Tristi favole moderne: storia di un’ape e di un clochard

Due notizie hanno attirato la mia attenzione in questi giorni: le api e i clochard del Policlinico “Umberto I”. Apparentemente due storie molto diverse fra loro, che qualunque quotidiano...

Due notizie hanno attirato la mia attenzione in questi giorni: le api e i clochard del Policlinico “Umberto I”.

Apparentemente due storie molto diverse fra loro, che qualunque quotidiano infatti colloca in sezioni molto lontane: economia da un lato, cronaca nera dall’altro. Eppure a me pare di scorgere un nesso, perché comunque sia nel cosiddetto “villaggio globale” una certa sinergia esiste sempre e nulla può essere completamente scollegato dal tutto: una qualche relazione esiste anche tra la cometa più lontana dalla Terra e il nostro pianeta stesso. Fanno parte dello stesso universo anche se non si sono ancora incontrate.

Le api e i clochard dell'”Umberto I” non si sono incontrati. Questo è certo. Pur tuttavia,  mi sembra di capire la vocazione all’annientamento è un tratto comune tanto dei comportamenti anticlimatici che derivano dallo sfruttamento intensivo della natura da parte del sistema capitalistico, quanto di chi prende un estintore in mano e, con l’autorità della guardia giurata, lo scaraventa in testa ad un barbone che trova rifugio in questo maggio molto poco primaverile sotto gli anfratti delle scale di un reparto ospedaliero di uno degli ospedali – città più grandi d’Italia.

Ma partiamo dall’ape Maia: la siccità e il cattivo tempo di queste settimane hanno impedito la fioritura nei campi e quindi vi è scarsità di nettare e, per conseguenza, le api sono affamate, non producono miele e quindi si preannuncia una annata non buona per tutto il settore dell’apicoltura del Bel Paese.

C’è una immagine che gira sui “social network”: una persona ha raccolto un’ape stremata, disorientata, intontita proprio per la fame… Ha preso del polline e lo ha messo sulla sua mano e ha nutrito l’ape. Se sia volata via accanto al saltellare di un grillo come nei racconti di Waldemar Bonsels, non lo sappiamo, ma colpisce quel gesto, quell’estremo tentativo di soccorrere un esserino che a noi pare così minuscolo e che pure “nutre” – letteralmente – una parte importante dell’economia alimentare italiana, dell’industria dolciaria, e così via…

Per carità, non voglio indurre nessuno a vedere in ciò un incentivo allo sfruttamento intensivo dell’apicoltura, visto che sovente tutto viene letto in chiave di “produzione” e di “produttività” conseguente.

Soltanto mi sono fermato, un po’ come faceva Rosa Luxemburg nelle sue lettere dal carcere alla moglie di Liebkneckt o in quelle d’amore e di lotta a Leo Jogiches, a riflettere sulla natura e sulla natura delle cose in particolare: sull’essenza stessa del comportamento umano davanti ad un disastro naturale piccolo, probabilmente, invisibile e impercettibile davanti ad uno tsunami che trascina con sé l’onda che spazza intere città; ma pur sempre un elemento concreto della crisi di un mondo che ci mostra quanto imponente sia la mutazione del clima, la gravità di tutta una serie di cambiamenti negativi che rischiamo di non avere davanti a noi, pensando che tutto proceda come sempre.

Poi ho letto del clochard, anzi, “dei” clochard che ripetutamente sono stati cacciati da un sottoscale del grande ospedale romano. Nulla continua a legare le due storie che vi ho proposto qui, eppure io un nesso lo percepisco, lo sento: è l’aggressione.

Sempre dell’essere umano. Prima contro la complessità dell’ordine armonico della natura e poi contro sé stesso, contro la propria stessa specie soltanto perché una morale crudele, quindi immorale, gli suggerisce di far valere ordine e disciplina e di non considerare il freddo come elemento di sofferenza: tanto per le api quanto per i barboni che stazionano in ripari di fortuna e che diventano un po’ la loro casa improvvisata, a cui si affezionano proprio perché nel corso della giornata diventa un punto di riferimento certo, un luogo dove poter difendere sé stessi dai pregiudizi e dalle condanne del “mondo civile” e dalle intemperie.

Una guardia giurata, evitando le telecamere dell’ospedale, pare abbia ripetutamente allontanato a manganellate i clochard di stanza all'”Umberto I”. Usando metodi violenti (secondo ripetute testimonianze) e, nell’ultimo caso, adoperando un estintore con cui ha letteralmente spaccato la testa ad Alfonso, un cinquantunenne senza dimora fissa. “Se non te ne vai, ti uccido”. Sarebbe stata questa la minaccia proferita. La procura di Roma ha aperto una inchiesta per tentato omicidio e sembra che quella cinquantina di barboni che girovagano attorno al nosocomio si siano ora fatti coraggio e abbiano denunciato altri soprusi.

Ecco cosa lega le due storie: la stanchezza, il vagabondare, la ricerca di un po’ di conforto. Il freddo di questi giorni non è paragonabile alla crudeltà gratuita di chi imbraccia un estintore e lo percuote sulla testa di un essere umano, ma quell’ape stanca e priva di cibo a me ha fatto venire in mente la condizione di tante altre api, di tante altre persone che sono senza un sostegno e che vengono sprezzantemente liquidate come individui “che vogliono vivere così”.

E che colpa sarebbe? Forse l’ape ha colpa di dover andare a cercare il nettare su fiori che non sbocciano? Forse il barbone deve qualcosa ad una società che lo disprezza e lo condanna soltanto perché non vuole seguire i nostri canoni di “civilissima” vita?

Ciò che è diverso da noi deve sempre essere messo sotto la lente del giudizio? Chi non riesce a procacciarsi il necessario per vivere deve essere lasciato al caso e magari definito come “indolente” o “sfaticato”?

Qui ci sarebbe da prendere in mano le fiabe di Fedro ed Esopo e ne vedremmo delle belle in quanto a morale ed etica. Ma forse è bene fermarsi un attimo a riflettere.

Ogni società è un insieme di tanti sotto-insiemi. Come ogni altra cosa: persino la biologia molecolare o la fisica quantistica ce lo potrebbero dimostrare facilmente.

Nessun atomo è separabile dal resto dell’universo. Però continuiamo invece a pensare che possiamo astrarci dal tutto e proclamare: “Prima gli italiani”, relativizzando per convenienze elettorali questo razzismo di fonte autoctona, declinandolo in tante sottospecie di “Prima gli…”, “Prima i…”.

La povertà dei nostri tempi non è solo una povertà economica che affligge la natura e i che perseguita proprio i più indigenti. E’ prima di tutto una povertà intellettuale, morale, sociale e civile.

Per accorgersene bisogna fermarsi, rallentare i tempi delle nostre azioni, dei nostri pensieri e magari si troverà anche un collegamento tra la storia di una piccola ape e quella di un clochard malmenato sotto le scale di un grande policlinico italiano.

MARCO SFERINI

19 maggio 2019

foto tratta da Pixabay

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