Sandro Curzi, dieci anni dopo

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Sandro Curzi il 22 novembre 2008. Lo ricordiamo con le parole del discorso che tenne Citto Maselli alla cerimonia funebre, l’ultimo saluto...
Sandro Curzi

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Sandro Curzi il 22 novembre 2008. Lo ricordiamo con le parole del discorso che tenne Citto Maselli alla cerimonia funebre, l’ultimo saluto a pugno chiuso di un amico e compagno che con lui ha condiviso una vita intera di lotte e impegno. Rifondazione Comunista sta lavorando ad un’iniziativa dedicata a Sandro di cui a breve vi daremo maggiori dettagli

Dopo discorsi così importanti e per non correre il rischio di apparire come qualcuno che in qualche modo si vuole appropriare della sua storia, della sua vita, del suo essere comunista da quando aveva 13 anni, voglio solo salutarlo con alcuni ricordi della nostra vita.

Voglio salutarlo dicendogli della mia insanabile invidia per il suo per me misterioso successo con le ragazze nelle sezioni del partito comunista di quel primo dopoguerra romano – quando portavamo il grammofono a manovella e i dischi di jazz a 78 giri per i balli domenicali. Non ho mai capito cosa avesse di diverso da me per piacere tanto e subito alle ragazze. Bello non era ed aveva tutti i capelli neri e dritti. E non ero il solo a soffrirne, c’erano anche Aggeo Savioli e Ennio Polito, Claudio Astrologo, Carlo e Sergio Bertelli che erano iscritti alla sezione Esquilino in via Bixio, piena di compagne belle e intelligenti, attive, straordinarie.

Tra noi tutto era cominciato nel primo ginnasio a scuola al Tasso insieme. Sandro raccontava quando, nell’estate del ’42 sentì parlare da me di marx per la prima volta e del manifesto dei comunisti. Fatti i conti, avevamo lui dodici anni e io undici e mezzo. Da questa precocità un po’ tipica di quegli anni si spiega com’è che partecipammo poi tutti e due adolescenti alla resistenza  e come diventammo comunisti iscrivendoci subito dopo la liberazione al Pci. Iniziando così insieme una lunga storia di comunisti finita per Sandro solo ieri.

A Sandro voglio dire  anche quello che ho imparato da lui. Ricordo che noi eravamo in due sezioni diverse: io alla Ludovisi in corso d’italia e Sandro alla sezione Flaminio scatenato a lavorare con i profughi ammassati al campo parioli. Perché a noi borghesi il partito ci mandava a farci le ossa inviandoci nelle zone più difficili e negli ambienti più popolari. Bene, in rapporto con quelle realtà particolari, di disperati, Sandro si mise in contatto con i compagni di “bandiera rossa” che era come dire con i compagni trotzkisti. Io feci di tutto per dissuaderlo, e tuttavia, oggi glielo posso dire, fu per me una lezione profonda di libertà.

Voglio ricordargli anche delle nostre paure, un po’ infantili e di quella volta che lui raccontava sempre, di quando con Stefania siamo andati a sentire il suo comizio nel Mugello. Finita la manifestazione lo portarono a dormire in una grande villa vuota in una stanza enorme dentro un enorme letto nero a baldacchino. E lui ci disse: che fate mi lasciate qui da solo? Io ho paura.

Voglio raccontare di come si illuminava e cambiava faccia quando vedeva le persone a cui voleva bene.

Voglio raccontare che mi disse parlando di comuni amici, che le persone si capiscono da come si comportano e come si rivolgono alle persone socialmente più deboli, come i camerieri, per esempio. Da quello decideva se frequentare o meno qualcuno.

Voglio ricordare le nostre chiacchierate. E’ uscita sul Foglio una serie spiritosissima di caricature sulle nostre telefonate mattutine. Me le leggeva al telefono e ci divertivamo moltissimo. Non erano così vere e non certo alle sette di mattina.  Ma era vero che discutevamo insieme delle cose per noi importanti che faceva lui e che facevo io.

Non a caso domenica scorsa, in clinica, passammo la metà del tempo a parlare del mio ultimo film e io a sentire i consigli calorosi e appassionati che mi dava su un finale che voleva fosse in qualche modo positivo. Perché, diceva, noi comunisti dobbiamo dare, proporre una speranza.

Siamo stati sempre insieme, dalla stessa parte, in tutte le battaglie dentro il Pci e poi dentro Rifondazione Comunista. E allora voglio salutarlo ricordando quello che mi ha detto quest’anno a Venezia: che voleva lottare con tutte le sue forze contro la malattia perché in questo momento bisognava esserci, perché questo era il momento di combattere. Con la sua testa libera, di comunista.

CITTO MASELLI

Roma, piazza di Montecitorio, 22 novembre 2008

da rifondazione.it

foto tratta dall’archivio storico di Rifondazione Comunista

categorie
Comunismo e comunisti
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