San Lorenzo, quel paese rosso che non c’è più

Era abitato da operai, poeti, artisti e squatter. Pasolini ci passeggiava a testa bassa per non farsi riconoscere, il popolo che aveva conosciuto per quelle strade era cambiato. Poi divenne una distesa di pub e negozi gestiti dalle famiglie mafiose. I primi pusher erano sanlorenzini, ma presto vinsero i magrebini. A contestare Salvini c’ero anch’io
Marco Aurelio, Campidoglio

Sono venuto ad abitare a San Lorenzo nel 1979, contraendo subito la malattia della sanlorenzite. Era un paese di vecchi operai (costruito per loro nel 1909) con le lenzuola appese alle finestre, dove si potevano ancora ammirare matrimoni con la sposa sopra un calesse tirato da quattro cavalli. I borghesi del centro lo evitavano, zeppo secondo loro di feroci ladri, diversi da quelli dei film di Monicelli.

Le uniche violenze che ho visto sono state quelle di carabinieri e polizia, armatissimi, contro i ragazzi dell’Autonomia di via dei Volsci. Era un quartiere abitato anche da poeti, da Gino Scartaghiande a Beppe Salvia. Dario Bellezza mi chiedeva di trovargli un appartamento vicino a casa mia. Ricordo una festa da ballo a casa di Gino con tanti poeti e artisti. Abitavo allora a via dei Latini, all’ultimo piano di un palazzo senza ascensore, accanto al bar Marani, quello degli intellettuali di radio Onda rossa, dove si potevano incontrare Victor Cavallo e anche futuri attori di cinema come Mastandrea e i pittori della Cerere e quelli dello squatt di piazza dei Siculi insieme a preti rossi.

Il bombardamento americano del 1943 aveva lasciato palazzine sventrate. Bruttissimmi ricordi. Ruderi, accanto ai quali sono poi sorte le osterie popolari. I pusher di allora erano sanlorenzini mescolati a gente del sud, pur sempre di origine mafiosa. Come aveva intuito e scritto Pasolini, provocando forse la sua atroce morte. Pasolini diceva agli amici, prima di essere massacrato: «Roma è finita». Girava per San Lorenzo a testa bassa, per non farsi riconoscere, ma anche perché il popolo che aveva conosciuto per quelle strade era orribilmente cambiato, subendo una mutazione antropologica, un vero genocidio, come scrisse nel suo testamento, Scritti corsari. In Ragazzi di vita aveva osservato:«Da San Lorenzo al Verano c’era tutta una festa, una caciara, un cori cori» per prendere la Circolare rossa «piena come scatole di acciughe».
Tommaso Puzzilli, il protagonista di Una vita violenta, fugge verso Portonaccio dopo lo scippo a una signora di San Lorenzo. E inseguiti da una volante quei ragazzi di vita puntavano pur sempre verso i vicoletti di San Lorenzo. All’apparire degli anni Ottanta, ci fu una guerra tra pusher italiani e magrebini. Vinsero questi ultimi e il quartiere divenne una zona di spaccio per gli studenti universitari del sud che poi affluirono in massa nella vicina Sapienza.

Cambiarono i connotati al mio quartiere che divenne una distesa di pub , pizzerie, supermarket, gestiti dalle novanta famiglie mafiose della Capitale. Nelle guide inglesi si parla di Village romano, dimenticando di avvertire che i pusher ormai fanno il buono e il cattivo tempo, ferendo la notte i riottosi al loro mercato, sotto gli occhi della polizia che non li ferma nemmeno più, sapendo che dopo un giorno in questura escono. Mentre durante il giorno il quartiere è attraversato da anziani che trascinano lenti i carrelli della spesa come personaggi di una pièce di Beckett, durante la notte è un vero sabba di ragazzi che vengono anche dai quartieri limitrofi per drogarsi e divertirsi. È capitato anche che, sempre per divertimento, abbiano bruciato vivo un barbone allo Scalo. I sanlorenzini d’antan, i pochi rimasti, ogni tanto protestano per quel chiasso notturno che leva il sonno. E l’altra mattina, all’arrivo della faccia arabeggiante di Salvini c’erano anche loro, alcuni plaudenti e molti altri, tra cui il sottoscritto, (subito etichettati dal ministro dell’interno: «Una trentina di ragazzotti dei centri sociali») gridando «sciacallo».

Poi il ministro è tornato sul luogo del delitto, sperando forse nel martirio, chi sa, e con quella faccia da sadico provocatore, protetto da cordoni della polizia, ha avuto la faccia tosta di depositare una rosa rossa. Finita la marchetta mediatica tutto è tornato come prima, senza che la notte porti consiglio. A piazza dell’Immacolata i pusher magrebini sono già seduti sulle panchine come abitualmente, cercando clienti.

No, Sanlo non è più un quartiere rosso, dove i fascisti venivano ricacciati ogni 25 aprile. Ieri mattina c’erano anche quelli di CasaPound a proteggere il loro caro amico.
Un quartiere sfigurato da una dittatura mediatica tra le più violente. E meno male che i social si sono ravveduti, come molti che hanno votato Cinque stelle, poi pentendosene.
A ben vedere la fine è iniziata negli anni Novanta. Gli ultimi fuochi furono quelli degli squatter della palazzina di piazza dei Siculi, che erano anarchici che volevano fare una Factory come quella di Andy Warhol. Furono sgombrati violentemente, a più riprese, gettando sui poliziotti vernici colorate. Dedicai al quella Comune un romanzo: Squatter (Castelvecchi). Non vollero mischiarsi, loro che erano conosciuti nei centri giovanili di Berlino, con quelli dell’Autonomia e men che meno con quelli della vecchia sezione del Pci, ormai spaccata a metà, tra Rifondazione e Ds.

Se negli anni Settanta, quando ancora la mutazione era in atto, osteggiata dagli studenti del Sessantotto che sognavano una rivoluzione fallita, per Pasolini Roma era finita, oggi è un inferno in mano ai mafiosi che vendono droghe di ogni tipo, ovunque. Una ricerca recente ha stabilito che l’aria di Sanlo è piena di cocaina. Non si contrae più la sanlorenzite e la nostalgia non serve a nulla.
Non immagino che domani l’esercito arresti tutti gli spacciatori di questo e degli altri quartieri della città eterna, con la messa al bando dei centri sociali, come vorrebbe Salvini a parole. No, basta con la propaganda del governo.
Non è così che si reagisce allo stupro e all’assassinio di Desirée. Spero che le droghe siano legalizzate, invece. Solo così i pusher e i loro mandanti mafiosi, rimarrebbero a bocca asciutta.

RENZO PARIS

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

categorie
CronachePolitica e società

altri articoli