Un nuovo illuminismo per un nuovo socialismo

Le arti e le scienze formano da lungo tempo,in Europa, una Repubblica i cui membri, legati tra loro dalla ricerca del bello e del vero, che costituiscono il loro...

Le arti e le scienze formano da lungo tempo,in Europa, una Repubblica i cui membri, legati tra loro dalla ricerca del bello e del vero, che costituiscono il loro patto sociale, tendono assai meno ad isolarsi nelle rispettive patrie, che a ravvicinare gli interessi dal punto di vista così prezioso di una fraternità universale (…). Per una felice rivoluzione, le arti e le scienze appartengono a tutta Europa, e non sono più proprietà esclusiva di una sola nazione”

(A.C.Quatremère De Quincy, “Lettre sur le déplacement des Monuments de l’Art del’Italie l 1796)

A più di due secoli dalla Rivoluzione francese che ha inaugurato la modernità, a sua volta figlia del poderoso sviluppo borghese successivo all’età delle esplorazioni geografiche e dell’egemonia dell’asse economico atlantico, e a più di un secolo da quel drammatico 1914 che ha dato avvio allanazionalizzazione delle masse, i processi di globalizzazione e lo spostamento dell’asse economico mondiale dall’Atlantico al Pacifico stanno determinando in Europa esiti politici e culturali che solo gli storici del futuro riusciranno ad individuare e a descrivere con precisione, superandol’inevitabile parzialità dei contemporanei.

Allo stato attuale, ciò che pare emergere drammaticamente è il dato seguente: nel giro di poco più di trent’anni, il neoliberismo, grazie alla potenza di fuoco della sua egemonia culturale, ha distrutto l’idea della politica intesa come partecipazione di tutti i cittadini alla cosa pubblica in quanto conseguenza della loro eguaglianza (seppure nell’accezione meramente giuridica dei liberali).

Le dosi massicce di indottrinamento consumistico a mezzo stampa, televisivo e poi telematico, dopo aver fomentato l’idea della “fine della storia”, del “destra e sinistra sono tutti uguali” e del “meno Stato più mercato”, hanno seguito il piano inclinato della sintesi reazionaria sino a trasformare quella che era una pseudoutopia positiva (il “benessere”, seppure nella versione minimalista del “beneavere”, garantito dai mercati), tipica degli anni Novanta, in una distopia che, mostrando l’ “insostenibilità” della spesa sociale, dei diritti, della partecipazione, dei sistemi proporzionali e ora persino delle libertà civili da sacrificare alla “sicurezza”, punta a gestire la disperazione e la paranoia mediante la creazione di capri espiatori (Rom, migranti, minoranze) verso i quali indirizzare la rabbia sociale di masse che, persa ogni visione politica e ideologica, risultano ormai completamente estranee alla vita civile, o di quel che ne resta.

Entro tale quadro, è inevitabile che le forze culturali, di sinistra e dell’umanesimo risultino completamente minoritarie, dal momento che, oltre ad essere espulse dal dibattito pubblico, il quale è divenuto un dibattito per il pubblico, esse, a causa del trentennio di indottrinamento cui si è fatto riferimento sopra, risultano completamente incomprensibili ai milioni di “persone normali” le quali, strumentalizzate da un antintellettualismo ammantato di bassa retorica (si pensi all’ “università della vita”, al “fare” contrapposto al “dire”, alla visione per cui “ci sono cose che i libri non insegnano” ecc ), addirittura detestano la cultura e non conoscono alcuna idea di emancipazione, preferendo, da oppressi inconsapevoli, l’ignoranza e la soggezione all’oppressore.

Persino la rete, la quale negli anni Novanta pareva dischiudere orizzonti di liberazione, grazie alla capacità di coinvolgere platee più ampie, potenzialmente l’intero mondo, nelle mobilitazioni, dopo quegli ultimi fuochi di Novecento che sono stati i movimenti antiglobalizzazione (noi che ne fummo parte credemmo di essere l’inizio del futuro, mentre ci scoprimmo essere la fine del passato), è divenuta il luogo principe dell’indottrinamento nell’era della sua riproducibilità tecnica.

Per cogliere tale dato, basta fare un giro nei milioni di profili “facebook” della “gente normale”: lì, lungi dal trovare connessioni culturali, dialogo con mondi lontani, curiosità intellettuale, contatti con realtà politiche e sociali, si scopriranno soltanto tonnellate di banalità condite di rancori, razzismi, bassi odi e deliri di onnipotenza, il tutto declinato in un rapporto di prossimità e vicinato asociali per cui i contatti (le “amicizie”, come si dice su facebook) restano nell’ambito del quartiere, della città, del luogo di studio e di lavoro, quando non del clan o del branco, come mostrano moltissimi “profili” di adolescenti omologati: in sostanza, la “gente normale” usa la rete per non uscire di casa, per non organizzarsi e per comunicare superficialmente con i vicini, mentre non la usa per scoprire, conoscere e comunicare coi  lontani.

Dal “pensare globalmente e agire localmente” dei movimenti, siamo passati antiglobalizzazione, siamo passati al “non pensare globalmente e non agire localmente” della normopatia imperante la quale inaugura il nuovo millennino sotto il sinistro segno dell’individualismo amorale e della  disumanizzazione. Inevitabilmente, dunque, gli intellettuali, gli umanisti, i militanti di sinistra, a seguito di tale scissione dalle classi subalterne, rifluiscono in un cosmopolitismo dei saperi tanto affascinante e romantico, quanto inefficace: la comunità intellettuale si riconosce e si ritrova nei convegni, nelle mostre, nei dibattiti, nei simposi ed in tutti quei luoghi in cui una solitudine socializzata non riesce più a dialogare con una società di individui soli, mentre, contemporaneamente, le classi dominanti, anch’esse cosmopolite, aumentano i loro profitti facendo leva sulle diseguaglianze, sulla finanziarizzazione spinta dell’economia e sulla mercificazione dell’intera biosfera, incuranti di una crisi ecologica che sta minacciando l’intera specie, e dunque anche loro, che forse, alienati dal feticcio della merce, non se ne rendono conto oppure non se ne curano, evidenziando una ristrettezza di orizzonti la quale si pone anch’essa come risultante di un pensiero distopico.

In sintesi, dunque, oggi la società europea risulta polarizzata su tre assi, due dei quali di segno nettamente regressivo: 1) Le classi dominanti internazionalizzate che muovono e bruciano miliardi in tempo reale, connesse fra loro dall’ideologia neoliberista e ben disposte verso soluzioni reazionarie che garantiscano sempre nuovi profitti. 2) Gli intellettuali e i militanti di sinistra, uniti da un cosmopolitismo che li porta a riconoscersi in lotte comuni, purtroppo minoritarie, impegnati su differenti fronti in differenti Paesi e totalmente isolati nei Paesi occidentali, quando non derisi o attaccati anche mediante forme di violenza verbale e fisica, oltre che perennemente ricattati dal bisogno di lavoro e di reddito 3) Le masse manipolate, spoliticizzate, qualunquiste e disperate, rese aggressive attraverso l’uso politico di una paranoia che, mediante costante indottrinamento, si trasforma in razzismo, individualismo esasperato, opportunismo e, talvolta, in aperta tendenza criminale (si pensi al bullismo, al fascismo o al radicalismo religioso).

Stando così le cose, possiamo concludere che, per paradosso, la postmodernità ha fatto regredire il Continente ad una premodernità in cui le grandi masse, persa la dimensione politica e collettiva del loro agire, ritornano quel niente che è – per parafrasare Marx- il proletariato quando non ha coscienza, mentre i saperi, quando non sono funzionali alla riproduzione del dominio di classe, rifluiscono in isolamento. Sostanzialmente, dunque, il XXI secolo sembra più vicino al XVII secolo che non al XX, ragione per cui coloro i quali non si arrendono al presente ma lottano per costruire quella libertà, eguaglianza e fraternità ancora là da venire, debbono innanzitutto recuperare il senso di una lotta, senso che si recupera soltanto attraverso una battaglia per l’egemonia culturale che, decostruendo le narrazioni e gli indottrinamenti dominanti, si faccia senso comune. Di fronte alla potenza di fuoco degli apparati di formazione e di controllo dell’opinione pubblica, tale azione pare come la ricerca di un ago nel pagliaio ed ha moltissime possibilità di risultare perdente; tuttavia, dato che non esiste una terza possibilità, dobbiamo cercarlo questo ago nel pagliaio, e, qualora non si trovi, occorre esserlo, e tentare di pungolare il più possibile la società.

ENNIO CIRNIGLIARO

redazionale

6 aprile 2016

foto tratta da Pixabay

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