Rosatellum, la saggia scelta della Consulta

È passata quasi sotto silenzio l’inammissibilità dei ricorsi per conflitto tra poteri contro la legge elettorale. Con la pronuncia – preliminare rispetto al merito, comunque oggetto di una successiva...

È passata quasi sotto silenzio l’inammissibilità dei ricorsi per conflitto tra poteri contro la legge elettorale. Con la pronuncia – preliminare rispetto al merito, comunque oggetto di una successiva decisione – la Corte costituzionale sbarra per il momento la porta. E il silenzio certifica come l’esito fosse in realtà scontato.
Una scelta saggia. La Corte ha inteso probabilmente tenersi lontana dalla rissa preelettorale, nella quale una scelta diversa l’avrebbe fatalmente trascinata. Sarebbero iniziate pressioni per decidere il merito prima del voto, non rinviabile per la scadenza costituzionalmente data della legislatura. Qualunque cosa la Corte avesse poi fatto – deciso o rinviato, accolto o respinto i ricorsi – avrebbe in realtà scelto se far votare con la nuova legge (165/2017), o – per i tempi comunque stretti – con i Consultellum di Camera e Senato.

La legge 165 nell’opinione prevalente favorisce il centrodestra, in specie per i collegi uninominali maggioritari che avvantaggiano la Lega nel Nord. Sfavorisce gli altri, incluso il Pd. Qualunque decisione avrebbe causato l’accusa alla Corte di una scelta di parte. E in sostanza la Corte avrebbe concorso a determinare il vincitore nella competizione del 2018. Una posizione insostenibile. Si aggiunga poi l’interferenza con lo scioglimento delle Camere – ormai quasi deciso – subito dopo la legge di stabilità per un voto nei primi giorni di marzo. Quindi, bene la decisione odierna. Ma cosa si prospetta per il futuro?

Dal comunicato della Corte si evince che non sono legittimati a ricorrere i cittadini, le associazioni, i parlamentari per ciò che riguarda l’assemblea non di appartenenza. Per quella di appartenenza potrebbe invece rimanere uno spiraglio aperto. Ma la Corte ha censurato i ricorsi presentati anche perché non individuavano «in modo chiaro e univoco né la qualità in cui i ricorrenti si rivolgono alla Corte né le competenze eventualmente lese né l’atto impugnato». Un linguaggio severo, che si spiega forse anche perché offriva alla Corte la via più semplice per chiamarsi fuori.

Viene a mente che in una recente ordinanza (149/2016) la Corte ha ritenuto inammissibile un ricorso per vizi nel procedimento di formazione di una legge (unioni civili) presentato da alcuni senatori nei confronti del presidente del Senato, della conferenza dei capigruppo e del vicepresidente della commissione giustizia. La Corte ha in specie affermato che violazioni di norme regolamentari e della prassi parlamentare «debbono trovare all’interno delle stesse Camere gli strumenti intesi a garantire il corretto svolgimento dei lavori, nonché il rispetto del diritto parlamentare, dei diritti delle minoranze e dei singoli componenti». Non sfugge dunque che anche un ricorso scritto meglio di quelli oggi inammissibili potrebbe domani egualmente cadere.

La via del conflitto tra poteri si mostra impervia. Più agevole è forse la questione di legittimità sollevata in giudizio, come per il Porcellum e l’Italicum. Un punto debole potrebbe trovarsi nel voto congiunto, che alla fine costringe l’elettore a votare a pacchetto chiuso, senza alcuna possibilità di scelta del proprio rappresentante. Ma dobbiamo ricordare che la Corte ha riconosciuto al legislatore una larga discrezionalità, con il solo limite della manifesta irragionevolezza. Un argine debole, perché mentre si affermano i principi – rappresentatività delle assemblee, voto libero e uguale – si lascia al legislatore ampia libertà nel tradurli in regola elettorale. Sostanzialmente svuotando anche lo scrutinio del Capo dello Stato, che richiede secondo prassi una «manifesta incostituzionalità» per rifiutare la promulgazione e rinviare alle Camere. Quando e come si potrà trarre una «manifesta incostituzionalità» da una «manifesta irragionevolezza»?

Se ne riparlerà a babbo morto, come direbbero in Toscana. In ogni caso, la difesa di un voto libero e uguale e di assemblee ampiamente rappresentative è questione politica, assai più e prima che giudiziaria. Si presentino disegni di legge di iniziativa popolare, si propongano referendum abrogativi, si faccia pressione sulle forze politiche prima e dopo il voto, dentro e fuori le assemblee elettive. È la via faticosa e incerta della partecipazione democratica. Siate avvertiti.

MASSIMO VILLONE

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Politica e società





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