Tutti gli individualismi di oggi

Ritorno sul tema dell’individualismo, già trattato in diverse occasioni, avanzando una richiesta: quella di aprire una riflessione il più possibile approfondita su questo tema. Il discorso sull’individualismo risulta, a...

Ritorno sul tema dell’individualismo, già trattato in diverse occasioni, avanzando una richiesta: quella di aprire una riflessione il più possibile approfondita su questo tema.

Il discorso sull’individualismo risulta, a mio giudizio, assolutamente decisivo quando ci riferiamo alla frantumazione dell’assetto sociale avvenuta qui nell’Occidente “maturo”: individuarne caratteristiche e possibile evoluzione del fenomeno rappresenta il solo presupposto per definire una praticabile proposta di riorganizzazione dell’agire politico.

Ci troviamo nella fase post-conclusione del ciclo che è stato definito della democrazia rappresentativa e del welfare universalistico.

Naturalmente questa nota non conterrà accenti sufficientemente adeguati sul piano culturale ma intende soltanto rappresentare – appunto – un’esigenza di ragionamento che rimane completamente da portare avanti.

Il tema da affrontare rimane quello della collocazione dell’individuo sul piano sociale e politico nel quadro generale che si sta delineando proprio in quello che abbiamo definito come ”Occidente maturo”.

Si sta profilando, infatti, una situazione di egemonia del concetto di disintermediazione.

Quella disintermediazione che porta l’agire politico a funzionare saltando i corpi intermedi e proponendosi un rapporto diretto con le nuove oligarchie dominanti perché capaci di far funzionare gli strumenti della comunicazione.

Comunicazione che si sta trasformando da “comunicazione di massa” a “comunicazione indistinta” si direbbe “ad appropriazione indebita”.

Una “comunicazione indistinta, ad appropriazione indebita” all’interno della quale si sta coltivando l’illusione di poter esprimere direttamente in forma plebiscitaria l’assenso alle indicazioni dell’oligarchia dominante che, sua volta, agisce su “sensazioni” riguardanti lo stabilire le emergenze da affrontare caso per caso stabilendo gerarchicamente in funzione della propria raccolta di consenso.

Il tutto al di fuori da una qualsiasi forma di progettualità di sistema.

Torniamo però al tentativo di addentrarci nei meandri del significato del progressivo modificarsi del concetto di individualismo, all’interno del quadro appena descritto.

Per procedere attraverso la via delle citazioni storiche sarebbe il caso di riprendere quanto scrive Alexis de Tocqueville nella sua celebre “Democrazia in America” individuando le differenze tra la società europea e quella americana: Tocqueville segnala nella società americana “un atteggiamento fondamentalmente auto interessato, anti sociale e antisolidaristico”.

Una citazione da ricordare quando si parla e si scrive di “americanizzazione”: non si è tratta soltanto di un modo di dire.

Successivamente all’interno del ‘900 e in Europa teorici come Hayek e Popper ripresero l’individualismo metodologico di Menger secondo il quale “gli individui hanno priorità esplicative sugli insiemi e sulle istituzioni sociali”.

Appunto nell’età della democrazia rappresentativa fondata su partiti “organici” (il riferimento è sempre all’Europa Occidentale) e sul welfare, proprio Hayek e Popper sostenevano l’impossibilità della riduzione delle teorie sociali a teorie su individui, data la natura irriducibilmente relazionale delle spiegazioni dei fenomeni macrosociali.

Nella seconda metà degli anni’80 su questo punto si realizzò un mutamento fondamentale che Zygmunt Bauman sintetizza efficacemente nel suo fondamentale “Modernità liquida”, un testo recentemente ripubblicato dal Corriere della Sera, con una davvero interessante prefazione di Donatella Di Cesare.

Secondo Bauman questo mutamento fondamentale è consistito nella deregolamentazione e privatizzazione dei compiti e doveri propri della modernizzazione.

Scrive Bauman: “Quella che in passato soleva essere considerata un’opera esplorata dalla ragione umana, considerata come lascito e proprietà collettiva della specie umana è stata frammentata (individualizzata), rimessa alla determinazione dei singoli, lasciata alla gestione dei singoli individui e a risorse amministrate singolarmente”.

E aggiunge:

“Nel mondo degli individui esistono solo altri individui da cui trarre magari degli esempi su come vivere, ma sempre assumendosi la piena responsabilità per le conseguenze derivanti dall’aver scelto un esempio anziché un altro”.

Da questo stato di cose, almeno a giudizio di chi scrive, è sorto il fenomeno dell’”individualismo competitivo”.

Dal considerare l’esistenza degli altri soltanto come “individui” è sortito fortissimo il fenomeno della personalizzazione: beninteso non soltanto in politica ma in uno spettro molto ampio delle attività umane. In settori come quelli dello spettacolo, dello sport, delle espressioni artistiche si è anche modificato il vecchio concetto di “divismo” che pure fin dalla fine dell’800 aveva tenuto banco.

Nasce da questo passaggio quindi proprio il concetto di “individualismo competitivo” attraverso il quale si sono definite, entro un quadro di regole generali (non si è trattato, sia ben chiaro, di un passaggio diretto all’“homo homini lupus”) nuove gerarchie e strutturate diverse aggregazioni rispetto a quelle formatesi nel passato.

All’interno di queste aggregazioni individualistiche (in molti casi, per restare nell’ambito della politica, si sono definite ancora come “partiti” senza aver nulla da spartire con i vecchi soggetti a integrazione di massa) si sono formate le nuove oligarchie come previsto dalla situazione determinatasi proprio come descritto nel testo di Bauman dell’esistenza “soltanto di altri individui”.

Nell’emergere dell’auto-rappresentazione personalistica si sono così smarrite alcune fondamentali coordinate: prima di tutto è andato perduto il senso del subire imposizione e sfruttamento, si è persa la concreta percezione dell’insopportabilità della disuguaglianza e non si è compreso come si stesse verificando l’allargarsi e non certo lo sparire della contraddizione di classe.

Con l’avvento di nuove tecnologie di comunicazione ad altissima velocità e lo smarrimento delle coordinate fondamentali della dislocazione dell’assetto sociale è stato così possibile alle oligarchie aggregatesi per via di pulsioni individualistiche e nel frattempo formatesi assemblando semplicemente interessi omogenei sul piano dello sfruttamento degli altri, imporre i propri modelli facendo leva essenzialmente nella capacità di inoculare la “paura”.

Il massimo dell’opportunismo di queste aggregazioni per via di interesse di potere è stato quello di proclamarsi addirittura “antipolitica”. Una trappola mortale dentro la quale si annida la mitologia dell’uomo forte.

La “paura” e lo smarrimento della coscienza al riguardo della propria condizione sociale collettiva ha così determinato nuovi livelli di attenzione dell’opinione pubblica e ha definito un quadro di priorità sociali.

Nuovi livelli di attenzione di massa sono stati causati così da uno spostamento dall’individualismo competitivo all’individualismo della paura.

Intendiamoci bene: non si tratta soltanto della cosiddetta paura del “diverso” e di tirare in ballo, sempre al riguardo dell’occidente “maturo”, il tema dei migranti e di conseguenza la questione di una solidarietà che non mette mai in discussione il cosiddetto “ordine costituito”.

Assegnerei al tema della paura anche il discorso relativo alla capacità e alla qualità di mettere in campo forme adeguate di rivendicazione sociale e politica: in questo senso, soltanto per sviluppare un’esemplificazione di stretta attualità, sembrano soprattutto espressione di paura le mobilitazioni dei “gilet gialli” in Francia (con relativi processi imitatori in altri Paesi d’Europa).

Mobilitazione dei “gilet gialli” che, infatti, fatica a definire una propria piattaforma e appare incalzata dall’estrema destra e dall’estrema sinistra; più o meno analogo itinerario lo si può individuare nel voto al M5S in Italia, con la differenza che qui l’oligarchia di riferimento si era già ben consolidata in anticipo e attrezzata su tutti i temi di questa fase della post – modernità.

In sostanza abbiamo definiti tre fasi di passaggio dalla conclusione dei “30 gloriosi” a oggi: “deregolamentazione e privatizzazione dei compiti e doveri propri della modernizzazione”, “individualismo competitivo” e “individualismo della paura”. Fenomeni verificatisi all’interno del quadro generale che abbiamo già definito e che qui si riassume per comodità d’esposizione: mutamento di fondo nel ruolo e nella struttura dei partiti e progetto in fase di compimento di disintermediazione sia sul piano politico, sia su quello sociale.

Tracciati i contorni, sarebbe il caso di approfondire il tema rispetto a ciò che ci aspetta, qui dalle nostre parti, rispetto all’assetto sociale: punto che rimane comunque fondamentale per definire un quadro verosimile di prospettiva politica.

Almeno questo potrebbe essere l’impegno per chi ancora non concepisce la politica soltanto quale mero esercizio del potere.

FRANCO ASTENGO

2 febbraio 2019

foto tratta da Pixabay

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