Sinistra, la prima cosa da fare? Guardare in faccia la realtà

Parto dai due elementi che più mi hanno colpito nelle discussioni all’interno della sinistra di alternativa dopo il risultato delle elezioni europee. Il primo elemento è che sono ancora...

Parto dai due elementi che più mi hanno colpito nelle discussioni all’interno della sinistra di alternativa dopo il risultato delle elezioni europee.

Il primo elemento è che sono ancora tanti, troppi, coloro che si mostrano inconsapevoli, o poco consapevoli, della effettiva drammaticità della fase storica che stiamo vivendo. Che stiamo vivendo, si badi bene, da diversi anni; per quanto forse solo adesso, con quest’ultimo esito elettorale, essa si stia manifestando in tutte le sue implicazioni.

Più ancora che al nitido prevalere delle culture e dei provvedimenti reazionari sul piano della politica e delle istituzioni, mi riferisco soprattutto alla ampia, brutale e sempre più consolidata regressione dei valori di civiltà all’interno del corpo sociale. Anzi, io ritengo che il nuovo quadro politico italiano, con la Lega e Fratelli d’Italia che coprono oltre il 40% dell’elettorato attivo, non sia altro che una conseguenza, un riflesso di ciò sta crescendo nelle convinzioni, nei sentimenti e nei desideri di amplissimi strati, anche popolari, della società italiana. Quando un partito come la Lega, che coltiva profonde assonanze culturali con l’identitarismo razziale della tradizione nazista, diventa il primo partito in tantissimi comuni d’Italia, e anche in luoghi molto simbolici sulla questione dei migranti come Pantelleria e Riace, è evidente che siamo alla fase più difficile, più pericolosa della storia della Repubblica.

Che questo semplice fatto resti ancora largamente incompreso, e comunque sostanzialmente ininfluente nei ragionamenti di chi si pone come soggettività critica dello stato di cose presenti, io non lo reputo un semplice limite, ma un vero e proprio disastro.

Peraltro quello che sta succedendo in Italia – e vengo al secondo elemento di criticità delle discussioni nella sinistra anticapitalista – si colloca in un contesto internazionale segnato da modificazioni non solo gigantesche, ma anche difficilmente reversibili. Una per tutte: la crisi sempre più accentuata dell’assetto liberista delle relazioni internazionali. Ai miei occhi appare davvero incomprensibile la sottovalutazione della guerra commerciale che si sta sviluppando in tutto il mondo: non solo tra USA e Cina, ma anche tra USA e Europa. Proprio in questi giorni Trump è in Gran Bretagna per proporre agli inglesi di accelerare la Brexit, di farla anche senza accordo con la Unione Europea, e di dar vita a una nuova alleanza anglosassone. Per ora “solo” politica ed economica. Per ora…

D’altronde, le linee di frattura si infittiscono dentro la stessa Unione Europea. Molti si affannano a dire che il nuovo parlamento sarà comunque dominato dai “liberisti” e non dai “sovranisti”. Al di là del fatto che nella Unione Europea il parlamento pesa per il poco che pesa, io mi chiederei: ma Macron è un liberista? E lo è davvero la Merkel? Ed è proprio sicuro che la cultura liberista sia ancora egemone nel gruppo dei popolari, cui sono iscritti diversi partiti di governo (per esempio quello ungherese) che indicare come “sovranisti” è un puro eufemismo?

Forse è arrivato il momento di dirci qualcosa di più preciso proprio sul concetto, intrinsecamente ambiguo, di “neoliberismo”. Dirci, ad esempio, che gli Stati e le alleanze di Stati non sono mai venuti meno, neppure nei momenti di maggiore apoteosi dell’ideologia neoliberale; e che in particolare gli USA, culla del neoliberismo, sono stati anche quelli che, nell’ultimo decennio, hanno maggiormente accentuato l’intervento pubblico sul piano interno.

In ogni caso, a me pare che la centralità politica del pensiero neoliberale sia in rapidissimo declino, e che l’ideologia nazionalista e neo-identitaria non soltanto tende a divenire prevalente ovunque, ma stia già modellando i processi politici più significativi: dalla costruzione delle “democrature” (che cominciano a sostituire un po’ ovunque le democrazie parlamentari) alle esplicite contrapposizioni economiche, geopolitiche e militari.

Io non dico che bisogna essere d’accordo col Papa o con gli zapatisti, che parlano di “quarta guerra mondiale a pezzi”, coi segmenti di guerra guerreggiata che si moltiplicano continuamente a scala planetaria e lambiscono anche il mondo attorno a noi, attorno alla vecchia Europa. Ma è un fatto che l’altra sponda del Mediterraneo sta ripetendo decisamente in peggio i sinistri fasti della dissoluzione dell’ex-Jugoslavia e dei paesi dell’est; così come è un fatto che da alcuni anni crescono ovunque le spinte nazionaliste, col loro corredo di chiusure e guerre, per ora prevalentemente commerciali, ma non solo commerciali.

Di fronte a tali scenari, mi pare davvero inadeguato ciò che leggo e sento in giro a proposito del nazionalismo, e cioè che esso, da un lato, nascerebbe come semplice “reazione di pancia” per i guasti prodotti dalle politiche di austerità finanziaria e per le troppe delusioni generate dalle sinistre liberali e socialdemocratiche, mentre, dall’altro lato, sarebbe un nazionalismo comunque “liberista”. Sono due tesi del tutto fuorvianti: la prima, perché nasconde il carattere di “ideologia forte” del nazionalismo e misconosce il suo peso costante nelle vicende storiche della modernità, la sua presenza drammaticamente viva nella stessa storia italiana, il suo tratto di “tentazione perenne” per le classi medie e le classi popolari all’interno dello sviluppo, inevitabilmente squilibrato, del capitalismo; la seconda, perché si abbarbica ad un paradigma interpretativo, il liberismo, che già da qualche decennio non è capace di spiegare sensatamente il mondo contemporaneo, e per di più lo ripropone all’interno di un ossimoro piuttosto fantasioso e poco comprensibile, mettendo assieme due paradigmi interpretativi – nazionalismo e liberismo – che tirano l’uno dalla parte opposta all’altra.

In sintesi, io sono molto preoccupato perché, finanche dopo l’evidenza squadernata dalle elezioni europee, registro comunque una grave insufficienza di elaborazione nei discorsi dei militanti della sinistra politica e sociale di orientamento marxista. Non parlo solo di Rifondazione Comunista e Sinistra Italiana, ma proprio dell’insieme di ciò che è ancora possibile chiamare “sinistra di alternativa”.

E vengo dunque a cosa vorrei che accadesse in questo piccolo milieu politico, così segnato dalle cicatrici. E la dico per punti schematici:

  • Proprio perché l’esito elettorale è stato particolarmente disastroso, ed è arrivato dopo ripetute disfatte sia politiche che elettorali, non è possibile cavarsela col semplice elenco degli “errori” e cambiando i gruppi dirigenti. Quest’esito chiama in causa, infatti, direttamente la consistenza storica della proposta strategica sul piano elettorale, ponendo tutti davanti al seguente, spinosissimo interrogativo: se davvero ci sia, nell’Italia di oggi, uno spazio di effettiva rappresentanza politica per chi non si sente riconciliato col capitalismo; uno spazio, cioè, che arrivi nelle istituzioni con modalità autonome ed indipendenti tanto dalle forze socialdemocratiche quanto dalle forze populiste.
  • A tale complicato interrogativo di portata storica, va aggiunta una più autentica consapevolezza della estrema esiguità e della obiettiva inefficacia delle forze che si autodefiniscono “partiti”, o che comunque si ritengono soggetti politici strutturati. Intendo non solo Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana, Altra Europa, Partito del Sud e Sinistra Anticapitalista, ma anche tutti gli altri, da Dema ai Comunisti italiani a Potere al popolo. Ciascuno di essi potrebbe citare una presenza particolarmente attiva in un luogo, in dieci luoghi, anche in cento luoghi; o un risultato elettorale non disdicevole in un comune, in dieci comuni, o anche in cento comuni. Ma ciò che distingue il materialismo storico da ogni altra idea della storia è sempre lo sguardo di insieme, la logica della totalità. Da questo punto di vista, che è quello che vale, la sinistra di alternativa in Italia è oggi semplicemente inesistente.
  • In un quadro così avvilente, il pericolo peggiore da cui guardarsi è la reazione microidentitaria e macroburocratica, col rinserrarsi delle minuscole file ancora organizzate e con la supponenza, detta e non detta, di avere se non la verità in tasca, comunque la storia dalla propria parte. Reputo che la stessa liturgia delle dimissioni dei dirigenti (ma ha ancora senso parlare di dirigenza e base in una tale situazione?), o peggio ancora la liturgia dei congressi straordinari, conferenze di organizzazioni e quant’altro, sarebbe oggi null’altro che una sterile reazione microidentitaria e macroburocratica. Molto meglio, per come la vedo io, se per esempio Rifondazione e Sinistra italiana, ma non solo loro, dichiarassero l’autosospensione delle segreterie locali e nazionali, e invitassero tutte e tutti a vivere i prossimi mesi con una dinamica assembleare, incentrata sulle assemblee di territorio. Senza logiche di maggioranze e minoranze. Se succedesse, si darebbe un positivo segnale di cambio di passo.
  • Una delle prime cose da fare è un deciso stop alle presunte discussioni sui social: “presunte” perché sono tutto fuorché discussioni, e non potrebbe essere altrimenti. Va invece incentivato dappertutto l’incontro diretto, perché, prima ancora dei contenuti e delle linee politiche da definire e condividere, c’è ora la fondamentale necessità di auto-riconoscersi in quanto persone che intendono fattivamente costruire ciò che manca, e che davvero servirebbe nell’Italia di oggi: appunto, la sinistra di alternativa. C’è bisogno, in altre parole, di un nuovo pactum societatis; e ciò prima di ogni altra cosa. Prima della stessa “linea politica”.
  • Poiché neppure la necessaria, franca “dichiarazione di crisi” della Sinistra di alternativa fermerà il mondo, io proporrei che l’ultimo simbolo presentato alle elezioni generali, appunto “La Sinistra”, fosse messo a disposizione di tutto il milieu piccolo e variegato della sinistra antagonista, anche di chi non ha ritenuto di parteciparvi o di sostenerlo. Andrebbe cioè riproposto come simbolo per tutte le iniziative politiche e di propaganda, a partire dalla campagna contro l’autonomia regionale differenziata, e non solo per eventuali presentazioni elettorali. Sapendo però che siamo all’anno zero.
  • È soprattutto la raccomandazione dell’umiltà che questa ultima disfatta ha bruscamente consegnato a quanti intendono ancora contrastare non solo il similfascismo, che rappresenta il pericolo specifico immediato, ma anche il capitalismo, che resta sempre attivo come negazione complessiva delle aspirazioni umane all’uguaglianza, alla libertà e alla solidarietà. In ogni caso, uno dei primi nodi da sciogliere sarà quello delle elezioni di quest’autunno e dell’anno prossimo in diverse regioni, tra cui la Campania. E ciò senza considerare che potrebbero anche esserci elezioni politiche ravvicinate. Sia per quanto riguarda le regioni, sia per quanto riguarda eventuali elezioni politiche, io penso che bisognerebbe discuterne laicamente, senza sentirsi in obbligo di presentare le liste. E se si decidesse per la presentazione, mi parrebbe comunque indispensabile procedere con modalità che non inchiodino in partenza alla pura testimonianza.

RINO MALINCONICO

da la-sinistra.it

foto tratta da Pixabay

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