Se l’Idea è Il Partito

La miopia politica degli appartenenti al Partito Democratico è davvero imbarazzante e va ricondotta sostanzialmente ad un retaggio della dogmatica leninista: il centralismo democratico del partito. Anni fa, intervistato...

La miopia politica degli appartenenti al Partito Democratico è davvero imbarazzante e va ricondotta sostanzialmente ad un retaggio della dogmatica leninista: il centralismo democratico del partito.

Anni fa, intervistato da qualche giornalista italiano, l’allora leader del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori di Svezia disse che il PCI di Berlinguer, per riuscire a governare e raggiungere i risultati ottenuti dal movimento operaio svedese (gestione diretta delle aziende da parte dei lavoratori, in primis), avrebbe dovuto fare due cose, cioè abbandonare l’idea di dittatura del proletariato e rifiutare il centralismo democratico, così da diventare a tutti gli effetti un vero movimento di massa orizzontale, strutturalmente radicato nei territori.

Ora, se il concetto di dittatura del proletariato, al di là delle possibili interpretazioni che se ne possono dare nel quadro del pensiero complessivo di Marx, è stato rigettato da tempo dal principale partito della sinistra italiana, lo stesso non può dirsi del centralismo democratico che, al pari di una qualsiasi dittatura (anche se, come in tal caso, della maggioranza), soffoca il dissenso, incanala le persone, rende strettamente verticistico-gerarchica un’organizzazione, e dunque sposta il baricentro dall’idea politica di fondo, propria del partito, e dall’azione politica che ad essa deve seguire (in ossequio ad una effettiva filosofia della prassi), al partito in se stesso, che da mero mezzo politico diventa fine.

Il partito, cioè, diviene per la politica ciò che le Chiese, intese come strutture istituzionali gerarchiche, sono per le religioni. Il centralismo democratico risulta essere, poi, un problema tanto più rilevante in una realtà così eterogenea come quella del PD, in cui convivono diverse anime, tra loro spesso molto distanti; esso, di fatto, è quello strumento che consente ad un Matteo Renzi di imporsi e di imporre una linea politica totalmente altra, anzi, addirittura di segno contrario, rispetto all’identità originaria del partito, con conseguente allineamento di tutti gli altri (siano essi membri del partito o semplici elettori dello stesso).

Da qui l’atteggiamento quasi fideistico da parte di quelle tante persone che non mettono mai in discussione il loro sostegno a quel determinato partito, anche quando quest’ultimo inizia a farsi portatore di interessi diversi, se non opposti, rispetto a quelli originari; da qui l’inizio dell’allontanamento dalla realtà, di cui tanto si sta parlando in questi giorni, in particolare tra le fila del PD; da qui, ancora, l’idea che il mondo si divida in ciò che è nel partito e in tutto ciò che sta fuori da esso, e che tutto ciò che ne è fuori sia un’accozzaglia di persone, partiti, movimenti, ragioni, lotte uguali tra loro e (sempre) sbagliate.

Quando il pur capace e intelligente Prodi parla di ondata di populismi che sta travolgendo tutta Europa e mette sullo stesso piano Cinquestelle, Lega, lepenismo o hoferismo austriaco, dimostra di non aver capito nulla della situazione attuale, quindi della crisi della sinistra e del Pd. Dimostra, cioè, di non aver capito che il populismo dei Cinquestelle, malgrado tutte le sue ambiguità e contraddizioni, sta riempiendo un vuoto politico della sinistra che sta ampliandosi da dieci anni a questa parte, dato principalmente da quello scarto tra Stato e società civile, che riflette, poi, lo scarto tra quest’ultima e il partito (classico).

E mentre tra l’intellighenzia (e pseudo-intellighenzia) piddina ci si interroga increduli sul perché di questa ascesa del c.d. voto di protesta e, come definito da alcuni, dell’antipolitica, senza per questo riuscirsi a dare risposte serie e realistiche, ma piuttosto cercando di razionalizzare il proprio fallimento, il Movimento di Grillo continua a “sottrarre” terreno alla sinistra, non solo e tanto cavalcando l’onda del rifiuto totale della vecchia e, sovente, corrotta classe dirigente (motivo principale del trionfo roboante della Raggi a Roma), ma anche mettendo al centro del proprio agire politico tematiche e soluzioni evidentemente appartenenti ad un mondo progressista, ponendosi come concreta e, ahimè, attualmente unica alternativa alle politiche (specie economiche) dell’attuale Governo (ciò che è alla base, invece, dell’inaspettata vittoria della Appendino a Torino).

È proprio la vittoria della Appendino che deve far riflettere: se la fortuna dei Cinque stelle è data solo dal malcontento populisticamente recepito e interpretato dal Movimento, come mai l’Appendino vince in una realtà, come Torino, amministrata discretamente bene e soprattutto lo fa dopo 23 anni di governo della sinistra?

Il punto è che si è sottovalutato sia il crescente disagio sociale, non estraneo a nessuna città, neppure Torino, e dato dall’accrescersi delle diseguaglianze sociali (particolarmente nelle zone di periferia) cui le politiche del Governo nazionale non ha saputo dare risposte, sia, più di ogni altra cosa, il contenuto delle proposte dei grillini (l’Appendino più di tutti) in relazione al disagio di cui sopra e in confronto a quelle degli avversari: dov’è, o meglio, cosa fa, il Pd, quando una semisconosciuta parla di No Tav, benicomunismo, reddito minimo, green e sharing economy, banche del tempo o baratto amministrativo? A quali soluzioni stanno pensando le donne e gli uomini del Pd, mentre Sinistra italiana fa approvare l’introduzione dell’indice Bes (Benessero equo e sostenibile) come parametro di valutazione delle politiche economiche del Governo all’interno della legge bilancio?

Io vedo gente impegnata a fare a scaricabarile all’interno del partito per non assumersi alcuna responsabilità in ordine alla schiacciante sconfitta subita alle amministrative, oppure gente che utilizza il suo tempo per offendere D’Alema a causa del suo ‘no’ alla riforma del Senato, peraltro manifestato da tempo, o la Ferilli, comunista rea, secondo molti, di aver tradito Il Partito, senza che nessuno si chieda se non sia stato il partito a tradire i suoi elettori, a distruggere la sinistra e ad aprire la strada al Movimento 5 stelle.

Come ha scritto su ‘la Repubblica’ Ezio Mauro, avete “rottamato” una storia. Adesso sarà difficile ricostruire.

ANTONIO MOSCA

redazionale

23 giugno 2016

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Antonio Mosca





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