Sinistra al governo in Spagna. Speriamo non come in Italia

Credo che il punto da sempre dirimente, importante per la comprensione anche dei rapporti di forza tra le classi che si sviluppano nel corso degli eventi, con l’avanzare inesorabile...
Alberto Garzòn e Pablo Iglesias

Credo che il punto da sempre dirimente, importante per la comprensione anche dei rapporti di forza tra le classi che si sviluppano nel corso degli eventi, con l’avanzare inesorabile di tempi sempre più cineticamente (e cinicamente) veloci, sia essenzialmente questo: è possibile superare il capitalismo, arrivare ad una fase di transizione socialista e poi ad un completo ribaltamento del vivere rendendo incontrovertibile una simile rivoluzione sociale, economica e politica?

La risposta tende più al negativo che al positivo per molte motivazioni, ma principalmente per via del fatto che gli strumenti democratici sono obtorto collo riconducibili ad una internità pressoché totalizzante del sistema liberal-liberista, del capitalismo stesso come struttura dei rapporti di produzione e di vita tra gli esseri umani e tra questi e il resto delle specie presenti sul pianeta.

Le relazioni economiche, che determinano gli equilibri politici, li influenzano e li gestiscono a loro piacimento, provano a farsi tenuemente da parte quando si accorgono che è necessario restaurare quella che un tempo veniva comodamente definita “pace sociale“, quindi un compromesso tra le parti in causa, tra le classi in lotta, per provare quelle dominanti a regnare senza troppi scioperi, manifestazioni, rivendicazioni di ulteriori diritti; mentre quelle sfruttate si accontentano di un livello leggermente meno insopportabile di vita al prezzo di cessare le ostilità.

Ne nasce il riformismo in ogni tempo, di ogni colore: rosa, rosso, giallo-rosso, verde, arancione: usate pure tutte le tonalità che volete, ma la sostanza rimane sempre quella. Il riformismo è conveniente ai padroni e sconveniente ai lavoratori, ai precari, ai disoccupati, ma viene mostrato loro come unica possibilità di arginare le destre più pericolose che, unite alle parti più liberiste del mondo finanziario e padronale, finirebbero col peggiorare la vita di ciascuno di noi non solo sulla consistenza del salario, quindi sullo stile di vita meramente materiale, ma anche in quanto a diritti civili, a libertà morali, fondamentali per provare a ribellarsi: il diritto di opinione, di stampa, di espressione delle proprie idee, di partecipazione e aggregazione, di protesta, di sindacalizzazione libera e autonoma, di riunione semplice, di autogestione dei movimenti spontanei che sorgono per difendere preziosi beni comuni.

Del resto, l’alternativa rivoluzionaria non sembra proprio essere all’ordine del giorno, ma è bene che la sinistra recuperi il suo istinto di classe, i suoi tratti somatici di forza che non scende a compromessi con partiti e formazioni dedite a venire a patti con le esigenze (i privilegi, sarebbe meglio chiamarli) del mercato, del liberismo, del capitalismo di moderna espressione.

Tuttavia, se guardiamo ad esempio alla Spagna, la formazione del governo tra PSOE e Unidas Podemos, possiamo affermare che non si tratta di un tradimento dei valori di classe tanto della sinistra quanto dei comunisti: importante è il messaggio politico che viene dato, che sembra un poco dettato da una corsa ai ripari rispetto alle elezioni di novembre in cui le due formazioni persero parecchie centinaia di migliaia di voti (mentre si ingrossava la destra neofalangista di Vox), di un ritorno al governo di una coalizione progressista che, per la prima volta dopo tanto tempo, esclude patti del centrosinistra con partiti di destra moderata o di centro.

Siamo innanzi al governo “più di sinistra” che vi sia al momento in un paese europeo: è un dato importante, un fatto per la Spagna che deve conservare la necessaria spinta a superare il franchismo con la conservazione della memoria e vendicando i valori della seconda Repubblica, il governo legittimo deposto dai golpisti fascisti e tutta la repressione feroce che ne seguì e gli anni di terrore che ne derivarono.

Oggi in Spagna, dopo settanta anni, al governo c’è anche un ministro comunista: Alberto Garzón. Altri ministri provenienti da settori movimentisti ricopriranno ruoli importanti, eppure Unidas Podemos (che riunisce Podemos e Izquierda Unida – che a sua volta contiene in sé il Partito Comunista di Spagna -) ha condotto una trattativa in una posizione di debolezza con un PSOE meno forte di prima, ma comunque in posizione egemone nel contesto neogovernativo progressista che si è andato formando.

La vera sconfitta del PSOE è l’impossibilità di dare vita ad un esecutivo con forze ancora più moderate e di essere costretto a fare i conti con Pablo Iglesias che finalmente arriva a portare Podemos al governo, a realizzare lo scopo per cui il movimento era nato.

Le condizioni sono ampiamente differenti dal contesto italiano, ma esistono anche delle similitudini: in Italia però non esiste un PSOE, ma un PD che vuole ricostituire un centrosinistra che guardi oggi ad una alleanza con un movimento grillino altrettanto disperato quanto Zingaretti nella ricerca di un compromesso politico per escludere le ali estreme da posizioni di importanza nel governo e per frenare la resistibile ascesa salviniana a Palazzo Chigi.

Proprio la disperazione sembra la dea che indica la via a tutte queste formazioni politiche verso i palazzi del potere: gli accordi di governo si fondano più sulla contrarietà nei confronti dell’avversario piuttosto che nel merito di un chiaro intendimento propositivo di cambiamento sociale.

Del resto, pretendere da Italia Viva un qualche sussulto anche timidamente riformista sarebbe far torto al riformismo anche più logoro e straccione. Un partito di centro rimane un partito di conservazione moderata dell’esistente, legato ad una visione liberale (se non liberista) della società ed è molto difficile per LeU proporre la reintroduzione dell’articolo 18 per i lavoratori quando l’esecutivo si regge grazie ad un trittico che non va verso la direzione della ricomposizione dei diritti sociali, ma semmai punta a non smantellare troppo le controriforme fatte in passato da differenti maggioranze tanto di centrosinistra quanto di centrodestra.

Facendo nuovamente un salto a Madrid, è evidente che Unidas Podemos sa di aver dato vita ad una coalizione che può dare alla Spagna un po’ di respiro in termini di tutele sociali, spostando il punto di vista popolare su temi che interessano la più larga parte della popolazione: ma si tratta comunque di un accordo al ribasso, non equipollente. Il PSOE rimane il socio di maggioranza e quindi, per fare un esempio di non certo poco conto, Iglesias ha dovuto chinare il capo davanti alla richiesta di inserire nel programma dell’esecutivo la nazionalizzazione di “Bankia” (messa al sicuro come banca di investimento pubblico).

Alla fine della fiera, però, sono sempre i conti europei quelli su cui si gioca la partita del “tira e molla” sul terreno sociale: il rispetto degli accordi tra Madrid e Bruxelles sul piano fiscale è uno dei cardini dell’equilibrio raggiunto tra PSOE e Unidas Podemos. E’ evidente che, essendo un compromesso, essendo una coalizione fondata su un patto, chi ottiene da un lato perde dall’altro: in questo caso, il vincolo europeo impedisce l’espansione di tutta una serie di piattaforme sociali che, se messe in essere, ricorderebbero un po’ i fronti popolari di inizio secolo del Novecento, qualche sprazzo di biennio rosso, qualche tentativo di arrivare ad una specie di socializzazione della società con la via “borghese” del voto, della democrazia rappresentativa.

C’è sempre un limite oltre il quale la stessa democrazia padronale non consente di spingersi: lo si è visto con Francisco Franco e le truppe ribelli che dal Marocco risalirono la Spagna per sovvertire la Repubblica. Lo si è visto in Francia con il Fronte popolare tra il ’36 e il ’38 che, nonostante gli “accordi di Matignon” (una punta avanzata di progressismo per i lavoratori di allora), finì col dissolversi davanti alle contraddizioni in cui sprofondò lo stesso PCF a causa dei rapporti con una Unione Sovietica che, nel corso del conflitto mondiale che sopraggiungeva, vedeva grandi sacche di ambiguità proprio sulla politica dei fronti popolari.

Quando si raggiunge quel limite, quel crinale oltre il quale il punto di non ritorno è passato e la rivoluzione è cominciata, ogni riformismo viene messo in secondo piano, ricusato, dimenticato. Ma anche le rivoluzioni falliscono e proprio sotto il peso di ciò che le circonda se non sono esse stesse a risultare egemoni e a condizionare gli eventi tramite fatti concreti che lascino un segno oltre il tempo rivoluzionario stesso, cui – del resto – è sempre difficile dare un limite, una fine.

Allora, si potrebbe affermare che i cambiamenti rivoluzionari avvengono per via riformatrice, per un lento progressivo evolvere della storia umana che raggiunge conquiste parziali e che si avvicina ad una emancipazione dal capitalismo non con un atto empirico che ricopra tutto il globo ma con parzialità, con tatticismi piuttosto che con strategie, con piccoli cambiamenti…

Non esiste una verità assoluta, dogmatica: proprio perché la storia delle società fino ad ora esiste è e rimane storia di lotta tra le classi e quindi una dialettica incessante, inestinguibile e irriducibile ad un moto unidirezionale di popoli tanto diversi da continente a continente e perfino nello stesso continente in cui si trovano a vivere.

Basti guardare tra Spagna e Italia, proprio in merito ai movimenti di sinistra e comunisti, quante siano le diversità.

Ciò che Izquierda Unida è riuscita a fare, seppure tra mille claudicanze politiche, in questi anni è mantenere una unità nella diversità, una alterità al moderatismo del PSOE: certo, le leggi elettorali sono diverse, la struttura sociale spagnola e la composizione stessa dello Stato è differente rispetto a quella italiana. Tuttavia in Italia la sinistra si è ormai divisa su due “grandi” (le virgolette sono assolutamente necessarie) linee: l’una è quella che mantiene in vita un progressismo governista che tende a far parte di coalizioni di centrosinistra e ad esserne la parte più progressista che, tuttavia, non mette in discussione il sistema capitalistico e, se lo fa, lo fa sapendo di non ferire i propositi di tutela delle politiche liberal-liberista in cui è costretta ad annaspare; l’altra linea, invece, è quella della ricerca di una autoreferenzialità che rischia di diventare una pericolosa patologia se non prova ad individuare come obiettivo necessario la ricomposizione prima di tutto sociale della sinistra di classe.

Laddove per “sinistra di classe” deve intendersi una sinistra oggi di opposizione, che sia conscia del fatto che solo un lavoro che unisca strategia politica a tattica sociale è un lavoro di lungo periodo che può sollevare l’orpello ideologico di un liberismo fintamente progressista che vorrebbe la sinistra piegata all’unico scopo di fermare i sovranismi dilaganti.

Semmai, la sinistra di classe deve lavorare per fermarli socialmente creando le condizioni politiche affinché la società, gli sfruttati siano consci che esiste una possibilità di sbugiardare le menzogne dei neofascisti moderni, di qualunque pulsione autoritaria non proteggendo i privilegi di chi è pronto domani a sostenere proprio i sovranisti stessi al governo, ma contrastando ogni tentativo di legare la democrazia al liberalismo piuttosto che al socialismo.

La deriva sovranista contro la deriva liberista: due facce di una stessa medaglia. Con la differenza che i liberisti di centrosinistra devono per forza ricoprire il ruolo di difensori della democrazia, visto che gli altri si propongono di sovvertirla. Ma nessuna delle due soluzioni è adeguata a raggiungere come scopo ciò che ci proponiamo da sempre: il superamento dello sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano e, con esso, tutte le brutture quotidiane che questa società si trascina appresso. Ad iniziare dalle guerre.

Bene ha fatto Izquierda Unida, bene ha fatto Unidas Podemos, ma la prova del governo produrrà, volenti o nolenti, due conseguenze, non necessariamente alternative fra loro: un cambiamento sociale su cui allargare il consenso della sinistra di alternativa o l’inglobamento della medesima nell’uniformità incolore che la farà apparire eguale alle altre forze e quindi irrilevante, insignificante e persino nociva agli interessi della povera gente.

Questo è quanto è avvenuto in Italia negli ultimi decenni: una lenta consunzione di valori, estinti da una perseveranza a fermare le destre solo sul piano elettoralistico-amministrativo e il progressivo abbandono del piano sociale.

Auguriamoci che in Spagna il cammino del nuovo governo sia differente e aiuti tutta la sinistra a fare un passo avanti e non due passi indietro.

MARCO SFERINI

9 gennaio 2020

foto: screenshot

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