Sinistra Italiana verso il congresso: il documento politico

Testo-base del documento approvato dalla Commissione Progetto

C’è alternativa

1. SINISTRA ITALIANA nasce perché c’è alternativa.

Una politica che serve a chi ne ha bisogno, una sinistra restituita al popolo, un partito come strumento di riscatto ed emancipazione. Questa è la nostra sfida.

C’è alternativa alla guerra, alla società ingiusta, allo sfruttamento del lavoro, alle crescenti diseguaglianze, al degrado della biosfera, all’oppressione di genere, al decadimento della democrazia e della libertà. C’è alternativa al neoliberismo e alle istituzioni, sovranazionali e nazionali, che ne condividono o ne subiscono passivamente la logica.

“Non c’è alternativa” è stato il cuore dell’ideologia neoliberista e del pensiero unico diventato linguaggio e senso comune. E’ un’idea – nutrita dell’Ultima Utopia, il Mercato che si autoregola – che rimuove la storia dell’umanità, figlia delle alternative, e ne oscura il futuro, invece aperto a infinite possibilità. E’ di cinquant’anni fa. Ma la promessa allora fatta dai poteri dominanti di un mondo nuovo, unificato e pacificato, è andata in fumo.

La crisi che stiamo vivendo non è solo economica, ma coinvolge profondamente la natura stessa della politica. La prima domanda che ci dobbiamo porre, nel costruire una nuova forza politica, è: a chi e a che cosa serve la politica? Negli ultimi trent’anni la politica è diventata ancella di un’economia che ha allargato la forbice delle diseguaglianze, destrutturato i diritti e impoverito milioni di persone. La sinistra socialdemocratica -in Italia come in Europa- messasi al vento della globalizzazione neoliberista, ha perso contatto con i propri corpi sociali di riferimento. Se “non c’è alternativa”, allora la politica si riduce a mera amministrazione, quando non a strumento feroce dei ricchi e dei potenti. Il neoliberismo è un sistema, ideologicamente armato, nel quale il denaro ha il primato sull’uomo e perde valore la democrazia rappresentativa e partecipativa. Noi abbiamo il dovere di opporci a questo sistema. Sapendo che –dopo la Brexit, dopo la vittoria di Trump, persino dopo il referendum costituzionale italiano- c’è il rischio che si apra, in assenza di una sinistra riconoscibile, un’alternativa regressiva.

“Sinistra e destra sono categorie superate”: la sentenza è continuamente ripetuta, ma è falsa. Serve a coprire il tentativo delle destre politiche, in atto su larga scala ad Oriente come ad Occidente, di rendersi beneficiarie dei disastri compiuti dalla destra economica. Riattivando i virus sempre coltivati nel corpo del Moderno dai blocchi conservatori e reazionari: xenofobia, pregiudizi etnici e razziali, fondamentalismi religiosi, ipernazionalismi, superstizioni antiscientifiche, sessismo, omofobia, culto cieco del denaro, dei capi, dei demagoghi. Per noi restano fondanti i valori dell’antifascismo, della libertà e della giustizia sociale, valori fondanti da cui vogliamo ripartire per costruire un’offerta politica nuova.

Vogliamo riaffermare il senso e l’utilità dell’azione politica facendo prima di tutto una scelta netta, schierandoci dalla parte di chi non ha ricchezza né potere, di chi è oppresso e sfruttato, di chi vive del proprio lavoro, di chi vorrebbe farlo ma non può e di chi un lavoro neanche lo cerca più. Ma nella nostra società non c’è solo sofferenza e imbarbarimento: ci sono pratiche di organizzazione e resistenza, ci sono saperi diffusi ed esperienze condivise, c’è la generazione più istruita della storia del nostro paese.

Vogliamo che sia sempre tenuto presente il punto di vista degli ultimi, dei diseredati e delle vittime delle ingiustizie, perché è da come si trattano gli ultimi che si riconosce il grado di civiltà di una società. Vogliamo far emergere e valorizzare le potenzialità di innovazione e cambiamento del nostro paese, raccogliendo le forze di coloro che nella nostra società hanno interesse concreto alla trasformazione dello stato di cose presenti. È possibile trovare queste energie nelle associazioni, nelle scuole, nelle università e nei centri di ricerca,, nei quartieri dove si pratica mutualismo e aggregazione, nei luoghi di lavoro, nelle eccellenze fuggite all’estero per necessità. Ci impegniamo attraverso l’attività politica a creare le condizioni perché ciascuno possa realizzare i propri progetti di vita libero dal bisogno e da ogni forma di oppressione e di sfruttamento materiale e intellettuale.

Decisivo elemento di forza dell’alternativa è la capacità delle donne di diventare protagoniste del cambiamento. Lo si è visto in mille episodi di resistenza, nei giorni francesi del Nuit debout, nella strepitosa lotta delle donne polacche contro il divieto di aborto nelle combattenti di Rojava e nella rivoluzione culturale da loro intrapresa, nella grande mobilitazione femminista italiana del 27 Novembre, nell’assunzione di responsabilità delle donne nella campagna referendaria.

Pensiamo ad un soggetto politico utile più utile agli altri che a se stesso, con programmi e valori radicali come radicali sono i problemi del nostro tempo. Rivendichiamo autonomia nell’azione politica, sociale e ideale per incidere sulla vita concreta delle persone, per un cambiamento della società, per una riforma intellettuale e morale.

Per questo serve un soggetto politico che agisca in discontinuità con la storia recente di chi ha tutelato più gli interessi dell’establishment piuttosto che le fasce popolari e del ceto medio che si impoverisce in termini materiali e di diritti. Un soggetto politico che radicandosi raccolga le istanze di giustizia sociale ed emancipazione collettiva, e rappresenti i bisogni di coloro che nella società non si arrendono all’egoismo e alla solitudine.

Un’alternativa politica è possibile; serve più giustizia sociale, redistribuire reddito e ricchezza, liberare il lavoro dallo sfruttamento e dalla precarietà, tutelare i beni comuni e l’ambiente, riaffermare i diritti sociali e civili come strumento di emancipazione individuale e collettiva. Per fare ciò ci impegneremo a costruire l’alternativa insieme a tutti quei soggetti, a partire dagli uomini e le donne che vorranno condividere questo percorso di riscatto, per ricostruire un rapporto nuovo tra politica e società.

La crisi del compromesso socialdemocratico ha reso evidente il carattere predatorio del capitalismo, quando non ha oppositori nello Stato e nella società. Nessun nuovo equilibrio sarà possibile senza il conflitto e senza un mutamento dei rapporti di forza. Fermare l’austerità e il neoliberismo, invertire la tendenza verso la privatizzazione e la precarizzazione e mettere in campo riforme strutturali e di sistema sono i presupposti necessari a una trasformazione radicale dell’economia e della società. Sinistra italiana nasce con l’ambizione di essere soggetto collettivo protagonista di questo processo di cambiamento.

La politica deve tornare ad essere strumento per l’affermazione del bene comune, redistribuire potere -oggi accentrato in mano a ristrette élites e lobbies finanziarie- dall’alto verso il basso. Mettere in campo l’alternativa all’attuale stato delle cose è possibile se liberiamo la politica da chi la tiene in ostaggio al solo fine di tutelare interessi particolari a discapito della collettività. Serve liberare la politica da ogni forma di corruttela, affarismo e impoverimento morale nel quale è decaduta per conquistare il consenso e la fiducia di milioni di persone che ormai non si recano più alle urne perché sfiduciate, tradite. È in questo vulnus che affondano le ragioni della crisi delle democrazie occidentali, di cui l’Europa (e l’Italia) ne sono la rappresentazione più efficace.

Una politica che serve a chi ne ha bisogno, una sinistra restituita al popolo, un partito come strumento di riscatto ed emancipazione. Questa è la nostra sfida.

2. Il disastro politico planetario della globalizzazione neoliberista.

L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America segna un punto di svolta. L’esponente più disinvolto e di destra dell’establishment ha guidato la rivolta degli esclusi e dei sommersi contro l’establishment. Protesta sociale (vita e lavoro precari, bassi salari, impoverimento delle classi medie, disumanizzazione, diseguaglianze estreme) e fantasmi ideologici (suprematismo bianco, razzismo, xenofobia, fondamentalismo religioso) si sono miscelati in un impasto politico esplosivo. Vinte le elezioni cavalcando il popolo contro le élites, l’amministrazione Trump si presenta formata da miliardari, militari aggressivi, ideologi fanatici, uomini della finanza speculativa. E Wall Street vola.

Il quadro globale non è rassicurante. Fenomeni diversi, ma che interrogano sul prossimo futuro del mondo. Trump sembra portare a compimento la crisi della democrazia liberale. Putin insegue il sogno dell’impero russo. Erdogan punta alla riunificazione ottomana dell’islamismo premoderno. La Cina mira al primato economico in un mondo disconnesso. L’Europa – tanto più dopo lo shock della Brexit – ha perso voce e funzione.

Il disastro politico planetario della globalizzazione neoliberista è servito.

Fa paura la somma della crisi economica planetaria con la crisi democratica, e il sollevarsi di un’ondata reazionaria e nazionalista. Aveva visto chiaro il movimento esploso a cavallo del nuovo secolo, da Seattle a Genova, da Porto Alegre e Firenze. Ora bisogna trarre le conseguenze politiche da quanto è accaduto.

Se “non c’è alternativa”, la politica in Occidente diventa prigioniera di un finto bipolarismo che la distrugge: da una parte il partito unico dell’establishment, della tecnocrazia neoliberista, dell’élite globalizzata che ha prodotto sia la crisi del 2008 sia la sua disastrosa gestione in termini di austerity, in particolare nell’Europa meridionale; e dall’altra il nazionalismo reazionario, i partiti dell’odio e della violenza, pronti ad approfittare della rabbia popolare per incanalarla verso il diverso, il nero, il migrante, soffiando sul fuoco del conflitto etnico e religioso, ma sempre dalla parte del potere economico e di chi lo detiene.

Sembra un n vicolo cieco, la morte della politica e della speranza. È per questo che serve uno spazio politico nuovo. È per questo che serve una sinistra radicalmente alternativa sia al partito unico dell’establishment neoliberista sia alla destra nazionalista e reazionaria. Una sinistra che a partire dalla battaglia contro le disuguaglianze e il sistema economico che le produce ricostruisca gli elementi necessari alla fratellanza oltre i confini. Una sinistra che contenda alla destra il campo dell’opposizione e dell’alternativa all’austerity e al neoliberismo, per salvare se stessa, l’Europa e il mondo dalla deriva attuale. La competizione sfrenata tra gli individui e tra le nazioni, che la globalizzazione neoliberista impone, non può che portare a nuovi Orban e nuovi Trump, al rischio di un’escalation drammatica nelle relazioni internazionali e alla catastrofe ecologica. Il rischio non si affronta alimentando il conflitto etnico-religioso o solo gonfiando la pura indignazione morale, ma con l’azione di trasformazione della realtà e col governo democratico dell’economia.

A questo serve la sinistra, una sinistra che lotta contro l’ordine costituito della globalizzazione e contro le nuove ambizioni imperiali in Europa e in Asia.Dalle donne e dagli uomini che combattono Daesch in Rojava ai movimenti dell’ America Latina, dalle lotte contro l’austerità in Europa alla sinistra di Bernie Sanders negli Stati Uniti, da Podemos a Syriza, dalla Linke a Izquierda Unida al Labour di Corbyn, la battaglia contro l’odio, l’oppressione e lo sfruttamento è aperta. il partito che vogliamo costruire deve esserne strutturalmente parte, stabilendo relazioni internazionali, a livello europeo e globale, con tutti i soggetti impegnati nella resistenza e nell’alternativa democratica al dominio del profitto e del pensiero unico. Il partito che vogliamo costruire deve costruire relazioni internazionali con tutti i soggetti impegnati nella lotta per una alternativa democratica al dominio del capitale finanziario e al pensiero unico, a livello internazionale e a livello nazionale, con i soggetti della rappresentanza sociale come Cgil, Arci e Anpi, protagonisti della vittoria del No nel recente referendum costituzionale.

3. Il capitalismo, nella sua forma attuale, è incompatibile con gli equilibri della vita sul pianeta Terra, e con una evoluzione desiderabile della civiltà umana.

Sinistra Italiana si definisce innanzitutto in rapporto al sistema-mondo, e alla fase storica, quella della globalizzazione neoliberista, iniziata nell’ultimo quarto del ‘900. E’ la fase del Finanzkapitalismus. Gli effetti sono misurabili: integrale svalorizzazione del lavoro (mezzo miliardo di lavoratori dell’ovest sono stati messi in concorrenza con due miliardi di lavoratori dell’est e del Sud , con le legioni del precariato e l’esercito di riserva dei disoccupati); mercati del lavoro che si configurano come luoghi primitivi in cui vige la legge del più forte; intolleranza verso le rappresentanze del lavoro, i sindacati; crescita inedita della diseguaglianze, secondo la proporzione messa sulle bandiere da tanti movimenti: 1/99% (tanto da far parlare del formarsi di una “superclasse”, i “signori dell’universo”, che ha operato una “secessione dal resto dell’umanità”); crisi delle democrazie, espropriate dal potere sovranazionale del denaro; accelerazione dei cambiamenti climatici, fino alla possibilità di curve catastrofiche degli aumenti della temperatura

E guerra. La globalizzazione neoliberista si è presentata con una promessa di unificazione e pacificazione del mondo. Il risultato è una vasta regressione etnica, tribale, fondamentalista, una risorgenza di razzismi e xenofobie, derive dispotiche, e una moltiplicazione dei fronti di guerra, compresi quelli di nuovo tipo aperti –in Asia, in Africa, nelle metropoli europee e americane- dal terrorismo islamista di Daesch. La svolta a gomito è esattamente negli anni d’esordio del millennio, 2001/2003: dopo le Towers, Afghanistan e Iraq. L’errore capitale della prolungata occupazione dell’Afghanistan e dell’invasione dell’Iraq è ora largamente riconosciuto. Ora. Ma va ricordato che nel momento in cui esso veniva compiuto intuirono il passo falso e si opposero formidabili movimenti: la “terza potenza mondiale”. L’Italia si riempì con moto spontaneo di bandiere arcobaleno alle finestre. Altri passi falsi si stanno compiendo, che reclamano un’attenzione e un’azione politica, perché forieri di pericoli estremi. Su tutti, il progetto di dispiegamento Nato (per la verità voluto dagli ultimi Presidenti americani, compreso Obama) lungo l’intera frontiera russa, dai Paesi baltici all’Ucraina. Il primo effetto verificabile è l’innesco di una nuova corsa agli armamenti, e il risorgere di una minaccia atomica. Lo stop a questa escalation è benvenuto, tanto più se accompagnato da un ripensamento su ruolo, funzioni ed esistenza stessa della Nato, e dalla discussione su un progetto di difesa comune europea. Riteniamo siano maturi anche i tempi per affrontare la discussione sul ruolo della Nato in Europa e dell’Italia nella Nato, considerata anche la rilevante presenza di basi militari in regime di extra-territorialità presenti sul territorio che custodiscono ordigni nucleari. E che sia necessario produrre atti di concreta distensione, come la revisione dell’inefficace sistema sanzionatorio nei confronti della Russia. Occorre in sintesi ridefinire l’autonomia decisionale dell’Europa sulla base di nuove priorità , in un mondo multipolare. Costruire la pace significa anzitutto agire contro la guerra ed in particolare contro ogni intervento militare a carattere di ingerenza o di aggressione. Significa ribadire la necessità di togliere spazio alla militarizzazione -mercato delle armi, militari inviati in missioni all’estero, basi militari. E significa partecipare alla costruzione di un nuovo grande movimento di popolo per la pace contro la guerra in pieno rispetto dell’ articolo 11 della nostra carta costituzionale.

Globalizzazione sotto il dominio del capitale finanziario, dunque. Il dominio del capitale finanziario trova la sua espressione politica nell’azione e nelle parole della destra americana e inglese degli anni ’80, con il Presidente Reagan e il premier Thatcher, e prosegue negli anni ’90 con i democratici negli Usa e i socialisti in Europa, con Clinton, Schroeder, Blair (la successiva biografia di molti degli esponenti di allora getta una luce sulla loro ideologia). Il sistema finanziario, lanciato politicamente, si è via via autonomamente replicato e regolato. Si è così dispiegata a pieno una stagione politica, non ancora del tutto conclusa,, di accettazione dogmatica della libertà dei movimenti di capitale e dell’indipendenza delle banche centrali, con forte priorità data alla lotta all’inflazione rispetto agli obiettivi occupazionali.

Nel mondo degli HFD, degli Scambi ad alta velocità governati da algoritmi, della “banca universale” che può speculare con i soldi dei risparmiatori, dei derivati (in circolazione più di 700.000 miliardi di dollari: la bomba atomica economica su cui è seduta l’umanità), del sofisticatissimo apparato (ufficiale e clandestino) con cui il capitale si muove velocissimo alla ricerca del massimo profitto senza passare dalla produzione di merci, il potere politico non sa più neppure come funziona esattamente il sistema. Ne asseconda la bulimia o, nel migliore dei casi, prova a limitare a valle i danni prodotti a monte.

4. Nell’ultimo quarto del ‘900 una catastrofe culturale ha gettato la sinistra europea in una tempesta politica perfetta.

Contro la logica della governance finanziaria globale, che vede la politica come uno strumento al servizio dell’èlite, far vivere l’idea e la pratica della democrazia e della partecipazione popolare.

La destra ha impresso il marchio su una fase più che trentennale di globalizzazione, producendo ideologia a getto continuo (spesso spacciando per modernità un bricolage di idee antichissime), e edificando così, insieme alla realtà economica del sistema mondo, uno strutturatissimo apparato di valori e linguaggi, diventato senso comune e rappresentazione politica di massa: privato versus pubblico; “flessibilità” come valore; proprietà contro beni comuni; capitale uguale interesse generale, lavoro uguale corporazione (per trovarsi poi gli operai americani bianchi che per rabbia votano una campione degli sfruttatori miliardari). La destra ha esercitato egemonia. La sinistra storica l’ha subita: camminare sulla “terza via” e governare al centro è diventato il mantra, mentre il blocco conservatore si è radicalizzato a destra.

La subalternità al liberismo alla fine ha ridotto le sinistre di più antica matrice all’impotenza e al silenzio. Negli anni ’90 governavano quasi ovunque in Europa. Il paradigma del “riformismo”, ripetuto fino allo sfinimento, si è rivelato vuoto di riforme, e piuttosto pieno di controriforme. E’ così che la rinuncia alle alternative all’ordine vigente ha contribuito al precipitare della crisi e oggi ne paralizza la soluzione.

Un’autocritica spetta anche alla sinistra “radicale” che, spesso assorbita dal problema del potere centrale, si è marginalizzata perdendo il contatto con la questione sociale, con la necessità di cambiare cultura e rapporti di forza nella società.

Non esiste nuova politica senza critica dell’ideologia, senza programma alternativo, senza una cultura politica che contende alle forze dominanti il terreno dell’egemonia.

L’egemonia ha bisogno di parole: se vogliamo ricostruire la democrazia, oggi evidentemente limitata dai vincoli feroci del mercato globale, serve ridare protagonismo al “demos”. E serve un investimento massiccio nella ricostruzione di un popolo oggi disperso e atomizzato secondo la logica della competizione assoluta. Tessere reti sociali, sostituire la cooperazione alla competizione, mettere in campo contro le disuguaglianze battaglie in grado di unire ciò che il neoliberismo ha diviso è il nostro compito.

Esistono, nella nostra società, maggioranze sociali: sui temi del lavoro, delle pensioni, della casa, del reddito, dei beni comuni (pensiamo al referendum sull’acqua del 2011). Ciò di cui c’è bisogno è il lavoro politico di trasformazione di quelle maggioranze sociali in una forza popolare coesa, in grado di lanciare una proposta per il governo del paese e la trasformazione della nostra società. Bisogna organizzare i perdenti della globalizzazione per costruirne una nuova che unisca l’azione locale al pensiero globale.

Contro la logica della governance finanziaria globale, che vede la politica o come un fastidioso ostacolo o come uno strumento al servizio dell’élite, dobbiamo riproporre l’idea e la pratica della partecipazione popolare e della democrazia reale. Rifiutiamo la concezione di una democrazia puramente formale e procedurale che si esaurisca nell’esercizio del voto a scadenza elettorale.

Se il compito della sinistra è organizzare chi sta in basso ed essere uno strumento collettivo per il riscatto e l’emancipazione, allora la pratica integrale della partecipazione dev’essere nel nostro dna, in tutte le sue forme, dalle assemblee popolari nei quartieri, nei luoghi di studio e di lavoro, alla partecipazione digitale e del web fino alle decisioni politiche nazionali e internazionali. Non serve un altro “partito degli eletti”, ma una forza politica di sinistra che ricostruisce un rapporto fecondo tra eletti ed elettori.

5. Ripartire dal mondo e dai popoli, per il superamento del capitalismo finanziarizzato.
La Grande Trasformazione necessaria: riportare sotto controllo pubblico gli equivalenti-denaro e le operazioni finanziarie, separare banche d’affari e banche di risparmio, combattere i paradisi fiscali e il dumping fiscale e sociale.

Non si esce dalla crisi senza una radicale riforma del capitalismo contemporaneo. La formazione economico-sociale capitalistica ha subito nel tempo molti cambiamenti di forma, che hanno profondamente cambiato condizioni del lavoro e sistemi di vita. Due in particolare. Il primo, dopo la crisi del ’29, negli Stati Uniti, dove, fallito il tentativo di risolverla con politiche di stretta monetaria e di bilancio, la presidenza Roosvelt virò decisamente verso politiche Keynesiane (esempi: aliquota fiscale massima al ‘90%, legge bancaria Glass-Steagall, sostegno alla domanda aggregata e creazione pubblica di lavoro con il New Deal). Il secondo in Europa, dove, vinta la guerra contro il nazi-fascismo, e in presenza dell’antagonista sovietico, venne edificato il Welfare State, la più grande invenzione politica moderna. Figlio del “compromesso socialdemocratico” (e del conflitto sociale tenuto vivo dal Movimento operaio e dalle sinistre politiche), il nuovo assetto di sistema si è connesso ad uno sviluppo della democrazia su larga scala.

Il capitalismo finanziario non è il capolinea della storia, quella che viviamo può essere considerata un’epoca di transizione. Siamo quasi al decimo anno della crisi esplosa nel 2008. Usa e parte d’Europa sono usciti dalla recessione più nera, ma non dalla crisi, tanto che si parla dell’ingresso in un’epoca di “stagnazione secolare”.

Sono state messe in campo diverse politiche monetarie e di bilancio, espansive negli Usa, recessive in Europa, di attenuazione o di aggravamento degli squilibri sociali, ma nessun governo ha messo mano, o posto sui tavoli delle relazioni internazionali, concrete ipotesi di riforma del sistema globalizzato. E’ stato subito, quando non entusiasticamente accettato, il dominio della finanza. Ha tentato qualcosa Obama, con leggi su Wall Street e sulla sanità, già largamente rimangiate dai repubblicani vincitori delle elezioni di mezzo termine. Per lo più i governi hanno operato adattamenti volti a soddisfare la bulimia del capitale, in particolare sul lavoro: dalla Hartz Reform tedesca (introduzione dei mini jobs) ai Jobs Acts italiano e francese. A differenza dal passato, niente ha scosso la mediocrità del ceto politico occidentale. E con Trump si entra in una terra incognita, gravida di pericoli.

Eppure è possibile pensare ad un progetto di Grande Trasformazione. Regole nuove. E l’opinione secondo la quale il mercato non sopporta “lacci e lacciuoli” è smentita dalla storia economica passata: l’insider trading o l’abuso di posizione dominante, per fare due esempi, sono proibiti per legge. Sono due regole imposte dalla politica. E oggi?

I capitali si muovono liberi, fulminei, incondizionati. Dunque:

Bisogna riportare sotto il controllo pubblico gli equivalenti-denaro, ripristinando un rapporto ragionevole tra derivati e base economica (come succede per la moneta), e interdire quei derivati, come i CDS, con i quali si schiantano le Nazioni speculando sui debiti sovrani (esempio Grecia). Bisogna riportare sotto il controllo umano le operazioni finanziarie, frenando gli Scambi ad alta velocità e proibendo la gestione in automatico per algoritmi dei computer delle Borse. Bisogna tornare alla separazione tra banche d’affari e banche di risparmio. Bisogna combattere duramente, insieme ai paradisi fiscali (presenti anche in Paesi sviluppati come gli Usa e la Gran Bretagna) il dumping fiscale e sociale, opponendosi agli accordi internazionali di libero scambio, come il TTIP, che sanciscono la regola assoluta della competizione globale e del livellamento verso il basso di salari e diritti. Combattendo su scala nazionale e nel mondo intero per innalzare salari, tutele e sicurezza del lavoro, per cancellare la vergogna del lavoro minorile e schiavistico.

Oggi funziona così: miliardi di umani lavorano per arricchire una superclasse. Il capitale finanziario ha organizzato una potente macchina che organizza a velocità crescente questo trasferimento. Naturalmente una parte degli umani è anche uscito da condizioni di miseria assoluta, soprattutto in Asia. Ma la forbice delle diseguaglianze si è così aperta da far parlare autorevolmente di “bancarotta dell’umanità”. Accade così che Internet connetta virtualmente un mondo sempre più disconnesso realmente.

Perciò il Principio di Giustizia, padre del Principio-Speranza, nato nella Polis, e codificato dalle Nazioni, deve risorgere negli Stati sovrani e nel Kosmos, nella dimensione globale.

Sembra un vano assalto al cielo, porre in discussione da questo o quell’angolo del mondo un potere che sembra inarrivabile. Ma Bernie Sanders ha conquistato l’attenzione dei giovani americani puntando il dito su Wall Street e sul lavoro sfruttato. E molti anni prima, a Seattle, e poi in Sudamerica e in Europa, il movimento altermondialista aveva visto chiaro e parlato forte. E poi Occupy Wall Street, Plaza del Sol, Atene. Nell’immagine dei sei miliardi contrapposti agli otto grandi, del 99% contro l’1%, ci sono tutte le ragioni dell’alternativa, retta dall’idea di profondi cambiamenti strutturali.Ora che le cose sono spalancate davanti agli occhi e il mondo appare letteralmente sottosopra, bisogna riprendere il passo.

Senza idee di riforma per il superamento del Finanzkapitalismus, non c’è cultura moderna di governo.

6. I conflitti attraversano in ogni direzione la complessità sociale.

Il progetto politico di Sinistra Italiana non ha la semplice ambizione di rappresentare i conflitti, ma vuole nascere, vivere e crescere nei luoghi del conflitto, e vuole rappresentare le donne e gli uomini che hanno bisogno del conflitto e del progetto.

Di dove passa il conflitto? Non più orizzontalmente, tra le classi, ma tra l’alto e il basso della società, tra il popolo e le caste, tra il popolo e le élites? Questa è oggi sicuramente una dimensione ineludibile, di grande potenza simbolica, che poggia su processi reali: la frammentazione del lavoro, la tendenziale scomparsa delle classi medie, la solitudine degli individui, la distanza siderale dei primi dagli ultimi E’ una linea di frattura però aperta a diverse e opposte rappresentazioni e ai più vari esiti politici: Occupy Wall Street e Trump, Sanders e Cinque Stelle, Podemos e Le Pen… Narra una parte della realtà, ma può volgere a sinistra solo se integrata da una compiuta analisi orizzontale e una conoscenza della complessità sociale, dei soggetti, degli interessi, dei molecolari movimenti della cittadinanza, delle classi.

Quel che è certo è che il popolo è oggi il soggetto invocato ma ignorato, considerato superfluo dalle élites dominanti, solo materiale umano da manovrare secondo le convenienze politiche. La distanza tra rappresentanti e rappresentati è diventata un baratro. Il rancore e l’odio verso le “caste” parla di questo. La sinistra che si è messa al vento del neoliberismo è ormai una sinistra senza popolo, deprivata di sentimenti e linguaggi che riannodino i legami. Valgono sempre meno le premesse costituzionali relative al “popolo sovrano” – questione che l’Europa neppure si è posta – e non ci sono più le promesse di benessere di cui lo Stato democratico si era fatto garante. I populismi appaiono sempre più spesso come la risposta politica vincente alla crisi degli assetti costituzionali, al tramonto della rappresentanza democratica, alla indistinguibilità politica dei partiti tradizionali.

Si tratta di rendere evidente, in ogni occasione e senza la minima possibilità di fraintendimento, la propria diversità rispetto a quel mondo a cui ci si contrappone e di farlo a partire dalle posizioni, non dai posizionamenti. Più politica, meno politicismo. Una forza popolare non può quindi essere il partito degli eletti, né il partito degli elettori (altro lato della sua medaglia). In questi anni la giusta critica del populismo è diventata paura del popolo, paura di dire le cose come stanno, rinuncia a essere e apparire diversi, non omologati, radicalmente alternativi al sistema contro cui lottiamo.

Il nostro progetto politico non deve avere la semplice ambizione di rappresentare i conflitti, ma vuole nascere, crescere e vivere nei luoghi del conflitto, ne vuole rappresentare le donne e gli uomini, la parte di società che del conflitto ha bisogno. Dai conflitti globali a quelli locali: nei luoghi di lavoro, di produzione del sapere, nei centri urbani (laddove sono più presenti i ceti medi riflessivi), nelle periferie dove c’è esclusione sociale e solitudine, nei territori e nelle contraddizioni che vi abitano. Sono questi i campi nel quale giocare la battaglia politica per l’alternativa, per organizzare una lotta politica che ribalti le miserie del presente attraverso la rivolta di chi vive sulla propria pelle le contraddizioni dell’attuale sistema. Il prezioso lavoro istituzionale, a tutti i livelli, deve mirare proprio alla rappresentanza di questi interessi, degli uomini e delle donne che vogliamo rappresentare.

7. Ecologia, lavoro e libertà convergono in uno stesso punto: cambiare il modello di sviluppo.

Dissipazione del valore del lavoro, dissipazione dell’ambiente e dissipazione della libertà sono connesse. Si è toccata nel 2016 la soglia, ritenuta dalla scienza altamente critica, della 400 parti di CO2 per milione. Il cerchio non si chiude, il ciclo dei rifiuti resta aperto. Le attività umane cambiano la composizione della biosfera e cooperano ai cambiamenti climatici, tanto da far parlare dell’inizio di una nuova era, l’Antropocene. Il paradigma della “crescita”, del consumo allargato di energia e materia, l’illimitato sfruttamento della risorse, trasformate da un lavoro sfruttato e malpagato fatto da uomini e donne sempre meno liberi di padroneggiare la loro vita e il loro tempo, non regge più. Piuttosto che alle statistiche del Pil, grossolano misuratore del benessere, bisogna rivolgere lo sguardo alle ipotesi di “stato stazionario”, teorizzato da tanti economisti e termodinamici, ad un modello cioè in cui la qualità delle merci e delle relazioni umane può crescere all’infinito, senza che parallelamente crescano le risorse ambientali consumate.

E’ maturo un cambio, verso un modello di sviluppo che riduca l’entropia. Oltre l’età del petrolio, dei combustibili fossili e nucleari. Roba irrealistica da sognatori astratti? Si è visto quanto fossero realistiche le Profezie del Freddo e del Buio in caso di rinuncia al carbone e al nucleare. Ci sono tecnologie che possono consentirlo entro questo secolo, e che possono conoscere formidabili sviluppi con adeguati investimenti nella ricerca, tecnologica e di base, curiosity driven. Qualche passo avanti è stato fatto, con accordi internazionali e politiche nazionali di passaggio alle rinnovabili. L’esigenza di un cambio profondo riguarda tutti i settori della produzione (industria, servizi, agricoltura), la distribuzione, il consumo. Fatti materiali sostenuti da una filosofia: la “buona vita” è più felice della vita concentrata sul possedere l’inutile, ben sapendo che una grande parte della popolazione fatica per avere quotidianamente, quando ci riesce, l’utile e il necessario.

Dipende dalle decisioni politiche. Il Principio di Responsabilità si esercita verso i viventi, verso le generazioni future e verso tutte le specie che coabitano il Pianeta. Perciò la forza politica che costruiamo ha nella difesa dell’ambiente, del lavoro e della libertà il suo fondamento.

8. La conoscenza, fondamento di democrazia e libertà.

La logica pervasiva del mercato ha invaso la sfera culturale: la cultura è sempre più mercificata, la merce stessa è diventata cultura.

Le istituzioni dei saperi sono sempre più investite da modelli aziendali, riorganizzate su processi e protocolli che snaturano scuola e università. Nella società reale, il merito è costantemente offeso e misconosciuto. Ma l’ideologia del merito –detta “meritocrazia”- pietrifica e perpetua le diseguaglianze, tanto più in presenza di un massiccio definanziamento, in Italia fattosi parossistico e di lungo periodo, delle varie istituzioni di formazione e ricerca. In un mondo in cui il livello di istruzione e di ricerca scientifica e tecnologica segneranno sempre più qualità e forza, anche economica, dei Paesi e dei territori.

Logiche e paradigmi da capovolgere, affermando:

a)Il valore non negoziabile del sapere, strumento principe della cittadinanza, non riducibile a valori di mercato;

b)la libertà di accesso alle agenzie della conoscenza, che deve essere garantita a tutte e a tutti, lungo tutto il corso della vita;

c)il carattere pubblico e universalistico della scuola, dell’Università e dell’insieme delle istituzioni culturali;

d)la libertà di insegnamento e di ricerca, non subordinata a logiche economicistiche.

9. Dare valore al lavoro, rappresentare il lavoro, strumento di realizzazione e emancipazione umana. Realizzare un nuovo Welfare basato su politiche di redistribuzione universale del reddito diretto e indiretto.

Il lavoro vale. Produce valore economico e umano: identità personale, appartenenza sociale, cittadinanza attiva. La valorizzazione del lavoro è centrale nel nostro progetto di società.

Molte cose sono cambiate rispetto al tempo in cui è nato il Movimento operaio e socialista. I capitali girano liberamente il mondo alla ricerca dei luoghi dove minore è il costo del lavoro e dei diritti. Il computer e il container, la rete della comunicazione e quella della logistica permettono di costruire beni assemblando materiali, intelligenze e capacità in luoghi ed ambienti molto distanti.

Il fordismo non è più centrale, ma non è morto. C’è fordismo nella produzione di componenti materiali di settori fondamentali, dall’informatica alla meccanica, dall’alimentare alla moda. In Asia, nell’Est europeo, in Sud America, e anche in Europa. E c’è taylorismo, per esempio nell’organizzazione dei nuovi lavori autonomi, dove è pervasivo il controllo dei tempi e dei modi della prestazione lavorativa. In ogni contesto è sotto attacco la possibilità dei lavoratori di organizzarsi collettivamente per far valere i propri diritti.

Al centro del conflitto c’è la libertà e la dignità della persona che lavora. L’obiettivo della piena e buona occupazione non può in nessun modo essere archiviato come un reperto archeologico. E lavoro buono non significa solo giustamente retribuito: significa lavoro che non subisce passivamente i cambiamenti indotti dalle tecnologie, dai mercati, dai movimenti di capitale.

Occorre aumentare i salari. E’ insopportabile il dilagare nella società moderna dei poveri, assoluti e relativi, e tanto più dei working poors, di uomini e donne che lavorano e che sono poveri.

Occorre una redistribuzione del tempo di lavoro. Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti. Le stesse tecnologie aprono inedite possibilità, tenute chiuse dal dominio del capitale. Serve una lotta senza quartiere per combattere il nuovo sfruttamento e il caporalato 2.0, nei settori tradizionali come l’agricoltura quanto nel mondo dei servizi e della nuova economia on-demand. Riconoscere nella nuova organizzazione della produzione capitalistica (frammentata, precaria, esternalizzata, delocalizzata) un modello che genera disuguaglianze e che scarica sulle periferie del processo produttivo – ovvero sui lavoratori e le lavoratrici – costi altissimi.

La relazione tra modello di organizzazione del lavoro e ciclo economico, basato sull’aumento dell’export, sullo sfruttamento della produzione materiale e immateriale, sulla compressione dei salari e la competizione al ribasso sui diritti è per noi un terreno di lotta politica, al fine di riunificare la frammentazione del mondo del lavoro e ricomporre in un unico fronte solidale le sue diverse identità. Da questo punto di vista va considerata superata la distinzione che intercorre tra sociale e politico, tra rivendicazione di migliori condizioni del lavoro e politiche di investimento sulla crescita e sull’occupazione. Alla base del nostro progetto politico c’è la volontà di ripartire dalla lotta per una nuova organizzazione del lavoro, per restituire dignità e libertà ai lavoratori e alle lavoratrici.

Combattendo gli effetti nefasti del Jobs Act, i cui danni sono pagati da milioni di lavoratori e lavoratrici del nostro paese. Rilanciando una nuova battaglia per diritti universali nel mondo del lavoro, così come proposto con nuovo Statuto dei lavoratori promosso dalla Cgil, difendendo il ruolo della contrattazione collettiva, espansiva e inclusiva. Terreno di lotta sarà per noi il percorso verso i referendum abrogativi delle pericolose disposizioni del Jobs Act, a partire dalla nuova disciplina sui licenziamenti collettivi e l’articolo 18, il contrasto al demansionamento e alla liberalizzazione dei voucher.

Occorre una redistribuzione del reddito. Con un reddito minimo garantito: non solo un ammortizzatore sociale, ma strumento di sostegno, di giustizia e di libertà. Il 20% più ricco degli italiani detenere il 67,7% della ricchezza, lasciando al 60% più povero dei nostri concittadini appena il 14% delle risorse. L’Italia è un paese sempre più povero, diseguale, ingiusto, diviso, precario. Per questo consideriamo fondamentale, contestualmente al rilancio delle politiche per una nuova e buona occupazione, promuovere politiche di redistribuzione universale del reddito diretto e indiretto. Un nuovo welfare che possa affermare un’economia di giustizia, senza minare i diritti fondamentali. Le due cose non sono in contraddizione, ma interdipendenti.

È possibile una redistribuzione del reddito, utilizzando una vera tassazione sulle successioni di tipo progressivo, introducendo una più giusta tassazione dei profitti, dei patrimoni e delle rendite. Attraverso queste misure si può finanziare, insieme ad altre risorse recuperate da una lotta senza quartiere all’illegalità economica e al taglio delle risorse destinate all’economia di guerra, un reddito minimo garantito. Una misura rivolta a tutti coloro che sono al di sotto della soglia di povertà, per coloro che sono disoccupati o inoccupati, che lavorano con salari troppo bassi o che vogliono cogliere l’opportunità di formarsi lungo l’arco della vita, in libertà e senza vincoli. Una misura contro il ricatto della povertà e del lavoro mal pagato o gratuito, per permettere a tutti di cercare un lavoro tutelato, che risponda il più possibile alle proprie competenze e conoscenze. Una misura di welfare differente dall’attuale SIA (Sostegno per l’Inclusione Attiva) e dal reddito di inclusione proposto dal Governo Renzi, misure caritatevoli rivolte ad una platea limitatissima, dunque inefficaci.

Ma c’è poi una necessaria redistribuzione delle opportunità da mettere in campo. Redistribuzione del sapere e del saper fare, e accesso egalitario ai beni comuni. Quelli che non si vendono e non si comprano, sono inalienabili e tali devono rimanere: accesso alla cultura, al libero godimento dell’aria salubre, alla fruizione dei nostri tesori d’arte, della bellezza delle nostre città, dell’ambiente e del paesaggio. E infine accesso ai servizi pubblici universali, come una sanità pubblica di qualità.

10. Esseri umani prima che migranti. Salvare e accogliere è un dovere; fuggire per necessità, paura, disperazione non è libertà.

Le migrazioni, che sono un tratto originario della nostra specie, hanno assunto in questa apertura di millennio un carattere di massa, che scuote le aree più ricche e le società più affluenti, inducendovi profondi sommovimenti d’opinione e mutazioni politiche. Le cause sono molte: guerre, persecuzioni, cambiamenti climatici, fame, sete. Ma anche fattori culturali legati all’informazione, che rendono immediatamente visibile l’abisso delle diseguaglianze e alimentano la speranza di altri futuri. Ma per i più è una fuga -e una fuga a rischio della vita- non semplicemente un “viaggio”.

Per la sinistra è ineludibile l’accoglienza, i sentimenti e le condotte solidaristiche ed umanitarie. E l’interesse e la curiosità per il contatto con culture diverse e lontane. Purchè si abbia coscienza che ci si trova di fronte ad una dura contraddizione, non ad un pranzo di gala con ospiti esotici. Il Mediterraneo, mare di connessione tra le più antiche civiltà, è diventato un sudario di morti. L’Europa guarda da un’altra parte, si alzano muri, dovunque rigurgita lo sporco mai pulito del razzismo, della xenofobia, dei fascismi. E si vede quanto siano profondi i giacimenti dell’odio. Lampedusa è una luce nel buio.

Sarebbe tuttavia un grave errore non vedere le difficoltà della coesistenza e dell’integrazione, il peso e il disagio che grava soprattutto sulle periferie delle città e sulle classi più povere. Anche perché l’immigrazione è stata contestuale ad una riduzione dello Stato sociale e delle risorse disponibili per affrontare il problema della casa, della sanità, dell’istruzione per l’insieme della popolazione. Occorre difendere la libertà di movimento, ma combattere le cause della fuga. E governare i processi. Impossibile, se non ci si dà una imponente agenda di azioni, e una strategia di governo di lunga periodo, su scala nazionale, europea, internazionale.

Che cosa si può fare, a parte l’imprescindibile dovere di salvare le vite in mare e distribuire equamente in Europa gli arrivi? Molte cose. Ridurre le aree di conflitti armati, cominciando a rinunciare alla ”guerra come metodo di risoluzione delle controversie internazionali”; frenare subito l’impressionante corsa al riarmo in atto e fermare i traffici (ufficiali e clandestini) di armi verso i belligeranti; rilanciare la cooperazione internazionale quale vera e propria massiccia redistribuzione della ricchezza, evitando che le risorse finiscano a dittatori e regimi corrotti; stipulare accordi con i Paesi d’origine e aprire corridoi umanitari per i richiedenti asilo; accelerare la riduzione dei gas serra responsabili dei cambiamenti climatici, che fanno avanzare veloce il deserto in zone agricole finora ricche d’acqua; intervenire sul mercato delle commodities (generi alimentari primari e materie prime), attraverso per esempio una drastica regolazione di strumenti selvaggi e speculativi come i futures che si scambiano alla Borsa di Chicago; proibire pratiche mercantili come il Land grabbing, l’acquisto di terre quali riserva propria di Paesi ad alta industrializzazione.

E’ un elenco parziale che riconduce al modello di sviluppo. Il motto della destra americana: “Il modo di vita americano non è negoziabile”, va corretto e integrato: “Se il modo di vita americano (e occidentale) non è negoziabile, allora il mondo è ingovernabile”.

Le migrazioni dureranno. Si potranno governare con un cambio di passo della politica e con una grande trasformazione del modello economico e sociale. Ricordando comunque sempre che non siamo di fronte ad una “invasione”.

l’invasione c’è stata, è durata mezzo millennio, e si chiama colonialismo e imperialismo.

11. Per una antropologia delle facoltà umane. La diversità degli individui è una ricchezza, ed è l’uguaglianza sociale che la favorisce.

Sistemi di vita e dottrine politiche si reggono sempre su una antropologia, su una concezione dell’umano. La globalizzazione neoliberista non è portatrice solo di un modello economico, ma anche di una propria antropologia: L’individuo è sradicato e privato dei suoi connotati sociali (Thatcher: “ La società non esiste”). E’ l’ideale dell’homo oeconomicus, atomo nel mare del mercato, che si realizza attraverso il soddisfacimento del proprio desiderio tramite il consumo, in competizione con i suoi simili. Dunque tutto ciò che è comunitario o collettivo (associazioni, sindacati, partiti, comunità di interessi, cooperative, gruppi, salvo il virtuale dei social) è inutile e anacronistica zavorra, freno all’efficienza del mercato e alle tecniche decisionali, ostacolo alla modernizzazione. E’ una concezione che ha permeato profondamente la cultura di massa e il senso comune. ne sono figlie una visione contrattuale dei rapporti umani, nonché un’idea “proprietaria” dei diritti, intesi come qualcosa di cui ciascuno ha piena e totale disponibilità, compresa quella di alienarli se lo vuole o se costretto dalla necessità.

Occorre opporre a questa forma di individualismo una riaffermazione della piena socialità dell’umano. La figura della persona immersa in una rete di relazioni, di sentimenti e di affetti, che dà pienezza alla vita, costruisce il sistema dei diritti e dei doveri. È il nostro essere in relazione che stabilisce il nesso inscindibile tra affermazione del diritto e responsabilità verso gli altri; responsabilità che è anche consapevolezza del limite. Socialità, responsabilità, solidarietà sono tratti della nostra visione antropologica che fondano la nostra idea di società.

Per un’antropologia centrata sulla persona serve una teoria delle facoltà. Condizioni storiche e formazioni economico-sociali date limitano le facoltà di uomini e donne. Il lavoro flessibile (cioè assente, precario, alienato, malpagato), il disconoscimento della differenza di genere, il denaro come misura di ogni valore, il caos metropolitano (più della metà dei sette miliardi di umani viventi per la prima volta dalla nascita della specie vive nelle città), la vita difficile nell’ambiente che si degrada: sono condizioni storicamente, socialmente, economicamente determinate che impediscono lo sviluppo della fantasia, della competenza, del saper fare, della espressività, dell’arte. Della infinita ricchezza e varietà degli individui sociali. Delle enormi potenzialità umane, di cui è difficile intravedere un limite.

“Rimuovere gli ostacoli”, recita la Costituzione italiana del ’48. E’ l’imperativo per una nuova politica che si alimenti di una umanesimo integrale amico dell’intero vivente.

12. Diritti civili e diritti sociali sono fratelli.

Far avanzare i diritti delle donne e degli uomini nel rispetto del loro orientamento di genere, sessuale, religioso. Combattere le discriminazioni e l’intolleranza del nostro tempo. Riaffermare la laicità delle relazioni umane e il rispetto degli individui.

I diritti civili sembrano diventati preponderanti nel discorso pubblico, ma nella prassi il loro rispetto è largamente ignorato, sia nel mondo che in un Occidente spesso noncurante mentre riacquistano forza le ondate di gretto nazionalismo affollato di temibili patriarcalismi virilistici di ritorno . Nello stesso tempo la catastrofe storico-politica e culturale del pensiero socialista nel suo complesso (socialdemocrazie e partiti comunisti travolti dal blairismo e dai suoi epigoni), arresosi alla contro-rivoluzione neoliberista, ha prima depotenziato e poi definitivamente cancellato gli ideali di uguaglianza sociale che furono il motore dell’utopia emancipativa della sinistra novecentesca.

Quegli ideali sono oggi snaturati nella dimensione, quando c’è, elargitiva del sovrano, che punta al consenso elettorale. La cancellazione della centralità dei diritti sociali dall’agenda politica ha apparentemente lasciato lo spazio, nella grammatica del conflitto, soltanto ai diritti civili, terreno di incontro di culture variamente liberali di destra e di sinistra. Tuttavia, al contrario di quanto viene propagandato, moltissimo deve ancora essere fatto per raggiungere uno stadio normativo che dia piena dignità alla comunità LGBT nel segno dell’eguaglianza, legittimità e piena integrazione, nel segno della cittadinanza, ai nuovi nati da famiglie immigrate. La vera sfida di una nuova forza di sinistra è la qualità dell’umano che la guida, l’ostinata determinazione nel tenere insieme in un’unica dimensione i diritti sociali e i diritti civili, la vita e l’esistenza di ogni donna e ogni uomo.

Materia questa essenziale di un’idea radicale dell’emancipazione umana, che la cultura della sinistra novecentesca aveva a lungo trascurato. Le nuove soggettività critiche, i movimenti di denuncia dei particolarismi travestiti da universalismo – il maschilismo patriarcale, l’etnocentrismo occidentale, l’eterosessimo omofobico ecc. – hanno fatto compiere grandi passi avanti nella civilizzazione dei rapporti sociali, hanno fatto avanzare un nuovo paradigma della liberazione umana. Perché liberazione e libertà ci siano – e siano desiderabili – non si può prescindere dalla complessità dell’umano e da come ognuno entra in relazione sociale con le altre e gli altri a partire da quello che è e da come quello che è viene visto, considerato, accettato o discriminato o reietto dall’Altro. Bisogna sviluppare consuetudine e comprensione nei riguardi della dimensione delle identità multiple, che appartengono a ciascuno.

La nozione di libertà si definisce anche in rapporto al diritto e alla pena. Affermiamo, da garantisti, forse controcorrente, che la limitazione della libertà è la misura cui si ricorre quando ogni altra risulti inadeguata. Il mondo va nella direzione opposta: la risposta prevalente alla insicurezza sociale, alla povertà, alle nuove contraddizioni prodotte dai flussi migratori, sono il securitarismo e il giustizialismo, cavalcati da destra e populismo. I diritti soggettivi, le libertà personali, le garanzie del singolo, il rispetto dell’autonomia individuale devono andare di pari passo con la conquista dei diritti collettivi e con la giustizia economica e sociale.

Integrare il paradigma sociale con quello culturale, l’economico col simbolico è avere chiaro che il mancato riconoscimento o misconoscimento può rappresentare una forma di oppressione soprattutto quando la condizione è sfavorevole. Per questo è nostra ambizione, in termini programmatici, proporre un avanzamento netto e deciso dei diritti delle donne e degli uomini nel rispetto del loro orientamento di genere, sessuale, religioso. Un avanzamento che sia l’antidoto all’intolleranza e alle discriminazioni che opprimono il nostro tempo, che riaffermi il laicismo delle relazioni umane e il rispetto degli individui.

13. L’Italia ha un Sud e una dorsale interna: trasformare un problema in una straordinaria opportunità per il Paese.

Non c’è un’eterna e fatale “Questione meridionale”. Il Mezzogiorno non è un blocco di indistinta miseria, dominato dalla mafia. Vi operano le classi ricche, i ceti medi, i poveri e i poverissimi. E’ un pezzo d’Italia dove gli stessi problemi che affliggono il Paese si presentano ingigantiti: disoccupazione, deindustrializzazione, immiserimento dei ceti popolari, criminalità, consumo e disgregazione del territorio. E tuttavia esiste una “Questione Sud”. Essa è data innanzitutto dalla scadente qualità dei servizi pubblici. Tutto nel Mezzogiorno, per risorse e per standard, è di qualità inferiore: la sanità, la scuola, gli asili nido, l’Università, i trasporti, l’assistenza agli anziani, l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua. E le politiche neoliberiste hanno accentuato non solo diseguaglianze economiche tra le classi, ma anche tra i territori.

Tuttavia il Sud non è solo arretratezza e stagnazione. E’ un’area dove sono attivi imprenditori dinamici, Università qualificate, istituti di ricerca, centri culturali e artistici di prim’ordine, una gioventù studiosa e attiva. Esso reclama non gli “interventi straordinari” del passato, e neppure il lasciare campo libero al “mercato”, ma un progetto politico che valorizzi i soggetti locali, con interventi pubblici non assistenziali. Il Sud, in virtù del suo clima, della sua biodiversità agricola, della ricchezza impareggiabile della sua tradizione alimentare, della sue potenzialità turistiche e culturali, può rilanciare le sue economie valorizzando territorio e paesaggio in maniera originale. Può offrire lavoro alle sue popolazioni tramite la rigenerazione urbana, la cura del territorio, i servizi avanzati della ricerca, dell’arte, del turismo e con la manifattura artigianale e industriale dei suoi beni agricoli. Costituire una leva economica per il rilancio dell’intero paese.

Per il Sud, ma per l’Italia intera, la più grande questione ambientale –di enorme impatto economico e demografico- è la progressiva desertificazione della dorsale interna della Penisola. Oggi il 70% della popolazione si addensa lungo le coste e nelle città della pianura padana. Stiamo abbandonando le agricolture collinari, le aree interne e i borghi: degradano paesaggi, case, edifici di pregio, monumenti, piazze. Un immenso patrimonio rischia la rovina. Non diversa sorte tocca ai boschi come alle acque interne. Così i fenomeni erosivi che si generano nell’Appennino scendono a valle senza argini, moltiplicando le alluvioni. La sapienza millenaria nella silvicoltura e nella agricoltura millenaria può rinascere in forme economiche di avanguardia.

Occorre predisporre un grande piano economico e sociale di valorizzazione delle aree interne che richiama popolazione lungo tutta la dorsale, trasformando così un grave problema territoriale in una straordinaria opportunità per il Paese.

14. Per un europeismo radicalmente critico verso l’Europa com’è.

Il progetto di integrazione europea è nato con obiettivi nobili e ambiziosi: garantire un sviluppo pacifico e cooperativo del nostro continente dopo la tragedia della guerra, che evitasse il riemergere degli egoismi nazionali. Da sinistra, abbiamo visto in questo progetto e nella progressiva integrazione economica e politica l’affermazione del modello sociale europeo, dei valori di sicurezza economica, promozione del benessere e libertà. Abbiamo imparato a sentirci e ci sentiamo europei oltre che italiani.

Tuttavia, anche per effetto dall’egemonia culturale del neoliberismo, si è progressivamente affermato un paradigma diverso: quello della competizione tra Stati e della supremazia dei meccanismi di mercato. Tale paradigma si è cristallizzato in un sistema di regole europee che hanno condizionato e limitato lo spazio della politica economica. L’integrazione europea, rendendo ancora più rigido ed efficace per ciascun paese il “vincolo esterno”, si è fatta veicolo di politiche di privatizzazione, di deregolazione del mercato del lavoro e di smantellamento dei diritti sociali. Tutto questo con la piena corresponsabilità della famiglia socialista europea.

La stessa moneta unica, presentata come strumento di stabilità, ha scaricato sulla svalutazione del lavoro la competizione –prima giocata in larga misura sulla svalutazione delle monete nazionali- tra i Paesi membri, a tutto vantaggio dell’interesse dei più forti tra essi. Come è ormai ampiamente riconosciuto, la sua adozione da parte di economie strutturalmente diverse, unitamente alle politiche mercantiliste attuate dall’economia più forte dell’area, ha determinato l’emergere di crescenti squilibri, deflagrati in occasione della crisi finanziaria. Nelle condizioni politiche createsi nell’Unione, l’euro ci ha resi più deboli invece che più forti: ci impone di competere nella svalutazione del lavoro ; ha portato alle politiche di austerity che stanno progressivamente smantellando i diritti sociali e impediscono l’uscita dalla stagnazione; sta minando le basi di quel modello sociale che era per noi europei elemento distintivo e di orgoglio. Fenomeni peraltro di larga scala e di sistema, che non dipendono solo da un’area monetaria.

Occorre dunque riconoscere che l’adozione della moneta unica e del mercato unico – in assenza di standard fiscali, sociali e ambientali evoluti e convergenti- è stato un errore, aggravato dall’apertura incondizionata ad Est, obiettivo che senza un reale processo di integrazione ha esasperato la concorrenza al ribasso per il lavoro subordinato e autonomo.

Un’Europa al servizio del capitale finanziario, e contro il lavoro e i diritti sociali, non è la nostra Europa. Abbiamo bisogno di un diverso modello di integrazione, che promuova la fratellanza tra i popoli.

Nell’ambito di questa unione monetaria è difficile immaginare politiche di rivalutazione del lavoro e di piena occupazione, necessarie a ridare speranza ai cittadini stremati dalla crisi e impoveriti. Si può forse ottenere qualche spazio di flessibilità e si può sperare in un aumento degli investimenti a livello europeo; ma sono misure del tutto insufficienti, concesse solo in cambio di pesanti riforme strutturali.

Per cambiare rotta, la via maestra dovrebbe essere quella di una riscrittura dei Trattati. Il consenso dei 27 Stati membri su cambiamenti orientati nel verso giusto oggi non c’è. Paradossalmente, i progetti di revisione dell’Unione attualmente sul tavolo vanno semmai in direzione di un’accentuazione dei vincoli esistenti e di ulteriori restrizioni degli spazi di manovra fiscale, lasciando che a sopportare il peso dell’aggiustamento siano la precarietà e la mobilità del lavoro. Tuttavia la strada di nuovi Trattati non può essere definitivamente abbandonata. Merita una proposta e una battaglia. Difendendo le capacità degli Stati nazionali di operare scelte avanzate e innovative di politica economica, e resistendo, come è avvenuto in Italia, al tentativo di smantellare o impoverire le costituzioni democratiche nazionali, fondate sulla rappresentanza, sulla partecipazione, sulla sovranità popolare.

In questo quadro, considerare l’assetto della moneta unica come un dato irreversibile è un elemento di debolezza. Al punto in cui siamo, opzioni che contemplino il superamento della moneta unica, pur gravide di rischi, non possono essere escluse a priori. Siamo consapevoli delle difficoltà e dei rischi che comporta una messa in discussione dell’attuale assetto, specie in una fase di ripresa dei nazionalismi; allo stesso modo, siamo però anche consapevoli delle conseguenze prodotte dalla prosecuzione lungo la direzione attuale di svalutazione del lavoro, stagnazione e disoccupazione, che non dà alcuna speranza alle giovani generazioni se non quella di accettare una progressiva perdita di sicurezza e l’emigrazione. È dunque essenziale un’attenta valutazione delle opzioni e dei rapporti di forza, avendo sempre, quale nostra priorità, la difesa delle classi sociali più deboli.

15. Una forza di governo non governista. Radicale e concreta. Di opposizione intransigente al potere ingiusto.

Il Referendum del 4 Dicembre 2016 marca uno spartiacque. E’ stato segnato da una straordinaria partecipazione popolare: 32 milioni di cittadini che hanno capito la posta in gioco e hanno preso la parola, rifiutando la logica del plebiscito e sprezzando il ricatto della paura e la minaccia del caos. Matteo Renzi e il governo in carica hanno giocato d’azzardo, con una delle più massicce operazioni di propaganda mai viste, e hanno irrimediabilmente perso la partita.

E’ finita 40 a 60: un distacco che non ammette interpretazioni sul risultato. Nei quasi 20 milioni di No convivono numerose ragioni. E’ un mare dove innanzitutto si muovono una corrente di profondità e ondate di superficie.

La corrente di profondità ci parla di un mai spento spirito repubblicano, democratico, antifascista, costituzionale nato nel ’48, che scorre nella società italiana e permane nella storia d’Italia contemporanea. In questa occasione raccolto da una parte importante delle nuove generazioni. Uno spirito che spinge a diffidare non delle riforme, ma degli stravolgimenti massicci della Costituzione che riducono partecipazione e sovranità popolare. Lo si è già visto nel 2006, nel referendum sul tentativo della destra di Berlusconi, e dieci anni dopo sul tentativo di Renzi e della maggioranza del PD. Questa volta è stata in campo per il No anche la destra, non da ultimo interpretando lo spirito di difesa della Nazione dai poteri sovranazionali delle élites e della finanza.

Le ondate sono quelle provocate dal malessere, dalla rabbia, dalla protesta della società ferita. I disoccupati restano un esercito, concentrati al Sud, tra i giovani e le donne; il lavoro ha perso tutele, reddito e salario; il precariato si spinge fino a forme moderne di schiavismo e la caporalato di Stato dei vouchers; poveri assoluti, poveri relativi, famiglie e individui a rischio povertà sono cresciuti fino a 17 milioni; i ceti medi hanno sceso la scala sociale e il lavoro intellettuale è stato svalorizzato; negli anni di crisi i ricchi si sono arricchiti e le diseguaglianze sono cresciute. Anche se partiti e politica hanno perso i contatti con la società, hanno smesso di guardare e vedere con occhi propri, bastavano gli istituti di statistica, italiani e internazionali, per avere il quadro. La narrazione di Renzi, pura retorica su un’Italia immaginaria e inverosimile, si è scontrata con la nuda vita. Alla prima occasione –una scheda con un SI e con un NO- l’onda è diventata uno tsunami.

Il risultato del Referendum è il sigillo sul fallimento di una ormai lunga fase, e della stessa legislatura iniziata nel 2013. Fallimento naturalmente aperto a molti esiti, compresi i più negativi. Perciò ora si fa più urgente l’esigenza di una svolta politica e programmatica. Che richiede una forte opposizione alle persistenti politiche liberiste in una prospettiva di nuovo governo: il cammino su cui intende muoversi Sinistra Italiana.

Non esistono partiti politici dotati di una qualche ambizione che non si pongano l’obiettivo del governo. Altrettanto naturalmente la frase: “O stai in un governo o non esisti”, è falsa. Un partito orientato all’alternativa deve aspirare alla massima rappresentanza, ma la sua funzione non è generare un certo numero di eletti. La sua missione è esercitare una presenza e una azione volta a politicizzare la società e a modificare la realtà. Conducendo una opposizione intransigente al potere ingiusto. Entrando in relazione con i centri produttori di conoscenza e idee, con tutte le forme innovative che salgono dalla creatività delle persone e dalla vita economica e sociale. L’iniziativa politica non può essere sospesa e rimandata, certo, chiede di essere condotta vigorosamente qui e ora, con le forze di cui si dispone. Ma è vana, se non poggia su un solido impianto: idee profilo valori teoria programma.

Non è rassicurante che il quadro politico italiano sia attualmente diviso sostanzialmente in tre: il Pd di Renzi; i Cinquestelle, Giano bifronte; il centrodestra che fu di Berlusconi, diviso e sbandato ma ancora elettoralmente pesante. Ma il fallimento su tutta la linea del governo Renzi e il risultato del Referendum hanno aperto una linea di faglia e messo in moto processi politici che aprono possibilità nuove a quanti vogliono rilanciare il ruolo della sinistra nella vicenda italiana.

Il governo Renzi è caduto, lasciando in eredità due mele avvelenate: una legge di stabilità di mance, pensata per il proprio successo personale nel referendum; due leggi elettorali opposte per le due Camere, di cui una, imposta a colpi di fiducia e sottoposta al giudizio della Corte, manifestamente incostituzionale. La crisi è stata risolta con la formazione del governo Gentiloni, una copia sbiadita del precedente. Sinistra Italiana in Parlamento ne ha dato un giudizio severo, ha annunciato la sua ferma opposizione, si è dichiarata pronta ad una nuova legge elettorale a prevalenza proporzionale, omogenea per Camera e Senato, che consenta di tornare al voto.

Tutto il quadro politico è in movimento. Nello stesso PD si è aperta una lotta politica dall’incerto esito. Ma l’esistenza di Sinistra Italiana non si potrà misurare geometricamente dalla vicinanza o dalla distanza dal PD. O dai Cinquestelle. Fondamentale, per esistere, è ciò che si è: si muove dall’identità, dall’autonomia, dalla rappresentanza. Sapendo sempre che ci si muove in una realtà relazioni e rapporti di forza. Sinistra Italiana deve valutare con la massima cura e attenzione, con realismo e senza spirito settario tutti i sommovimenti e i mutamenti, anche molecolari, degli assetti e del quadro politico. Tessere nuove relazioni sociali e politiche. Apertura, ascolto, disponibilità sono la regola. Tornerà di certo il tema delle alleanze per il governo. Ma con rapporti di forza mutati. E prevedibilmente in un quadro totalmente diverso da quelli, già conosciuti in passato. Conteranno programmi, valori, progetti, comportamenti pratici.

16. Fondamenti di un programma per l’Italia.

I pilastri di una nuova agenda:

a) Una lotta senza quartiere, a denti scoperti, contro illegalità, evasione fiscale, criminalità, mafie, contro il “sovversivismo delle classi dirigenti” che ha infettato il corpo della società italiana, inquina l’economia e devasta l’etica pubblica. Ciò richiede azioni risolute, e un alto senso della giustizia, immune da securitarismo e giustizialismo, cavalcati da destre e populismi di fronte alle insicurezze provocate da emarginazione, crisi economica, flussi migratori,orientato al minimalismo penale, al superamento dell’ergastolo, al riconoscimento del reato di tortura, alla critica delle istituzioni totali.

b) Un Green new deal, un piano a lunga gittata, sostenuto da un massiccio intervento pubblico, di sicurezza sismica e idrogeologica, di tutela del paesaggio, del territorio, del patrimonio ambientale, storico culturale, in un Paese come l’Italia che custodisce grande parte della bellezza dell’umanità. Questo comporta un pensiero nuovo sulle città, uno stop al consumo di suolo, la lotta contro le rendite fondiarie e immobiliari. Un profondo cambiamento del rapporto tra città e campagna. Comporta di invertire la tendenza allo spopolamento della montagna e della collina, in particolare al Sud e lungo la dorsale appenninica, tanto fragile e così unica.
c) Un rinnovato quadro di diritti civili, sociali e del lavoro, e un inventario di Beni Comuni non affidabili a logiche mercatiste. Non può essere aggirata la volontà popolare espressa a valanga nei referendum del 2011. E non possono restare inascoltate le proposte come quella della Cgil per un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici suffragata da più di un milione di firme.

d) Un fortissimo investimento, finanziario e politico, su scuola, università e ricerca: la curva di definanziamento che dura da anni, e il modello d’impresa che si pretende di applicare al sapere, assomigliano ad una specie di suicidio di una Nazione.

COMMISSIONE PROGETTO – SINISTRA ITALIANA

da sinistraitaliana.si

foto tratta dal profilo Facebook di Sinistra Italiana

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