Stanley Kubrick. Hollywood, toccata e fuga

GLI ANNI CINQUANTA. Dalla fotografia all'incontro con Kirk Douglas passando per il noir

PRIMA PARTE

La cinematografia sovietica fece letteralmente scuola in Europa e non solo. Negli Stati Uniti, tra i fermenti e le novità del dopo guerra, tra le speranze e le delusioni di Kennedy e Johnson, più di un cineasta si ispirò ai film di Dovženko e Ejzenštejn e alle teorie di Vertov e Pudovkin. Uno in particolare aveva per quest’ultimo un’autentica adorazione, soprattutto per le sue idee sul montaggio: “Il film non viene girato, ma messo insieme con diverse strisce di celluloide che costituiscono la materia prima”. Il montaggio quindi come fase centrale dell’arte cinematografica, addirittura oltre l’esperienza di Griffith, anche perché “tutto il resto [del cinema] deriva da altre forme di espressione. La scrittura, chiaramente, consiste nello scrivere, la recitazione viene dal teatro e la cinematografia viene dalla fotografia. Il montaggio è specifico del cinema. Puoi osservare da diversi punti di vista quasi simultaneamente, e questo crea una nuova esperienza” affermò, infatti, un giovane regista americano che rispondeva al nome di Stanley Kubrick.

1. Stanley Kubrick

La famiglia proveniva dalla Galizia, all’epoca parte dell’Austria, in una zona più vicina alla Polonia e all’Ucraina che a Vienna. Il bisnonno, Hersh Kubrick, arrivò negli USA, via Liverpool, il 27 dicembre del 1899. Aveva quarantasette anni e fu colto dalla “classica” crisi dell’uomo di mezza età che si rifà la vita con una donna più giovane. Lasciò, infatti, in Europa la prima moglie e due figli già grandi Elias (22 anni) e Bela (20 anni) per trasferirsi nel nuovo mondo con la seconda moglie Leie Fuchs. Negli Stati Uniti nacquero altri due figli Joseph nel 1902 e Michael nel 1904. Hersh Kubrick trovò lavoro nel suo campo, la sartoria, e invitò i sui figli europei a raggiungerlo. Elias, anch’egli sarto, accettò l’invito e giunse a New York nel 1902 insieme alla moglie rumena Rosa Spiegelblatt, incinta del primo figlio. Il 21 maggio dello stesso anno nacque Jacob che per un errore sul certificato di nascita risultava Cubrick. Elias e Rosa ebbero altri due bambini: Hester Merel (1904) e Lily (1906). Jacob ben presto cambiò il nome in Jacques, spesso abbreviato in Jack, e nel 1927 sposò Sadie Gertrude Perveler (1903-1985), anch’ella figlia di immigrati austriaci.

Il 26 luglio del 1928 nacque a Manatthan il piccolo Stanley. Quel giorno il “New York Times” dedicò ampio spazio all’ultimo incontro di boxe di Gene Tunney che sconfisse per KO Tom Heeney ritirandosi imbattuto e alla scoperta di alcuni manoscritti inediti di Napoleone. Temi che rimasero, curiosamente, presenti nella vita del futuro regista.

2. il piccolo Stanley con papà Jacob

I genitori vivevano nel Bronx, in uno di quei “quartieri ghetto” riservati agli immigrati. Il padre Jacques era un medico, prima ostetrico e poi otorinolaringoiatra, e aprì un ambulatorio nel quartiere. Il 21 maggio del 1934 nacque la seconda figlia della coppia, Barbara Mary. L’anno seguente Stanley venne iscritto alla Pubblic School 3 nel Bronx per poi essere trasferito, nel giugno del 1938, alla Pubblic School 90. Il bambino era insufficiente in molti aspetti, ma i test dimostrarono che la sua intelligenza era ben sopra la media.

Il padre ebbe, pertanto, un ruolo fondamentale nella sua formazione. Gli trasmise la passione per la letteratura, mettendogli a disposizione la sua vasta libreria, gli insegnò a giocare a scacchi e, per il suo tredicesimo compleanno, gli regalò la sua prima macchina fotografica, marca Graflex, quella usata dai professionisti. L’affinità con la fotografia fu immediata. Stanley Kubrick iniziò a fotografare tutto quello che gli passava davanti.

Tornò a scuola per frequentare, con una certa continuità, la Taft High School nel Bronx. Ma quegli anni, dal 1943 al 1945, furono i più infelici della sua vita. Gli unici aspetti positivi erano l’amicizia con Alexander Singer (New York, 18 aprile 1928) e la musica. Entrò a far parte nell’orchestra della scuola e in seguito divenne batterista della Swing Band, una banda composta da nove musicisti e dalla cantante Edith Gormezano, poi divenuta una celebre cantante jazz con nome di Eydie Gormé.

3. la morte del presidente Roosevelt colta da Kubrick nella disperazione di un edicolante

Il 12 aprile del 1945 morì Franklin Delano Roosevelt. Il giorno successivo, mentre stava andando a scuola, Stanley Kubrick notò lo sguardo triste e sconsolato di un giornalaio circondato dai manifesti che annunciavano la morte del trentaduesimo presidente USA (secondo altre testimonianze convinse l’edicolante alla posa). Scattò una foto che cambiò la sua vita. Quella mattina Stanley saltò la scuola, sviluppò e portò l’immagine a Manatthan nell’ufficio della rivista “Look”. Fondata nel 1937 dai fratelli Gardner “Mike” jr e John Cowles, “Look” era all’epoca la più innovativa tra le riviste illustrare, l’unica capace di fare concorrenza a “Life”. “Look” era un bisettimanale stampato dieci giorni prima della sua uscita in edicola, elemento che non gli permetteva di seguire l’attualità, ad esempio nel numero del dicembre del 1941 non si faceva alcune cenno a Pearl Harbor, ma fu tra i primi giornali a pubblicare copertine, foto e pubblicità a colori. “Look” chiuse i battenti nel 1971, “Life” nel 2007.

Helen O’Brian, una redattrice della rivista, vide la foto e la acquistò per 25 dollari. Non solo, colpita dal temperamento e dalla grinta del giovane Stanley, gli chiese altre foto, la cui qualità doveva essere all’altezza di “Look”. La foto del giornalaio venne pubblicata nel numero del 26 giugno 1945, per illustrare la carriera di Roosevelt e quella del suo successore Harry Truman. Da quel giorno Stanley Kubrick iniziò a vendere regolarmente foto alla rivista. Seguirono servizi su una partita di baseball (ottobre 1945), su dei visitatori allo zoo intenti a guardare delle scimmie (20 agosto 1946) e sui pazienti nella sala d’attesa di un dentista (1 ottobre 1946). Stanely Kubrick, nonostante la giovane età, era ormai uno dei fotografi freelance più apprezzati della rivista, al punto che “Look” riservò ad un suo scatto, raffigurante un bambino sorpreso da uno schizzo d’acqua, la copertina del 5 agosto 1947. Seguirono servizi sul radio show “Boston Blackie”, sulle malattie immaginarie, sul Portogallo e un servizio sul giovane attore Montgomey Clift.

4. Toba Metz, la prima moglie di Kubrick

Stanley Kubrick il 28 maggio del 1948 sposò la sua findanzatina del liceo, Toba “Toby” Metz (1930), a Mount Vernon, New York. I due andarono a vivere in un minuscolo appartamento, insieme ad un dobermann, in una traversa della 6° Avenue. Il loro tempo lo passavano nei bar e nei caffè ascoltando musica jazz, la preferita di Kubrick che accarezzò l’idea di divenire un batterista professionista, e nei cinema d’essai. Fu in quei mesi che Kubrick scoprì e iniziò a frequentare, per ben cinque sere a settimana, la sala del Museum of Modern Art (MOMA), il Museo di Arte Moderna. Le rassegne cinematografiche erano curate da Iris Barry (Washwood Heath, 1895 – Marsiglia, 22 dicembre 1969) una critica cinematografica di origine britannica con una viva simpatia per la sinistra, la rivoluzione e il gin. Al MOMA, durante la guerra, la donna aveva assunto Luis Buñuel, che si occupò dei film di propaganda in lingua spagnola, insieme ad un altro comunista Jay Leyda (Detroit, 12 febbraio 1910 – New York, 15 febbraio 1988), membro della “Workers Film and Photo League”, aveva studiato in URSS e importato negli USA La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn. La collezione cinematografia del Museo, rifletteva, logica conseguenza, il radicalismo politico dei tre curatori e andava a favorire il cinema sovietico, le avanguardie europee e le figure indipendenti del cinema americano, a partire da Eric von Stroheim, per il quale Kubrick conservò sempre un’ammirazione entusiasta. Ormai lo sguardo di Stanley stava già andando oltre la fotografia, verso il cinema.

5. il wrestler Gorgeous George fotografato da Kubrick

Verso la fine del 1948 “Look” affidò a Kubrick un servizio sul pugile Walter Cartier, seguito per un’intera giornata dal risveglio al mattino al combattimento alla sera. Un lavoro ambizioso che uscì col titolo “Prizefighter” sul numero del 18 gennaio 1949. La boxe impressionò Kubrick. La “nobile arte” all’epoca conservava ancora quel misto di machismo e sete di sangue che l’aveva contraddistinta in un secolo di esistenza, gli incontri del venerdì sera rappresentavano per la classe operaia e gli immigrati un appuntamento fisso. Sempre nello stesso anno Stanley fotografò un altro combattente, il wrestler Gorgeous George. Attivo tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta fu il primo a portare sul ring una “gimmick”, ad interpretare cioè un “personaggio”, anticipando i vari Ric Flair, Hulk Horgan e Undertaker. Benché poco conosciuto in Italia il lottatore fu fonte di ispirazione per Cassius Clay, James Brown e perfino per Bob Dylan.

Anche l’amico Alex Singer era sempre più interessato al cinema e, pur di avvicinarsi alla “settima arte”, aveva accettato un lavoro come fattorino presso “The March of Time”, una serie di documentari d’attualità, sponsorizzata dal “Time”. I documentari venivano pagati piuttosto bene, soprattutto se a realizzarli erano dei giovani registi. Singer convinse così Kubrick a girarne uno. Stanley diede fondo ai risparmi di oltre quattro anni di lavoro per “Look”, cui aggiunse prestiti vari, e raggiunse la cifra di 3900 dollari per realizzare una pellicola sul pugile Cartier, riprendendo e migliorando il servizio fotografico pubblicato ad inizio del 1949.

6. Day of the Fight (1951)

Il regista noleggiò una camera Eyemo 35 mm a molla, quella più usata dai fotografi di guerra, e riprese una giornata del pugile, soffermandosi da un lato sul progressivo nervosismo che precede il combattimento, dall’altro sulla voglia di vincere di Cartier. Nacque Day of the Fight (Il giorno del combattimento, 1951).

Un volantino annuncia l’incontro di pugilato tra Walter Cartier e Bobby James fissato per il 17 aprile 1950, mentre una voce fuoricampo informa che “Questa è la storia di un combattimento e di un pugile”. Viene così presentata la giornata dei gemelli Cartier. Walter è il pugile, Vincent è il fratello avvocato che gli fa da manager. I due si svegliano, si recano in chiesa per la comunione, fanno colazione, quindi Walter si sottopone ad un controllo medico, poi pranza in un ristorante di fiducia e gioca col suo cane. Arrivati all’arena il pugile si riscalda, prima di essere chiamato sul ring per un match brutale che vince mettendo al tappeto l’avversario. Solo un altro giorno nella vita di un pugile.

Un debutto di talento. Singer, che girò non meno di Kubrick anche se figurò solo come aiuto regista, affermò che Stanley: “Realizzò quel cortometraggio a soggetto sportivo come stesse facendo Guerra e Pace”. Il regista si occupò di tutto: soggetto, sceneggiatura, montaggio, fotografia, scenografia. A scrivere i testi del commento sonoro, letti da Douglas Edwards, fu Robert Rein. La musica fu curata da Gerald Fried (New York, 13 febbraio 1928) musicista che venne presentato al regista da Singer. Le sequenza finale dell’incontro di pugilato, il cui suono venne registrato in presa diretta, fu ripresa utilizzando due cineprese, la prima azionata da Kubrick intorno al ring, la seconda da Singer tra gli spettatori, in modo da poterne ricaricare una mentre la seconda continuava a filmare.

7. Il giorno del combattimento, un debutto di talento per Kubrick

Non fu tuttavia semplice trovare una distribuzione questo documentario dall’ambientazione noir. La serie “March of Time”, dopo un passato importante e influente (aveva, tra l’altro, mostrato agli USA le immagini delle dittature naziste e fasciste in Europa), era ormai stata superata dalla televisione, non dimostrò interesse per il film. Kubrick e Singer decisero così di rivolgersi alla RKO-Pathé da pochi anni comprata da Howard Hughes, imprenditore più interessato agli aeroplani che al cinema (aveva tuttavia prodotto Scarface di Howard Hawks con Paul Muni e Karen Morley come protagonisti). La casa di produzione dedicava ancora spazio al documentario e comprò Day of the Fight insieme ad altre pellicole. Pagò il film appena 4000 dollari, consentendo al regista il misero guadagno di 100 dollari. Ma la RKO offrì anche a Kubrick 1500 dollari per la realizzazione di un documentario su Fred Stadtmueller, un prete del Nuovo Messico che, titolare di una sconfinata parrocchia di 400 miglia quadrate (oltre seicento chilometri), raggiungeva le sue chiese sparse sul territorio con un piccolo aereo Piper Cub (chiamato “Spirit of St. Joseph”).

Kubrick, giocando con le parole, intitolò il film Sky Pilot (Pilota del Cielo), ma il produttore Burton Benjamin preferì il più banale Flying Padre (Il Padre volante). Il documentario racconta due giornate qualsiasi di padre Stadtmueller che celebra un funerale in una chiesa sperduta, dice messa nella parrocchia principale, fa far pace a due bambini, accudisce i suoi canarini, va a caccia e, infine, aiuta col suo aereo una madre e il figlio malato a raggiungere un’ambulanza.

8. Flying Padre (1951)

Flying Padre, che vanta alcune suggestive inquadrature, uscì il 26 aprile del 1951 come programma complementare di My Forbidden Past (Voglio essere tua) con Robert Mitchum e Ava Gardner. Vedendo il suo film sul grande schermo, Kubrick decise di lasciare “Look” per dedicarsi a tempo pieno al cinema. La RKO, tuttavia, non aveva più lavoro da offrirgli e Stanley fu costretto a vivere col sussidio di disoccupazione che arrotondava scommettendo e vincendo partite a scacchi al Greenwich Village. Fu in quei mesi che studiò cinema formandosi sui libri di Ejzenštejn (“Tecnica del cinema”, “La forma cinematografica”) e di Pudovkin (“Film Technique”, “Film Acting”). Masticava quotidianamente cinema. Alle costanti proiezioni al MOMA si aggiunsero quelle del Guild and World Cinema, vicino a Times Square, che presentava le principali opere del neorealismo italiano da Roma città aperta e Paisà di Roberto Rossellini a Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Quel cinema povero di soldi, ma ricco di idee fu fonte di ispirazione. Kubrick decise di realizzare un lungometraggio a basso costo, dimostrando che si potevano fare film di qualità con pochi soldi, un po’ come Rossellini che aveva ultimato Roma città aperta che Rossellini comprando ritagli di pellicola dai fotografi di strada.

Stanley convinse un suo amico poeta conosciuto negli anni della Taft, Howard Sackler, a scrivere una sceneggiature intitolata The Trap presto rinominata Shape of Fear. Il soggetto era ispirato dalla guerra di Corea, scoppiata il 25 giugno 1950, e riguardava un manipolo di soldati intrappolati dietro le linee nemiche. La sceneggiatura di Sackler, tuttavia, era più che altro incentrata sul modo in cui la guerra faceva emergere paure e rancori sopiti.

9. il cast di Shape of Fear

Per realizzarne un film, Kubrick aveva bisogno di finanziamenti, location e attori a basso costo. I suoi risparmi li aveva già spesi per Day of the Fight pertanto, con la solita audacia, riuscì a far pubblicare sul “New York Times” un pezzo riguardante il suo progetto. Il 14 gennaio 1951 uscì l’articolo titolato “Giovanotto con idee e una macchina da presa”. L’articolo diede credibilità a Shape of Fear al punto che suo padre e altri parenti investirono nel film 10000 dollari. Buon risultato, ma non bastavano. Kubrick si rivolse prima a Richard de Rochemont, fratello di Louis supervisore della serie “March of Time”, che rifiutò perché impegnato nella produzione di una serie sulla figura di Abraham Lincoln, poi allo zio Martin Perveler, fratello della madre, proprietario di numerose farmacie, che, riconoscendo il talento del nipote, gli propose un contratto riguardante l’intera carriera. Kubrick rifiutò e fu lo zio ad accettare il finanziamento del solo Shape of Fear.

Kubrick pianificò ogni aspetto del film. Poiché aveva bisogno di un fiume e di una foresta, scelse di girare in California (vi passò sei settimane per trovare la location giusta), quindi affittò una macchina da presa Mitchell con quattro obiettivi (non adatta alla registrazione del sonoro in presa diretta) e si dedicò alla ricerca degli attori concentrandosi sui teatri alternativi che pullulavano di caratteristi disposti a lavorare gratis pur di apparire in un film. Prima vennero scelti gli sconosciuti Kenneth Harp e Steve Coit, poi Sackler trovò in una produzione off-Broadway Paul Mazursky, il giovane attore andava ancora a scuola e dovette avere un permesso dal preside per assentarsi. Quindi venne scelta per il ruolo di una ragazza, un’aggiunta dell’ultima ora, la modella Virginia Leith che aveva avuto qualche trascorso televisivo. Infine, per quello che era considerato il ruolo più delicato, venne affidato a Frank Silvera che aveva già recitato in Viva Zapata! (1952) diretto da Elia Kazan.

10. Kenneth Harp e Frank Silvera durante la lavorazione del film

Kubrick, insieme alla moglie Toba, che ricopriva il ruolo di segretaria di edizione, e allo sceneggiatore Sackler, superò tutti gli inconvenienti, tecnici e non, durante le riprese, ma il ritmo serrato nella lavorazione del film, portarono i due coniugi alla separazione. Tornata a New York la coppia avviò le pratiche per il divorzio.

Il regista si scontrò anche con i costi di post produzione, soprattutto per quanto concerneva la colonna sonora. La musica che Kubrick aveva commissionato a Gerald Fried necessitava di ventitré strumentisti e, soprattutto, di turni di registrazione. I soldi dei produttori non bastarono e fu solo grazie a Richard de Rochemont che il regista evitò delle cause legali firmando un accordo col sindacato dei musicisti. Fu, tuttavia, costretto a fermare la lavorazione di Shape of Fear.

Kubrick iniziò così a cercare lavoro come operatore e come regista di documentari su ordinazione. Nonostante Stanley scrisse di aver realizzato “vari programmi televisivi e del Dipartimento di Stato”, solo un documentario venne negli anni identificato. Senza titolo e dall’incerta lunghezza, fu commissionato nel 1952 dall’Accademia Mondiale della Gioventù, uno dei primi tentativi del Dipartimento di Stato per far lavorare i ragazzi in età scolare in progetti socialmente utili. La pellicola è da considerarsi perduta.

11. Mr. Lincoln (1952)

Conoscendo la voglia di fare cinema di Kubrick, l’amico produttore Richard de Rochemont, convinse Frank Lloyd ad assumere Stanley come regista della seconda unità per la serie televisiva Mr. Lincoln (girò, tra le altre, la sequenza del funerale). Lloyd (Glasgow, 2 febbraio 1886 – Santa Monica, 10 agosto 1960) era ormai un regista affermato, aveva girato Oliver Twist (1922) con Lon Chaney e il fresco “monello” Jackie Coogan, ma soprattutto aveva vinto due Oscar per The Divine Lady (Trafalgar, 1929) e Mutiny on the Bounty (La tragedia del Bounty o Gli ammutinati del Bounty, 1935). Nel 1952 era impegnato nella serie TV “Omnibus” sulla CBS che in quegli anni ad cercava innalzare il livello della televisione americana con programmi culturali.

Mr. Lincoln, che rientrava in quella serie, venne scritto da James Agee (Knoxville, 27 novembre 1909 – 16 maggio 1955), scrittore, sceneggiatore, critico cinematografico. La parte del protagonista fu affidata a Royal Dano caratterista attivo al cinema (Johnny Guitar, Moby Dick, Il Re dei Re) e in TV (Bonanza, La casa nella prateria, Twin Peaks). Al di la del valore della serie, Kubrick fu prevalentemente impegno nelle riprese esterne in Kentucky, l’esperienza servì al regista per conoscere Agee le cui critiche cinematografiche, pubblicate su “Nation” e “Life”, erano state fonte di ispirazione. Nonostante l’uomo avesse smesso di recensire film nel 1948, promise di guardare Shape of Fear una volta terminato Mr. Lincoln.

12. James Agee

Agee e Kubrick parlarono anche di due progetti su cui lo sceneggiatore stava lavorando. Sceneggiature che ebbero una forte influenza nelle opere future di Stanley. La prima era tratta dal libro “The Blue Hotel” e riguardava una partita a carte in un hotel nel Nebraska isolato dalla neve. La seconda sceneggiatura, invece, venne scritta per Charlie Chaplin, come titolo di lavorazione aveva Scientists and Tramp (Gli scienziati e il Vagabondo). Chaplin e Agee erano in buoni rapporti poiché quest’ultimo fu l’unico critico ad elogiare nel 1947 Monsieur Verdoux. Quando Agee divenne uno sceneggiatore, l’inventore di Charlot gli suggerì di scrivere un film su una paura che i due condividevano, quella di una guerra nucleare. Elementi che torneranno nell’opera di Kubrick.

Nel giugno del 1952, Stanley aveva terminato il montaggio e la sincronizzazione di Shape of Fear, durava sessantasei minuti. Una lunghezza che, seppur minima, fece catalogare il film come lungometraggio. Kubrick mostrò la pellicola ad alcuni critici e a James Agee. Le recensioni furono tutto sommato positive, o così almeno parvero al regista, e spinsero l’autore a proporre Shape of Fear a Joseph Burstyn, l’uomo che aveva distribuito negli USA la maggior parte dei film neorealisti italiani. Benché fosse specializzato in film stranieri, Burstyn accettò, ma suggerì di cambiare nome al film che divenne Fear and Desire (Paura e desiderio).

13. Fear and Desire (1953)

Il cambio del titolo non fu casuale, Burstyn era specializzato in pubblicità con espliciti riferimenti sessuali (Roma città aperta venne lanciato con lo squallido slogan “Più sexy di quanto Hollywood abbia mai osato!”) e, per Fear and Desire, invitò Kubrick a scattare alcune foto a Virginia Leith immortalata con una stretta faccia le metteva in risalto il seno. Il tutto accompagnato dallo slogan “Anche i lupi restano senza fiato di fronte a Virginia Leith”. Il 26 marzo del 1953 si tenne l’anteprima per giornalisti e critica, il 31 la prima per il pubblico.

Precipitati con il loro aereo nel territorio nemico di una guerra astratta e senza tempo, il tenente Corby (Kenneth Harp), i soldati Sydney (Paul Mazursky), Fletcher (Stephen Coit) e sergente Mac (Frank Silvera) avanzano in una fitta giungla per ritornare tra le linee amiche. Corby, il più razionale dei quattro, decide di costruire una zattera per risalire il fiume. Nell’attuare il loro piano, i militari prima uccidono brutalmente tre soldati nemici, colti mentre stavano cenando, poi legano ad un albero una ragazza (Virginia Leith) che li aveva casualmente sorpresi. Sydney, il più fragile del gruppo, viene lasciato a guardia della donna. Ma l’uomo, sempre più in preda alla follia e col chiaro intento di violentare l’ostaggio, slega la ragazza e al tentativo di fuga la uccide. Sydney, sorpreso da Mac, scappa così disperato nella foresta. Gli altri militari, nel frattempo, hanno scoperto un avamposto nemico occupato da un generale (ancora Kenneth Harp) e da un suo sottoposto (ancora Stephen Coit), che decidono, su spinta di Mac, di assaltare per recuperare un aereo e finalmente portarsi in salvo. Così mentre Mac distrae le guardie risalendo il fiume sulla zattera, Corby e Fletcher entrano nella casa e scoprono che i nemici hanno il loro stesso volto. Nonostante la sorpresa li uccidono e raggiungono la base amica. Mac, gravemente ferito, continua la sua risalita sul fiume dove incontra il sempre più pazzo Sydney per poi ricongiungersi, ormai morto, con gli altri due commilitoni.

14. poster promozionale di Fear and Desire

Ispirato alle pellicole di Ejzenštejn, basti pensare al taglio dei primi piani, Fear and Desire è “un sorprendente film di guerra metafisico ed esistenzialista” (Mereghetti) in cui vennero utilizzati alcuni temi kubrickiani: dalla voce fuoricampo, nel film quella di David Allen, alla tematica del doppio, passando per i dubbi esistenziali dei militari e la follia dell’uomo portato al limite. Ma nel primo lungometraggio di Kubrick si trovano anche idee che verranno elaborate in futuro con maggiori mezzi anche da altri registi, basti pensare ad Apocalypse Now (la risalita sul fiume), Vittime di guerra (le tentazioni sessuali) e La sottile linea rossa (i pensieri filosofici dei soldati).

Fear and Desire ottenne positive recensioni anche all’epoca, ma ebbe un successo limitato al botteghino. Burstyn, abbandonando per una volta la sua pubblicità morbosa, lo abbinò a El bruto (The male brute, 1953) di Luis Buñuel, ma il risultato non cambiò. I cinema d’essai erano, di fatto, diffusi solo a New York e Los Angeles, i festival di cinema, più o meno indipendenti, praticamente non esistevano. Il film non ebbe pertanto altri canali di distribuzione, ma fece entrare il regista nell’industria cinematografia. Kubrick, tuttavia, prese quasi subito le distanze da Paura e desiderio bollandolo come “un’opera sciocca e pretenziosa” e, dopo la morte di Joseph Burstyn avvenuta il 29 novembre del 1953, il regista fece tutto quello che era in suo possesso per non far circolare il film, escludendolo da ogni retrospettiva sulle sue opere. Il film scomparve per oltre trent’anni e fu riproiettato solo nel 1991 al Telluruide Film Festival. Tre anni dopo la Warner bros. fu obbligata da Kubrick a diffondere, insieme alle copie del film, una lettera a sua nome che definisse Fear and Desire come “un confuso esercizio cinematografico amatoriale”.

15. Virginia Leith

Grazie a Fear and Desire si fecero un nome, con alterne fortune, anche gli altri protagonisti del film. Lo sceneggiatore Howard Sackler (New York, 19 dicembre 1929 – Ibiza, 12 ottobre 1982) vinse nel 1969 il Premio Pulitzer per la pièce “The Great White Hope”. Virginia Leith (Cleveland, 15 ottobre 1932) continuò la carriera di attrice interpretando ruoli minori in film drammatici hollydoodiani, ma è da ricordare soprattutto per la sua relazione con Marlon Brando. Kenneth Harp (28 marzo 1924 – Los Angeles, 29 marzo 2009) recitò in diverse serie TV e in alcuni B-movie. Per Stephen “Steve” Coit (West Virginia, 27 settembre 1921 – Garden Grove, 21 gennaio 2005) molte serie TV e un piccolo ruolo, quello del detective Farmer, ne Il lungo addio, diretto da Robert Altman. Paul Mazursky (New York, 25 aprile 1930 – West Hollywood, 30 giugno 2014) dopo essere stato attore, divenne sceneggiatore e regista. Ottenne cinque nomination all’Oscar, tra cui quella per il Miglior film per An Unmarried Woman (Una donna tutta sola), senza tuttavia aggiudicarsi il premio. Frank Silvera (Kingston, 24 luglio 1914 – Pasadena, 11 giugno 1970) recitò ancora per Kubrick nonché per George Cukor e Jules Dassin.

Dopo anni passati a lavorare quasi esclusivamente su Fear and Desire, Kubrick rimase nuovamente senza lavoro. Tornò quindi a dirigere documentari su commissione. Nel giugno del 1953 realizzò The Seafarers (I marinai), un documentario a colori e della durata di trenta minuti. Richiesto dalla Atlantic and Gulf Coast of the Seafarers International Union (Sindacato internazionale dei marittimi del distratto della Costa Atlantica e del Golfo), che sperava di aumentare le iscrizioni al sindacato, la pellicola mostra i servizi che l’organizzazione metteva a disposizione dei marinai, dalle attività a terra alla ricerca del lavoro. Un tipico documentario industriale, aperto e chiuso dalle parole del commentatore della CBS Don Hollenbeck suicidatosi l’anno successivo, diretto da Kubrick con limitate innovazioni stilistiche (anche perché il lavoro era supervisionato dallo staff dell’organo di informazione del sindacato “The Seafarers’s Log”), ma ben superiore ai documentari dello stesso periodo. The Seafarers fu ritrovato solo alla fine degli anni ’80.

16. The Seafarers (1953)

L’appartamento di Kubrick, fresco di divorzio, era frequentato da attrici, ballerine, ragazze in cerca di successo. Alla fine del 1952 aveva conosciuto Ruth Sobotka (Vienna, 4 settembre 1925 – New York, 17 giugno 1967) una ballerina con “un bel viso e un corpo mozzafiato”, secondo le parole dell’amico Alex Singer. I due si sposarono il 15 gennaio 1955. I giovani artisti suscitavano in Ruth una sorta di istinto materno, era più vecchia di tre anni rispetto a Kubrick, e guidò il regista nel mondo dell’arte, della danza, della letteratura. Non solo. Ruth lo incoraggiò a farsi crescere barba e capelli e ad indossare qualcosa di più casual.

Il cinema, tuttavia, rimaneva il centro della vita di Stanley. Preoccupato che la sua carriera fosse finita con Fear and Desire, iniziò a scrivere una nuova sceneggiatura. In quegli anni andava di moda il “thriller” che i francesi avevano con qualche successo ribattezzato “noir”, più violento e cupo rispetto a quello di moda negli anni trenta e quaranta. Nelle librerie si trovavano le opere di David Goodis, Horace McCoy e del comunista Jim Thompson, il più amato da Kubrick che, tuttavia, si ispirò per la nuova sceneggiatura “I, the Jury” (“Ti ucciderò”) scritto da Mickey Spillane.

Con l’amico Sackler, che non volle comparire nei crediti poiché temeva che un thriller cupo avrebbe compromesso il suo affermarsi come poeta, Kubrick sviluppò una storia originale ambientata nei bassifondi di Manhattan con protagonisti un pugile, una ballerina e un gangster. Trovati, una volta di più grazie da amici e parenti, i finanziamenti per il film (l’amico Maurice “Moe” Bousel proprietario di due drogherie nel Bronx investì 40000 dollari), il regista si mise alle ricerca degli attori.

17. Stanley Kubrick e Ruth Sobotka

Kubrick provò ad includere nel cast Frank Llyod, il regista della serie Mr. Lincoln, ma quest’ultimo, probabilmente irritato dal successo che ebbe Stanley durante le settimane di lavorazione della serie TV, rifiutò. Per il ruolo del gangster venne nuovamente ingaggiato il giamaicano Frank Silvera che firmò per 1000 dollari la settimana, ma ne ricevette solo 100. Lo sconosciuto Jamie Smith, aveva recitato in The Faithful City (Un americano a Gerusalemme, 1952) del polacco Joseph Leytes, interpretò il pugile. Mentre per il ruolo femminile, dopo diversi provini, venne ingaggiata la modella Irene Kane, nata Irene Greengard e sorella del Premio Nobel per la medicina Paul Greengard, dopo il film trovò la sua strada come saggista col nome di Chris Chase. Infine Ruth Sobotka, la neo moglie di Kubrick, interpretò Iris la sorella della protagonista, oltre ad elaborare le coreografia.

La pellicola durante la lavorazione cambiò tre volte nome da Kiss me, Kill me (Baciami, uccidimi) a Nymph and the Maniac (La ninfa e il maniaco) per arrivare al definitivo Killer’s Kiss (Il bacio dell’assassino). Ma questi non furono gli unici cambiamenti. Durante e dopo le riprese, avvenute tra l’autunno e l’inverno del 1954, furono diversi i momenti di tensione. Gli esterni vennero girati, senza autorizzazione, per le strade di Manhattan. Ci furono difficoltà nel posizionamento dei microfoni, le cui ombre davano fastidio al regista costringendo, quindi, gli attori a doppiare il film in post produzione. Irene Kane si lamentò per una scena, pare poi bruciata da Kubrick, in cui Jamie Smith le stringeva il seno destro. La donna scrisse alla sorella di essere “nelle mani di un maniaco”, rifiutò di dedicare altro tempo al film e scappò in Florida. Il suo personaggio venne, pertanto, doppiato dall’attrice Peggy Lobbin. Silvera iniziò a lamentarsi di aver rifiutato un lavoro off-Broadway. Kubrick, per il suo look trasandato, fu allontanato da un laboratorio di sviluppo e stampa della pellicola. Venne accolto in un altro solo dopo taglio di barba, capelli e doccia.

La pellicola, snobbata da diversi distributori, venne comprata dalla United Artists per 75000 dollari, cifra che copriva a stento i costi di produzione. Il 21 settembre a New York e il primo ottobre 1955 in tutti gli Stati Uniti, uscì Killer’s Kiss.

18. Killer’s Kiss (1955)

Nell’atrio di una stazione Davy Gordon (Jamie Smith) ricorda i giorni appena trascorsi. È un modesto pugile che vive solo nel suo appartamento. Di fronte a lui abita Gloria Price (Irene Kane) la ballerina di uno squallido night. Le loro vite scorrono parallele. Lui viene messo KO durante l’incontro che lo avrebbe portato al titolo mondiale, lei è l’oggetto del desiderio del suo viscido capo Vincent Rapallo (Frank Silvera). La sera stessa, tornato a casa, Davy vede dalla finestra Rapallo che tenta di violentare la ragazza. Corre a salvarla, il boss fugge e Gloria gli racconta, ricordando la danza della sorella Iris (Ruth Sobotka), la sua triste vita. Decidono così di lasciarsi tutto alle spalle e di partire per Seattle. Lui contatta il suo manager Albert (Jerry Jarret) per avere la paga dell’ultimo incontro, lei corre da Rapallo per licenziarsi. Ma il capo del night non ci sta e decide di far uccidere il pugile. I suoi scagnozzi, in un tragico scambio di persona, ammazzano il manager, mentre Gloria viene fatta prigioniera in uno scantinato pieno di manichini. Davy la libera e, dopo un inseguimento sui tetti di New York, l’uomo affronta Rapallo e lo uccide. Si ritorna al presente, alla stazione. Davy non vede arrivare nessuno e pensa di aver ormai perso Gloria, ma la ragazza lo raggiunge poco prima della partenza.

Una volta di più Kubrick attinse da Ejzenštejn e Pudovkin per questo noir appassionante sulla “confusione del vivere”, che deve molto anche all’espressionismo tedesco e a Day of the Fight. Strutturato come un lungo flashback e chiuso con l’inseguimento sui tetti e il duello, Killer’s Kiss ispirò Martin Scorsese per Raging Bull (Toro scatenato) e, assai più modestamente, Matthew Chapman che diresse Kiss of a Stranger (Il bacio di uno sconosciuto).

19. un insolito lieto fine in Killer’s Kiss

Kubrick sviluppò maggiormente la parte formale del film (la fotografia impressionista, il montaggio serrato, la ripresa dei sogni), rispetto alla trama e alla struttura narrativa, al punto che Killer’s Kiss ebbe un insolito e un po’ banale lieto fine. I due giovani non si conoscono minimamente, ma si amano, mentre avrebbe avuto più senso che Gloria lasciasse Davy, solo nella stazione a riflettere amaramente sul suo destino. La scelta, tuttavia, non fu casuale. Il lieto fine andava per la maggiore ad Hollywood e Kubrick sapeva che quella scelta poteva essere un buon biglietto da visita.

Il giovane regista era stato esonerato dal servizio militare ai tempi della guerra di Corea, al contrario dell’amico Alex Singer che aveva prestato servizio nel Signal Corps Photografich Center dell’esercito statunitense. In sostanza aveva fatto l’operatore in una zona di pace. A Long Island, per la precisione, e tornava a casa ogni sera. Con lui anche James B. Harris (New York, 3 agosto 1928), noto a tutti come Jimmy, figlio di un ricco assicuratore di New York. Harris aveva iniziato a lavorare nella distribuzione cinematografica e Singer lo convinse a produrre un cortometraggio. Sul set del corto conobbe Kubrick e vi fu subito una grande simpatia e una forte affinità, in comune Stanley e Jimmy nutrivano anche la passione per la batteria e il jazz.

20. Kubrick e Harris

Harris, dopo essersi congedato, aveva fondato una società di distribuzione televisiva, la Flamingo Films, e iniziò a produrre una serie di cortometraggi sul baseball, ma la sua ambizione erano i lungometraggi. Kubrick lo invitò alla proiezione de Il bacio dell’assassino e poco dopo gli chiese aiuto per la distribuzione di Fear and Desire, ma la società di Joseph Burstyn, che ne deteneva i diritti, era in tale confusione dopo l’improvvisa morte del proprietario, da non essere nemmeno in grado di preparare le carte per la vendita.

Rimase un po’ in disparte Singer che, tuttavia, era ben conscio di aver minore talento di Stanley. Ricavò comunque dei benefici dal lavoro dell’amico. Dopo Killer’s Kiss, infatti, la protagonista Irene Kane lo indirizzò alla rivista di fotoromanzi “Modern Romances” dove diventò il fotografo principale e successivamente un regista, da segnalare A Cold Wind in August (Vento freddo d’agosto, 1961) e Love Has Many Faces (Strani amori, 1965).

Harris e Kubrick si concentrarono, invece, su possibili progetti futuri del regista e da una chiacchierata nella sede della Flamingo Films, nacque la collaborazione che portò alla fondazione della Harris-Kubrick Films. Il primo aveva il pallino degli affari, il secondo aveva un talento unico. La società aprì un ufficio sulla 57° Strada. Poco tempo dopo Harris scoprì su un trafiletto del “New York Post” la recensione del romanzo “Clean Break”, l’opera prima di Lionel White. Il libro descriveva una rapina alle corse dei cavalli ed era sia inusuale che interessante dal punto di vista cinematografico. Kubrick mostrò lo stesso entusiasmo.

21. Gangster in agguato (1954) di di Lewis Allen

I due contattarono i rappresentanti di White, ma gli venne risposto che Frank Sinatra era già in trattativa per i diritti del libro, in quanto voleva farne il seguito di Suddenly (Gangster in agguato), pellicola del 1954 che aveva come tema il tentativo di assassinio del presidente degli Stati Uniti da parte di un gangster. Ma mentre il futuro interprete della leggendaria “My Way” tentennava, Harris si aggiudicò i diritti di “Clean Break” per 10000 dollari. Venne contattata la United Artists, che era interessata al possibile film di Sinatra, ma non così tanto alla versione di Harris e Kubrick. Dopo aver prodotto molti B-movie, lo stesso Killer’s Kiss era così liquidato, la nuova politica della UA era quella di investire in progetti che avessero almeno una star o che fossero gestiti da solidi produttori indipendenti.

Kubrick e Harris non si scoraggiarono e iniziarono a sviluppare la sceneggiatura. Per farlo contattarono Jim Thompson (Anadarko, 27 settembre 1906 – Hollywood, 7 aprile 1977), scrittore tra i più amati dal regista. I protagonisti dei suoi libri erano truffatori, perdenti, psicopatici. Militante comunista, nel 1955 era ai margini dell’editoria e per sopravvivere aveva accettato di fare il correttore di bozze al “New York Daily News”. Thompson non aveva mai lavorato su una sceneggiatura e non stava attraversando un bel momento tra debiti e alcol, ma l’entusiasmo dei due giovani lo contagiò.

22. lo scrittore comunista Jim Thompson

I personaggi di “Clean Break” erano simili a quelli di un altro classico del genere noir, “The Asphalt Jungle” scritto da W. R. Burnett, da cui venne tratto l’omonimo film diretto da John Huston, ovvero non pericolosi gangster, ma gente comune, a cui ci si può anche affezionare. La sceneggiatura venne preparata nei minimi dettagli, con Thompson che traduceva in dialoghi le scene pensate da Kubrick.

La Harris-Kubrick Films non aveva un agente a Hollywood e i due iniziarono a mandare copie della sceneggiatura intitolata Day of Violence (Il giorno della violenza) prima all’agente di White, poi alla United Artist che, tuttavia, rimaneva scettica per l’assenza di una grande star. Harris si convinse che con un grande attore l’affare si sarebbe potuto concludere con qualunque studio.

Harris e Kubrick pensarono a chi rivolgersi. Poi l’intuizione. Giungla d’asfalto e Gangster in agguato avevano una cosa in comune o meglio una persona: Sterling Hayden. L’attore comunista, finito sotto inchiesta negli anni del “maccartismo”, ormai recitava in film a basso costo per finanziare i suoi viaggi in barca e non diede risposte precise. I due così si rivolsero, senza successo, anche a Jack Palance che aveva debuttato anni prima nel noir Panic in the Streets (Bandiera gialla) di Elia Kazan con Zero Mostel. Poi Harris ricevette una telefonata dallo scorbutico agente di Hayden, tal Bill Schifrin, che non capì il nome del regista, ma apprezzò la sceneggiatura. Hayden acconsentì di recitare nel film per 40000 dollari. Harris informò la United Artists, la società fu tutt’altro che entusiasta di far recitare un comunista, ma fu costretta a cedere e offrì “solo” 200000 dollari. Ogni altra spesa sarebbe stata a carico di Harris e Kubrick.

23. Sterling Hayden in Giungla d’asfalto

Finita la sceneggiatura, trovata la star e i soldi, a Kubrick non rimaneva che trovare l’ippodromo. Non fu semplice visto che tutti quelli della zona di New York avevano paura di farsi cattiva pubblicità inscenando una rapina. Più abituati al cinema quelli di Los Angeles. Così, nell’autunno del 1955, la troupe si trasferì a Hollywood.

Il finanziamento della United Artist come prevedibile non bastò. Gli studi della UA erano occupati e Harris fu costretto ad affittare il vecchio quartier generale di Charlie Chaplin, ormai esule in Europa. Da genio a genio, ma fu un costo in più. Il direttore di produzione, Clarence Eurist, era un professionista, ma costava 330000 dollari. Harris investì di tasca sua altri 80000 dollari cui si aggiunsero i 50000 del padre. Tutto fu così fatto al risparmio, quantomeno per gli standard hollywoodiani.

Come operatore Harris mise sotto contratto Lucien Ballard (Miami, 6 maggio 1908 – Rancho Mirage, 1 ottobre 1988), un veterano che aveva realizzato film con Joseph von Sternberg (Marocco, Capriccio spagnolo) e che in seguito lavorò con Sam Peckimpah. Era il marito della bella quanto infedele Merle Oberon che una notte a Roma sorprese nel letto della sua camera d’albergo col conte Giorgio Cini. Lo scandalo che ne seguì gli impedì di trovare lavoro per diversi anni. Sul set del film, reintitolato Bed of Fear (Letto di paura), il rapporto di Ballard con Kubrick fu tutt’altro che semplice. L’amico Singer riuscì a smussare gli angoli e realizzare alcune riprese documentaristiche che Ballard, col suo taglio più cinematografico, non riusciva a filmare secondo i dettami del regista. Singer nei titoli di testa del film figurò anche come “Produttore esecutivo”. La moglie di Kubrick, Ruth Sobotka, curò, invece, le scenografie. Il film venne girato in soli ventiquattro giorni.

24. Rapina a mano armata (1956)

La pellicola venne definitivamente titolata The Killing (Rapina a mano armata), ma interessava così poco alla United Artists che decise di far debuttare il film in uno sperduto cinema di New York, per poi sostituirlo all’ultimo secondo. Uscì finalmente nelle sale il 19 maggio del 1956.

L’ex detenuto Johnny Clay (Sterling Hayden) organizza una rapina in un ippodromo con la complicità di George Peatty (Elisha Cook Jr) un cassiere della struttura, Mike O’Reilly (Joe Sawyer) il barista della stessa, Randy Kennan (Ted de Corsia) un poliziotto corrotto e Marvin Unger (Jay C. Flippen) un vecchio amico che ha una passione per Johnny. Il gruppo si avvale anche dell’aiuto del tiratore scelto Nikki Arcane (Timothy Carey) e di uno scacchista con la passione del wrestling Maurice Oboukhoff (Boris nella versione italiana, Kola Kwariani). Ad esclusione di Johnny, gli altri del gruppo conosco solo la parte del piano che gli compete. Peatty, il più frustrato e insicuro, accenna del piano alla moglie Sherry (Marie Windsor) che corre subito a raccontare il tutto al suo amante, il gangster Val Cannon (Vince Edwards). Il giorno del colpo, con alterne fortune, ognuno fa la sua parte. Nikki uccide il cavallo favorito, creando il diversivo che permette la riuscita del colpo, ma viene ferito mortalmente da una guardia, Maurice crea scompiglio all’ippodromo, gli altri con singole azioni riescono a portare fuori due milioni di dollari. Al momento di spartirsi il bottino, tuttavia, Val Cannon, in cerca della refurtiva, uccide l’improbabile banda di rapinatori per poi essere colpito da Peatty che, ferito gravemente, si trascina a casa per uccidere la moglie prima di morire. Giunto in ritardo all’appuntamento si salva solo Clay che, come previsto dal piano in caso di imprevisto, tiene con se il bottino e prova ad imbarcarsi su un aero insieme alla moglie Fay (Coleen Gray), ma la valigia che contiene le banconote si apre poco prima di essere caricata a bordo e i soldi volano letteralmente via. I due vengono raggiunti dalla polizia.

25. la rapina all’ippodromo

Con un budget più elevato, Kubrick realizzò in piccolo capolavoro. Un gran noir esaltato dalla fotografia, incentrata sull’esaltazione dei toni cupi, tipica dell’espressionismo. Una straordinaria struttura temporale, accompagnata dalla voce narrante, “che usa i flashback non solo per dar conto delle vicende passate, ma anche per esprimere la simultaneità degli eventi” (Mereghetti), una trovata che ispirò in seguito Quentin Tarantino sia per Le Iene sia per Pulp Fiction. Piccola curiosità: uno dei cavalli che corrono all’ippodromo si chiama Stanley K.

Grandissima prova di Hayden, anche se il suo manager minacciò Harris di ripercussioni legali per aver inserito il suo cliente in una storia così “frammentata”, ma fu l’intero cast a funzionare alla perfezione. Un cast per “cinefili” con cui Kubrick dimostrò di conoscere in maniera quasi enciclopedica i noir degli anni quaranta. Elisha Cook Jr (San Francisco, 26 dicembre 1903 – Big Pine, 18 maggio 1995) era già stato “strapazzato” da Humphrey Bogart sia in The Maltese Falcon (Il mistero del falco, 1941) sia in The Big Sleep (Il grande sonno, 1946) diretti rispettivamente da John Huston e Howard Hawks. Joe Sawyer (Guelph, Canada, 29 agosto 1906 – Ashland, USA, 21 aprile 1982) recitò in oltre duecento film tra il 1927 e il 1962. Ted de Corsia, nome d’arte di Edward Gildea De Corsia (Brooklyn, 29 settembre 1903 – Encino, 11 aprile 1973) aveva debuttato in The Lady from Shanghai (La signora di Shanghai, 1947) di Orson Welles per poi specializzarsi principalmente in noir da The Naked City (La città nuda, 1948) di Jules Dassin a The Enforcer (La città è salva, 1951) film diretto da Bretaigne Windust con Humphrey Bogart e Zero Mostel come protagonisti.

26. Elisha Cook Jr e Marie Windsor

Jay C. Flippen (Little Rock, 6 marzo 1899 – Los Angeles, 3 febbraio 1971) recitò in decine di noir e western, su tutti The Wild One (Il selvaggio, 1953) al fianco di Marlon Brando. Timothy Carey (Brooklyn, 11 marzo 1929 – Los Angeles, 11 maggio 1994) era apparso in East of Eden (La valle dell’Eden, 1955) di Elia Kazan. Marie Windsor (Marysvale, 11 dicembre 1919 – Beverly Hills, 10 dicembre 2000) aveva recitato al fianco di John Garfield ne Force of Evil (Le forze del male, 1948) di Abraham Polonsky, ed era stata la bravissima vedova in The Narrow Margin (Le iene di Chicago, 1952) di Richard Fleischer. Vince Edwards (Brooklyn, 9 luglio 1928 – Los Angeles, 11 marzo 1996) aveva da poco debuttato sul grande schermo e in seguito si affermò sul quello piccolo grazie alla serie TV Ben Casey. Coleen Gray (Lincoln, 23 ottobre 1922 – Los Angeles, 3 agosto 2015) aveva lavorato con Howard Hawks e Frank Capra. Discorso a parte per il georgiano Kola Kwariani (Kutaisi, 16 gennaio 1903 – New York, 27 febbraio 1980). Era stato un rivoluzionario e, trasferitosi negli USA, si era affermato come wrestler divenendo, tra l’altro, l’allenatore del leggendario Bruno Sammartino. Kubrick lo aveva tuttavia conosciuto come scacchista, quando il regista guadagnava qualche dollaro scommettendo e vincendo partite. Nelle pause della lavorazione del film erano pertanto soventi le partite e uno scatto di un incontro tra Kwariani e Hayden, con Kubrick spettatore, finì sulla copertina dell’importante rivista “Chess”.

27. Kola Kwariani, Stanley Kubrick e Sterling Hayden

La prima esperienza ad Hollywood provò Kubrick. Troppi gli eccessi, le vanità, il gossip. Non solo, quel clima irreale, mise in crisi il matrimonio con Ruth che finì nel 1957. La donna dopo il divorzio, riprese a frequentare giovani coreografi, come testimoniò l’amico di sempre David Vaughan. Morì a soli 42 anni, pare a seguito dell’allora poco sperimentata pillola anticoncezionale, ma più di una fonte ventilò l’ipotesi suicidio.

Rapina a mano armata fu un insuccesso, incassò solo 30000 dollari contro i circa 330000 che era costato. Come se non bastasse un’altra minaccia incombeva su Harris e Kubrick. Jim Thompson pretendeva, infatti, un risarcimento per essere stato, nei titoli del film, presentato sotto la scritta “Dialoghi aggiuntivi” e non come autore della sceneggiatura. Kubrick definì le accuse infondate, ma per porre fine ad ogni protesta promise allo scrittore un ingaggio di 500 dollari alla settimana per la realizzazione delle sceneggiatura di un successivo film.

Kubrick aveva parlato ad Harris di un oscuro romanzo del 1935 che aveva letto quando aveva quattordici anni. Il volume era stato scritto Humphrey Cobb, scrittore e sceneggiatore canadese nato per caso a Siena, che nel 1934, quando lavorava ad Hollywood, si imbatté in un articolo del “New York Time” che riprendeva l’esito di un processo appena conclusosi in Francia. Le vedove e le famiglie di cinque uomini arruolati forzatamente e fucilati per ammutinamento, avevano citato in giudizio l’esercito, ma il tribunale, pur ammettendo che i militari erano stati condannati ingiustamente, concesse solo un misero risarcimento a due vedove. Alle altre niente. Cobb sviluppò un romanzo con questa traccia e lo consegnò, senza titolo, all’editore statunitense Viking che organizzò una gara a premio per chi avesse suggerito quello più adatto. Il vincitore suggerì una frase tratta dall’opera di Thomas Gray “Elegy written in a country churchyard” (“Elegia scritta in un cimitero campestre”) che recitava: “The paths of glory lead not but to the grave” (“I sentieri della gloria non portano che alla tomba”). Il romanzo venne pubblicato nel giugno del 1935 col titolo “Paths of glory” tradotto in italiano come “Orizzonti di gloria”.

28. le prime edizioni del romanzo “Paths of Glory”

Il libro era esaurito da anni e Harris fu costretto, suo malgrado, a leggerlo tutto nell’unica copia trovata nella biblioteca pubblica di New York. Cobb era morto da tempo, ma la sua vedova vendette insperabilmente i diritti del libro per 10000 dollari. L’idea venne sottoposta alla MGM con la quale la Harris-Kubrick Films aveva avviato una collaborazione a seguito dell’interesse mostrato dal capo distribuzione Dore Schary per Rapina a mano armata. Ma l’uomo rifiutò l’idea, aveva appena prodotto un altro film di guerra (La prova del fuoco, diretto da John Huston), e considerava il genere poco commerciale. Propose, tuttavia, ai due giovani di scovare nell’infinito archivio di testi di cui la MGM possedeva i diritti, il soggetto per un nuovo film. I due accettarono. Harris, tuttavia, formalizzò il contratto con Thompson per la sceneggiatura di Paths of glory.

I due erano assai indisciplinati per i canoni della MGM (giocavano a ping pong nella stanza dei dirigenti…), ma dopo alcune settimane un soggetto catturò l’attenzione di Kubrick. Si trattava di “Brennendes Geheimnis” (“Bruciante segreto”, “Burning Secret”) scritto nel 1914 dal Stefan Zweig, poeta austriaco osteggiato dal Nazismo (suoi molti libri bruciati nel tristemente celebre rogo di Berlino), morto suicida in Brasile nel 1942.

Acquistato dalla MGM quando Zweig era all’apice della carriera, il romanzo parla di un giovane barone che vede un’attraente donna ebrea in una stazione termale di montagna. Per avvicinarsi a lei, l’uomo fa amicizia col figlio. Tra i due adulti nasce una relazione, ma quando il ragazzo sta per spiegare tutto al padre, la madre con un cenno della mano gli fa segno di non parlare. Così mente per salvare la reputazione della madre e impara qualcosa su sessualità e disonestà. Crescendo diverrà anche lui, come il barone, un seduttore di successo.

29. Harris e Kubrick lavorarono per un breve periodo per la MGM

Il soggetto aveva tutto quello che piaceva alla MGM dall’erotismo alla possibilità di sfruttare grandi stelle. Harris non condivideva l’entusiasmo di Kubrick, ma quest’ultimo andò avanti e ingaggiò l’allora semi sconosciuto Calder Willingham (poi autore de Il laureato) per la sceneggiatura. Ma Hollywood odia i giovani talenti, Orson Welles ne sapeva qualcosa, e ben presto la MGM scoprì che Harris e Kubrick stavano lavorando ad un’altra sceneggiatura. Vennero così licenziati. Dore Schary non poté protestare più di tanto, anche il suo contratto con la MGM divenne carta straccia. Burning Secret fu definitivamente abbandonato.

I due amici decisero così di dedicarsi interamente a Paths of glory. Thompson era andato avanti con la sceneggiatura e aveva aggiunto, pare su richiesta di Kubrick, un lieto fine. Una seconda stesura venne messa a punto con l’aiuto di Willingham che il regista non volle abbandonare dopo l’esperienza di Burning Secret.

Harris e Kubrick erano seguiti a Hollywood da Ronnie Lubin, un agente che aveva tenuto i contatti con la United Artist anche durante la lavorazione di Rapina a mano armata. Lubin portò la sceneggiatura a Kirk Douglas, uno dei maggiori attori dell’epoca (e non solo), che, benché affascinato dal soggetto, declinò l’invito poiché impegnato in uno spettacolo teatrale che lo avrebbe tenuto lontano dal cinema per i successivi diciotto mesi. Harris e Kubrick parlarono con Richard Burton e James Mason senza successo. Gli agenti di molte star si rifiutavano addirittura di mostrare ai propri clienti un soggetto così deprimente e poco commerciale.

30. Kirk Douglas strappò il ruolo del protagonista a Gregory Peck

Poi Kubrick ricevette una improvvisa telefonata. Era William Wyler che aveva appena finito di girare il celeberrimo Vacanze romane, con Gregory Peck e Audrey Hepburn. Wyler chiese a Kubrick e Harris una collaborazione per la realizzazione di un suo soggetto How to Steal a Million (Come rubare un milione di dollari e vivere felici, realizzato poi nel 1966 con Peter O’Toole). Ci furono una serie di incontri cui si aggiunse, con una certa curiosità, Gregory Peck. L’attore da una parte manifestò un vivo interesse per Paths of glory, dall’altro offrì ai due amici un film sulla Guerra civile incentrato sulla figura del generale confederato John Singleton Mosby. Kubrick, basandosi sull’esperienza avuta con Mr. Lincoln, iniziò a lavorare sul soggetto chiamato “The 7° Virginia Cavalry Raider” (Il cavaliere della 7° cavalleria della Virginia), ma una seconda telefonata cambiò nuovamente tutto e Peck rimase a bocca asciutta.

Kirk Douglas, infatti, non aveva mai smesso di seguire le revisioni della sceneggiatura di Paths of glory, giunta alla terza versione, e saputo dell’interesse di Peck si affrettò a telefonare a Harris e Kubrick per dire che l’impegno teatrale era saltato. Era pronto per girare il film a patto che si raggiungesse un accordo con la sua società, la Bryna Productions rappresentata dall’agente Ray Stark. “Noi eravamo disperati e loro non avevano scrupoli” raccontò Harris anni dopo. Venne firmato un contratto per cinque film, di cui almeno due con Douglas protagonista, tutti diretti da Kubrick, tutti prodotti da Harris. Ai due amici guadagni solo in caso di incassi.

La collaborazione con Douglas servì, se non altro, a far piovere finanziamenti sul progetto. La United Artists che aveva contribuito con 200000 dollari per Rapina a mano armata, ne investì ben 850000 per Douglas.

Kubrick voleva girare la pellicola a Parigi, ma la Francia non avrebbe mai accolto un film su uno degli incidenti più imbarazzanti del suo esercito. Douglas impose Monaco in Germania e Kubrick a malincuore accettò.

31. Sazanne Christian, pseudonimo di Christiane Harlan

La sceneggiatura continuava a far discutere gli autori. Thompson, Willingham e perfino Douglas volevano mantenere lo spirito del libro, Kubrick difendeva l’idea di far annullare la sentenza di morte. Alla quinta e ultima stesura il regista si arrese, anche se non completamente convinto, ma chiese di aggiungere un’ultima scena al film. Se non un lieto fine, una nota positiva. Insieme a Willingham scrisse una scena in cui i soldati, dopo aver assistito alla fucilazione, sono in un taverna e ascoltano una giovane ragazza tedesca che, in lacrime, inizia a cantare una vecchia canzone popolare “Der Treur Ussar” (“Il soldato fedele”). Dopo l’iniziale disappunto, i militari iniziano ad intonare la canzone, commuovendosi.

Harris di ritorno dagli Stati Uniti, dove si era recato per presentare la quinta sceneggiatura che da contratto doveva essere approvata dalla United Artists, andò su tutte le furie. Kubrick aveva infatti proposto per la parte, una giovane ragazza che era diventata la sua amante. La giovane donna aveva recitato per la TV tedesca col nome d’arte di Sazanne Christian, ma il suo nome era Christiane Harlan ed era la nipote del regista nazista per eccellenza, Veit Harlan autore di Süss l’ebreo. Kubrick, che ebreo lo era per davvero, non cambiò idea ne sulla donna che divenne sua moglie, ne sulla scena. Fu Harris a cambiare opinione dopo aver visto una prova. Per la musica venne nuovamente ingaggiato Gerald Fried, che aveva curato le musiche dei precedenti film del regista. Il giorno di Natale del 1957 uscì a New York Paths of glory (Orizzonti di gloria).

32. Orizzonti di gloria (1957)

Nel 1916 sul fronte francese della Prima guerra mondiale, il generale Broulard (Adolphe Menjou) convince il generale Mireau (George Macready), che punta ad un avanzamento di grado, ad attaccare il “Formicaio”, un’inespugnabile postazione tedesca. L’azione, guidata controvoglia dal colonnello Dax (Kirk Douglas), è un suicidio. Gli uomini di Dax, sfiniti dai precedenti combattimenti, fanno fatica ad avanzare e molti non riescono nemmeno a lasciare la trincea. Mireau, irritato, ordina al capitano Rousseau (John Stein) di sparare sulle proprie truppe, ma il sottoposto si rifiuta. L’attacco fallisce miseramente lasciando molti morti sul campo. Mireau convince così Brouldard che la disciplina esige un sacrificio e pretende che tre uomini, una per ognuna delle tre compagnie, vengano processati per viltà e codardia dalla corte marziale. I tre militari portati in giudizio sono: il caporale Paris (Ralph Meeker) scelto perché odiato dal suo diretto superiore, il soldato Ferol (Timothy Carey) indicato dai suoi stessi commilitoni perché individuato come “socialmente pericoloso” e il soldato Arnaud (Joe Turkel), valoroso combattente, tirato a sorte. Il colonnello Dax, che è un avvocato, si offre di difenderli, ma è tutto già deciso dalle gerarchie militari. Il procuratore Saint-Auban (Richard Anderson) condanna a morte per fucilazione i tre soldati. L’esecuzione è prevista per la mattina seguente. Dax prova un ultimo disperato tentativo rivelando al generale Broulard le responsabilità e le colpe di Mireau nell’attacco suicida, ma il generale non ne tiene conto, ma dopo l’esecuzione decide di aprire un’inchiesta su Mireau e propone a Dax di sostituirlo. Quest’ultimo, tuttavia, rifiuta e dopo essere stato insultato dal generale (“Lei è un idealista, la compiango come un minorato”), raggiunge i suoi soldati che in una pausa stanno bevendo in una angusta taverna. Il proprietario del locale (Jerry Hausner) presenta loro una “preda di guerra”, una giovane ragazza tedesca (Suzanne Christian) che, impaurita e in lacrime, inizia ad intonare un melodia, seguita, al di la di ogni barriera, dagli stessi militari.

Un capolavoro che mostra l’assurdità della guerra senza far vedere un nemico (l’unico tedesco che si vede è la ragazza alla fine del film) e mette in risalto, in modo impietoso, l’ottusità e il sadismo delle gerarchie militari (nel libro il fulcro del racconto era, invece, la storia dei militari accusati ingiustamente). Ma Orizzonti di gloria fu, una volta di più, un saggio delle abilità stilistiche di Kubrick dove ogni ripresa, ogni movimento di macchina (leggendaria quella nella trincea), ogni angolazione di ripresa avevano un senso preciso e davano spessore al film.

33. Adolphe Menjou e Kirk DouPaths of Gloryglas

Il più efficace e commovente film antimilitarista di tutti i tempi. Venne elogiato da Winston Churchill per le ricostruzioni accurate e il realismo, ma fu talmente forte da essere bloccato in Germania fino al 1960, in Francia fino al 1976 (con Kubrick minacciato di essere incriminato per diffamazione per aver messo in discussione l’onore della nazione), in Spagna fu ufficialmente distribuito solo a partire dal 1986. Negli Stati Uniti ebbe una distribuzione solo grazie alla presenza di Douglas, ma il Dipartimento della Difesa ne proibì la proiezione in tutte le basi americane.

Nel cast, oltre a Kirk Douglas, che non ha certo bisogno di presentazioni, da segnalare: Adolphe Menjou assolutamente geniale nella parte del generale Broulard e George Macready (Providence, 29 agosto 1899 – Los Angeles, 2 luglio 1973) era stato il marito di Rita Hayworth in Gilda (1946) di Charles Vidor, ma fu Kubrick ad esaltarlo al meglio nella parte del generale Mireau. I tre militari accusati di codardia vennero, invece, interpretati da Ralph Meeker (Minneapolis, 21 novembre 1920 – Woodland Hills, 5 agosto 1988) che debuttò sul grande schermo nel film Die Vier im Jeep (Quattro in una jeep) Orso d’Oro a Berlino nel 1951 per poi interpretare numerosi film e serie TV; Timothy Carey, aveva già fatto il cecchino in Rapina a mano armata, non sapeva proprio recitare, ma Kubrick trovava qualcosa in lui al punto da rivolerlo; Joseph “Joe” Turkel (New York, 15 luglio 1927) che collezionò più apparizioni di chiunque altro nei film di Kubrick.

Orizzonti di gloria fu completamente fuori dagli schemi hollywoodiani e fece capire al mondo la maestria di Kubrick, il cui stile non era quello dei film commerciali, ma nemmeno quello del cinema d’autore europeo. Aveva uno stile unico e non aveva neppure trent’anni.

LA SECONDA PARTE

LA TERZA PARTE uscirà martedì 25 dicembre

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Stanley Kubrick. La biografia” di John Baxter – Lindau
“Tutti i film di Stanley Kubrick” di Paul Duncan – Lindau
“Kubrick” di Michel Ciment – Rizzoli
“Invito al cinema di Kubrick” di Ruggero Eugeni – Mursia
“Rapina a mano armata” di Roberto Curti – Libro – Lindau
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: immagine in evidenza da it.wikimedia.org e Screenshot del film Orizzonti di gloria, foto 1, 3, 4 da pinterest.com, foto 2 da ru.wikimedia.org, foto 5 da it.wikimedia.org, foto 6, 7 Screenshot del film Day of th Fight, foto 8 Screenshot del film Fliyng Padre,

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Corso Cinema
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