fine settimana di maltempo.

Non si tratta, però soltanto dei danni del maltempo: questo deve essere chiaro.

E’ dai fatti che accadono attorno a noi, non certo dall’esplodere del movimento delle sardine, che si evince il distacco della politica o ancor meglio la separatezza delle cose reali della capacità di governo.

Un problema che riguarda tutta la classe dirigente non solo quella istituzionale ma anche la burocrazia, le rappresentanze imprenditoriali, le amministrazioni locali.

Lo si può affermare senza timore di essere tacciati di populismo o peggio di qualunquismo: questo è un Paese che non pensa, non progetta, non è capace di guardare alle vere priorità del suo territorio, della sua economia, della sua struttura sociale, un paese che non ricorda il passato e non guarda al futuro perché vive in eterno sterile presente.

Il mondo politico – istituzionale appare del tutto autoreferenziale e non svolge più alcuna funzione propositiva e/o pedagogica.

D’altro canto se è stato possibile raccogliere (in una dimensione del tutto effimera) milioni di voti soltanto all’insegna dell’invidia e della bramosia di potere tutto il resto è ampiamente giustificato.

All’interno della struttura politica si muovono essenzialmente fattori di tipo propagandistico; per il resto ci si occupa di marginalità che permettono soltanto l’apparire.

Un Paese da “fiera delle vanità” con l’industria in grande disagio, il territorio al limite del collasso, una struttura sociale sfrangiata, corporativa, in cerca di assistenzialismo.

Inutile fare paragoni con il passato, con la ricostruzione del Paese dopo la guerra, con il periodo del “miracolo economico” o con l’idea della struttura politica fondata sui grandi partiti a integrazione di massa: non vale la pena pensarci perché adesso questa è imparagonabile difficoltà nei riferimenti culturali e nelle possibilità di espressione dell’intelligenza produttiva.

Ci troviamo in una fase storica di vero e proprio declino dove appare smarrita in gran parte anche la stessa coscienza di classe che come fattore di coscienza civica e di moralità collettiva contribuì a superare in passato anni molto difficili.

Non basta l’essere “contro” i pericoli per la democrazia, che pure ci sono: occorrerebbe uscire dalla logica del particolare portata avanti dai diversi gruppi di pressione e di potere.

Una logica del “particolare” che, senza scomodare Guicciardini, appare la cifra dominante della nostra vita pubblica.

Per ora però proprio la politica non sembra fornire segnali in questa direzione e il tessuto politico – sociale si sta disgregando come accade per i viadotti autostradali in Liguria.

Abbiamo davanti ad un orizzonte di pessimismo purtroppo ben giustificato dai fatti.

FRANCO ASTENGO

27 novembre 2019

foto: screenshot

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