Rohani: «Via le sanzioni, poi il dialogo»

Medio oriente. Il presidente iraniano non chiude la porta all'apertura fatta al G7 da Trump ma chiede la fine immediata della pressione americana sul suo paese. Intanto a Tehran i falchi condannano la visita a Biarritz del ministro degli esteri Zarif

«Prima dovete ritirare tutte le sanzioni illegali, ingiuste e sbagliate contro la nazione iraniana». Hassan Rohani tiene aperta la porta di un eventuale dialogo con gli Usa ma pone con forza i paletti entro quali potrà eventualmente svolgersi. Il presidente iraniano ha risposto così alle dichiarazioni di Donald Trump al G7 di Biarritz, sulla possibilità di un incontro con i vertici di Tehran sul programma nucleare iraniano. L’Iran non si sente in alcun modo responsabile della crisi innescata dall’uscita, poco più di un anno fa, degli Stati uniti dal Jcpoa, l’accordo sul nucleare del 2015. L’Iran rispetta ancora quelle intese ma, avverte, potrebbe abbandonarle presto se l’Europa non avvierà il meccanismo che ha messo a punto per aggirare le pesanti sanzioni contro la Repubblica islamica approvate dall’Amministrazione Usa. Sanzioni che strangolano l’economia iraniana, a cominciare dall’export petrolifero. Per Rohani sono la priorità. «Dobbiamo usare il nostro potere militare e di sicurezza, il nostro potere economico e culturale e il nostro potere politico» ha spiegato il presidente iraniano davanti alle telecamere della tv di Stato. «Dobbiamo negoziare – ha aggiunto – Dobbiamo trovare soluzioni. Anche se le probabilità di successo sono del 10 per cento dobbiamo sforzarci e iniziare».

La sua linea flessibile tuttavia incontra crescenti ostacoli in quadro dove Trump continua a porre un aut aut agli iraniani: piegatevi alle nostre condizioni o sarà la guerra. Le frange più rigide dei vertici politici iraniani e della Guardia rivoluzionaria non hanno digerito la visita del ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif al G7. Kayhan, uno dei giornali di riferimento dei falchi, ha criticato la missione perché avrebbe inviato «un messaggio di debolezza e disperazione…nell’ottica immaginaria di un’apertura». Ciò, ha previsto, «darà spazio solo a una maggiore insolenza e pressione» da parte degli Stati Uniti. La visita di Zarif al G7 è stata giudicata inutile anche da Abdollah Haji Sadeghi, rappresentante della guida suprema Ali Khamenei presso la Guardia rivoluzionaria. «Non dovremmo aspettarci altro che ostilità», ha detto Sadeghi all’agenzia di stampa Isna. Invece il quotidiano riformista Etemad ha difeso la visita di Zarif definendola il «momento più promettente» della diplomazia dal ritiro unilaterale di Washington dal Jcpoa. Reazioni che hanno spinto Rohani a ricordare che la sua posizione era e resta ad esclusivo beneficio «dell’interesse nazionale». Egli stesso, ha sottolineato, non esiterebbe a partecipare «ad un incontro che rappresenta un’opportunità per il paese e risolvere i problemi della popolazione».

Il dibattito interno iraniano fa da sfondo ad una crisi regionale che si è fatta più grave a partire dal 4 luglio quando è cominciata la “guerra delle petroliere” con il sequestro del tanker iraniano Grace 1 da parte delle autorità di Gibilterra a cui Tehran ha risposto bloccando la nave cisterna britannica Stena Impero. Trump quindi ha annunciato la costituzione di coalizione navale di paesi “volenterosi” che dovrà pattugliare il Golfo per garantire, con i cannoni pronti a fare fuoco, la navigazione per Hormuz e alla quale intende partecipare anche Israele.

I deboli segnali di un ipotetico disgelo tra Washington e Tehran hanno fatto entrare in scena il governo Netanyahu che, con i bombardamenti aerei dei giorni scorsi, ha deciso di occupare gran parte del palcoscenico per mettere in chiaro che Israele non accetterà un allentamento della pressione sull’Iran. Anche a costo di una guerra. «Suggerisco a Nasrallah di calmarsi….sa molto bene che lo Stato di Israele sa come difendersi bene e come ripagare i suoi nemici…e voglio dire a lui e allo Stato libanese e dico lo stesso a (comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana) Qassem Soleimani: state attenti alle vostre parole e ancora più attenti alle azioni», ha avvertito il premier israeliano Netanyahu riferendosi al leader del movimento sciita Hezbollah che ha promesso una risposta all’attacco israeliano con droni a sud di Beirut. Con Nasrallah si è schierato il presidente libanese, il cristiano Michel Aoun, che domenica ha definito il raid israeliano una «dichiarazione di guerra». Di senso contrario le dichiarazioni del governo di Beirut guidato dal sunnita Saad Hariri, sostenuto dagli Usa e schierato contro l’Iran. Hariri ha sollecitato tutti i libanesi a «ricorrere alla saggezza, alla calma» e a «evitare ogni escalation». Parole che difficilmente fermeranno la risposta di Hezbollah. Il movimento sciita denuncia che il drone israeliano caduto tre giorni fa alla periferia meridionale di Beirut conteneva 5 kg di esplosivo di tipo C4 e che «il proposito del drone non era l’attività di monitoraggio ma condurre un attacco».

MICHELE GIORGIO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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