Tripoli, bel suo elettorale per i sovranisti

Ciò che sta accadendo in Libia ha un riflesso obbligato non solo sulla politica internazionale più prossima, quella europea e, principalmente, quella italiana, ma si ripercuoterà sulla pelle di...

Ciò che sta accadendo in Libia ha un riflesso obbligato non solo sulla politica internazionale più prossima, quella europea e, principalmente, quella italiana, ma si ripercuoterà sulla pelle di persone disperate che già seguivano tratte della vendita schiavistica, dell’orrore delle torture e di morte per annegamento nel Mediterraneo.

La guerra scatenata dal maresciallo Haftar contro Tripoli, le vicende algerine, le turbolenze mai sopite di una Tunisia e di un Egitto sempre pronti ad esplodere, ci parlando di una riva africana sul “Mare nostrum” che darà certamente filo da torcere ai governi sovranisti ma che consentirà loro di rimpinguare gli otri dell’odio e della discriminazione paventando ancora una volta la minaccia dell'”invasione” araba, islamica o di chissà quale altra provenienza culturale o “etnica” (termine anche questo usato e abusato, perché sovente improprio e molto vicino a tendenze involontariamente razzistoidi) e di sfruttare tutto ciò a fini ovviamente elettorali.

La speculazione politica dei sovranisti sulla pelle dei disperati della Terra è quanto di più abietto si possa immaginare nell’agone della dialettica quotidiana su giornali, televisioni e “reti sociali” (ammesso che ancora si possa parlare in questi termini quando ci si riferisce al confronto tra forze politiche e tra istituzioni).

Le immagini di una Italia che rischia di sprofondare nuovamente in una diffusa guerra tra poveri sono all’ordine del giorno: dai quartieri romani dove l’odio contro i rom viene celebrato come fenomeno “naturale”, del tutto giustificato dalla rabbia popolare per la povertà diffusa e per i “privilegi” che invece andrebbero a cittadini ugualmente italiani (perché oggi dimostrare l’appartenenza ad una nazionalità è il passaporto primo per ottenere dei diritti… piuttosto che l’evidenza del bisogno materiale che non ha confini…) fino al riverdimento di antichi rancori sempre crescenti nelle zone più frustrate economicamente, più depredate e dove la disperazione la fa da padrona e sorregge le disumane pretese delle destre di governo.

Proseguendo nella mia monumentale lettura della biografia del professor Ian Kershaw su Adolf Hitler (“Hitler 1889 – 1936” e “Hitler 1936 – 1945”, Bompiani editore, ed. gennaio 2019) ho riscontrato espressioni e giudizi fondati su elementi inconfutabili, quindi sui “fatti” gramscianamente intesi della storia di un periodo che registra cambiamenti epocali.

Una nazione progredita come la Germania, seppure piegata dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale, un qualunque paese democratico – approdato alla democrazia attraverso un rivolgimento istituzionale non propriamente “rivoluzionario” (benché il passaggio dall’impero alla repubblica tedesca fosse chiamato “rivoluzione di novembre” soprattutto dalle parti della destra estrema e populista) – può trasformarsi nella peggiore delle dittature (non necessariamente militari) se le forze della sinistra e del centro moderato (liberali, cattolici, ecc.) vengono considerate parte del problema per cui la popolazione soffre, patisce indigenze e povertà in aumento esponenziale.

Nella storia del sovranismo (nazionalismo esasperato, pangermanesimo, fascismo, assolutismo mascherato in mille modi da regime benefico “per il popolo”…), così come nella storia generalmente intesa, non solo sono da considerare le implicazioni prodotte dalla struttura economica, quindi dai bisogni materiali dei popoli sfruttati abilmente da determinate classi dirigenti e dominanti, ma anche le pulsioni, le paure, le tensioni sociali che si vengono quindi a creare e che possono essere utilizzate dall’egocentrico e megalomane di turno.

Una precisa serie di combinazioni dà vita, seppure senza una dimostrabile meccanicistica scientificità storiografica, a soluzioni simili nel cammino umano plurimillenario: laddove regna il disagio sociale è più facile per l’autoritarismo inserirsi e prosperare.

Scrive Kershaw riferendosi ad Hitler: “Più che sulla ‘grandezza storica’, è il caso di rivolgere la nostra attenzione a un altro problema, di importanza assai rilevante. In che modo spiegare il fatto che qualcuno così poco dotato intellettualmente e talmente privo di qualità sociali, autentica scatola vuota al di fuori della vita politica, inavvicinabile e impenetrabile anche a quanti facevano parte della sua cerchia più intima, apparentemente incapace di genuina amicizia, privo di qualsiasi viatico familiare ad alte cariche nonché di qualsivoglia esperienza di governo prima di ascendere al cancellierato, come spiegare, dunque, che un simile individuo potesse nondimeno avere un così immenso impatto sulla storia e tenere il mondo con il fiato sospeso?“.

Domandone. Veramente enorme, perché serve un’opera di più di duemila pagine per indagare non solamente la personalità psicologica di Hitler e di individui privi di empatia come lui, ma perché l’indagine deve andare oltre la figura stessa del sovranista di turno e domandarsi per l’appunto ripetutamente come possa il “vuoto” riempire le piazze, parlare del niente e sentire applaudire proprio il nulla assoluto.

Mi riferisco ad una propaganda politica fatta di mera retorica, di falsità e menzogne costanti, basata solo su slogan vecchi, che ritrovano una modernità apparente soltanto grazie alla superficialità di una voglia di veloce soluzione dei conflitti sociali mediante la drasticità di prese di posizione repentine.

Pazienza se non è vero che i rom aumentano il tasso criminale in un quartiere romano. Pazienza se non è altrettanto vero che non esiste alcuna invasione di migranti in Italia così come in altri paesi europei che ne ospitano comunque numeri rilevanti (basti pensare a Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Germania…).

Ciò che conta è che ora esiste un nuovo pretesto per poter dare vita nelle settimane che verranno, in piena campagna elettorale per le elezioni europee, ad uno stillicidio parolistico di nuovi anatemi, di intransigenza twittata e dispensata nelle dirette video su Facebook, ottenendo decine di migliaia di incoraggiamenti: “Vai capitano!”.

Ogni epoca ha i suoi saluti inquietanti, noi abbiamo “Vai capitano!” che è una esortazione in cui ci si riconosce pienamente perché si pensa, stupidamente, di essere di incoraggiamento per chi invece ha già tutto (o quasi) molto chiaro nella mente in quanto a disegno politico – strategico per arrivare un giorno ad essere il Presidente del Consiglio al posto di un Giuseppe Conte che, preventivando gli scontri nell’esecutivo e la pluralità contrastante di voci che si possono levare con la guerra civile libica, ha provato a chiarire che l’unico a fare dichiarazioni “ufficiali” sarà lui.

Mi viene da pensare che questa dichiarazione è trattata oggi dai giornali come una “notiziona” da prima pagina e che, invece, dovrebbe essere la consueta normalità per un capo di governo e per chiunque lo ascolti: a cominciare dai giornalisti.

Eppure è una “anomalia” perché esistono altre anomalie considerate invece “normalità”.

Ancora una volta “Tripoli, bel suol d’amore” è un richiamo musicale triste per chi in Italia guarda con preoccupazione all’imbarbarimento generale, al cattivismo che diventa religione civile che si contrappone alla solidarietà costituzionale e repubblicana.

Ancora una volta la guerra è utile a chi dirà che per fare la pace servirà qualche sacrificio di sangue, mentre scoscianti applausi si leveranno dalle piazze elettorali e migliaia di “likes” invaderanno i post su Facebook.

MARCO SFERINI

13 aprile 2019

foto tratta da Pixabay

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