Syriza, le aspettative di un popolo e i tempi della politica

La domanda mi è parsa più che sensata. L’avevo in mente anche io da tempo: non me la sono mai rivolta direttamente; ossia ho pensato al quesito ma poi...
Alexis Tsipras

La domanda mi è parsa più che sensata. L’avevo in mente anche io da tempo: non me la sono mai rivolta direttamente; ossia ho pensato al quesito ma poi ho tralasciato le risposte. Forse una sorta di rifiuto inconscio visto il degrado politico, morale, sociale e civile che attraversa mezza Europa e mezzo mondo con l’avanzata di destre veramente illiberali, pericolose perché con una diretta propensione ad una pacificazione nazionale interclassista (operazione politica da raggiungere con una certa dose di autoritarismo mascherato da intransigenza e determinazione) mediante uno scambio di legittimazione da parte dei poteri economici.

La domanda che mi è parsa sensata è questa: come mai, parlando in questo caso del risultato delle recenti elezioni politiche greche, la popolazione ha penalizzato SYRIZA che ha tentato una via delle riforme e ha premiato quella Nea Democratia che, con i precedenti del PASOK, ha largamente contribuito al disastro ellenico proprio sul piano sociale aderendo ai parametri della Commissione europea, accettando a suo tempo di fare della Grecia un laboratorio di sperimentazione per gli equilibri finanziari dell’Unione?

Seguendo semplicemente la logica, verrebbe da dire che se uno in passato ti ha fregato, tipo il Gatto e la Volpe di Pinocchio, la seconda volta ne stai al largo, tanto che il burattino di Collodi fa marameo ai due mascalzoni con la famosa frase: “Vi conosco, mascherine!”.

Invece questo riflesso non scatta nella grande massa popolare che si accinge al voto e che esprime un giudizio sull’operato del governo in carica: promuoverne ancora l’azione o bocciarlo?

Accade sovente, quindi non è un fenomeno esclusivamente ascrivibile alla Grecia, che il governo venga sonoramente punito dall’elettorato e che si preferiscano forze che promettono un cambiamento ulteriore generante condizioni di vita migliori con riforme strutturali, attraverso inversioni di rotta rispetto alle politiche fatte sino a quel momento.

In linea di massima le elezioni, del resto, si fanno proprio per questo: per far sì, come diceva Mazzini, che in un sistema repubblicano il popolo possa cacciare chi ha agito male, in contrasto con il bene comune, con il concetto stesso di res publica tradotto in forma statale, quindi in espressione democratica, in un potere che deve produrre benefici non a pochi privilegiati ma al complesso della nazione.

La libertà di voto consiste proprio in ciò: nel cambiarlo quando si ritiene di avere maturato una opinione differente rispetto a convincimenti precedenti. Ma questa pietra angolare della sovranità popolare dovrebbe essere accompagnata da una coerenza politica che a sua volta dovrebbe trarre origine da una capacità di discernimento tra utilità comune utilità privata, tra esercizio del potere per fini pubblici e abuso del potere nel momento in cui si privilegiano interessi privati.

Non bisogna essere così sciocchi ed illusi da ritenere che nel sistema economico in cui viviamo, il capitalismo, sia concesso alla sovrastruttura dello Stato, quindi anche al governo, di poter essere completamente indipendente dalle influenze e dai condizionamenti della struttura, quindi della classe dominante che la interpreta di volta in volta.

E’ evidente che il potere che una forza politica assume mediante il mandato elettorale, quindi attraverso una delega popolare, è limitato, è condizionato dai mercati, dalle esigenze profittuali dei grandi poteri padronali.

Quindi qualunque forza, anche di sinistra radicale come SYRIZA, che ha ottenuto il diritto di governare in questi anni, anche con un ampio consenso, si trova a gestirlo nel pieno delle contraddizioni che ne derivano: circondata da una contingenza sociale che deve capovolgere (quanto meno ridurre nei suoi aspetti più degradati, riferiti ai ceti sociali di un proletariato vessato dal famoso “memorandum” della UE), assediata dalle altre forze politiche che fanno opposizione e, nel caso greco, con una recrudescenza di formazioni neonaziste che hanno alimentato il disagio popolare provando ad innescare la rabbia verso le diversità: una attività che riesce sempre bene a destre becere, fintamente sociali, profondamente nazionaliste, razziste, xenofobe e persino antisemite.

Chiaramente SYRIZA, cui personalmente non ho risparmiato alcune critiche proprio sulla mancata applicazione del risultato referendario in cui aveva vinto l'”OXI” nei confronti del “memorandum” della allora Troika dell’Unione Europea, ha potuto gestire la fase di collasso economico, causato dall’indebitamento provocato dalle istituzioni sovranazionali europee con vincoli disumani (quindi molto economici!), ma non ha potuto in quattro anni risolvere i problemi di una società ellenica che non è distinguibile dal resto del continente, che risente appieno degli accordi che si stabiliscono tra stati ricchi e trainanti l’Europa a discapito di stati impoveriti proprio da queste politiche esclusivamente finanziarie.

La Grecia è stata preservata da una bancarotta assoluta, dalla vendita del Partenone per pagare i debiti (una proposta che pare assurda ma che era stata fatta…!), dalla vendita di isole a privati e così via, ma il cambiamento sociale ha tardato a mostrarsi, ad essere evidente e percepito concretamente dai cittadini.

Non perde tanto SYRIZA, quanto si concentra un voto conservatore e di destra (tanto da sottrarlo ad Alba dorata che non supera il 3% e rimane fortunatamente fuori dal Parlamento di Atene). Comunque flussi di cambiamento del consenso vi sono e anche importanti ma non tali da poter far dire che SYRIZA perde, che è sconfitta. Sconfitta nell’accedere nuovamente al governo ma ben rappresentata nella “Βουλή των Ελλήνων” (“Consiglio dei greci”) e non molto lontana dalle percentuali e dai consensi che ottenne nella precedente tornata elettorale.

Tuttavia, numeri alla mano, la domanda rimane: come mai i greci non hanno riconfermato la fiducia a SYRIZA ma hanno preferito votare, diciamo così, “in massa” per una formazione politica che è all’origine delle politiche di austerità che li hanno fortemente penalizzati e impoveriti.

La risposta che, francamente, riesco a dare alla domanda di cui all’inizio di queste righe, è che un popolo cambia facilmente la sua guida al potere un po’ per induzione, un po’ per debolezza culturale e comprensione della complessità della farraginosa macchina amministrativa di uno Stato, ma soprattutto lo fa perché vorrebbe che quasi immediatamente dopo aver assegnato il potere ad una forza politica di governo questa, proprio dal governo, mettesse in essere il cambiamento quasi all’istante.

I tempi grami di una vita passata nella sopravvivenza quotidiana sono lunghissimi di giorno in giorno, alterano la percezione che abbiamo del rapporto tra ciò che è possibile fare e ciò che vorremmo venisse fatto. Quando votiamo, generalmente, pensiamo che aver cambiato colore all’esecutivo voglia dire aver immediatamente aver cambiato rotta, aver messo la nave su tutt’altra via marina. Invece per far virare la prua della nave occorre tempo e ci si deve scontrare, come già detto, con le correnti marine dei privilegi delle classi dominanti, con i rapporti che si devono avere con la comunità internazionale, con il sistema capitalistico, con gli avversari politici.

L’alternativa, ossia allungare i tempi di una legislatura e chiamare al voto i cittadini magari dopo dieci, quindici anni, produrrebbe il rischio della stagnazione del potere, della troppa accumulazione del medesimo e l’insorgenza di autoritarismi, facendo morire il concetto stesso di “democrazia”.

Quindi pensare di arrivare al cambiamento di questa società attraverso la via delle riforme governative è, rimane e sarà sempre una illusione. Ciò cui si deve ottemperare e lavorare è una coniugazione tra lotta sociale e lotta politica: la vocazione governista è tipica di una sinistra che finisce con l’esaurirsi dentro questa tendenza, dimenticando che se magari si trova al governo è lì per provare ad attenuare un poco le sofferenze economiche (e quindi sociali) di un moderno proletariato agonizzante sotto il liberismo sfrenato protetto da BCE e FMI.

Del resto proprio organismi come il Fondo Monetario Internazionale non furono creati per il benessere mondiale in quell’ormai lontano 1944 a Bretton Woods. Nelle beneauguranti parole dello statuto del FMI è così, ma come è noto la via dell’inferno è sempre lastricata di buonissime intenzioni. Qui non vi sono nemmeno quelle. Il FMI protegge interessi in modo del tutto “naturale”, seguendo la sua natura di classe.

Ciò che manca al mondo è una nuova “Internazionale” dei lavoratori e degli sfruttati e in questa eventuale nuova organizzazione globale anticapitalista i comunisti possono, devono ancora rappresentare la “parte più progressiva che spinge per avanzare”.

MARCO SFERINI

foto: screenshot dalla pagina Facebook di SYRIZA

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