Renzi rottama i parametri ma non cambia verso

L’Europa ha un appuntamento con la Storia in autunno: il Fiscal compact, prima che le sue regole diventino diritto comunitario, sarà “costretto” ad una valutazione economico-sociale degli Stati aderenti...

L’Europa ha un appuntamento con la Storia in autunno: il Fiscal compact, prima che le sue regole diventino diritto comunitario, sarà “costretto” ad una valutazione economico-sociale degli Stati aderenti all’area euro.

L’occasione è offerta dall’art. 16 dello stesso Fiscal compact dove è stabilito il percorso di valutazione.

L’articolo 16 dice che entro 5 anni dalla sua entrata in vigore (1/1/2013) le norme sono oggetto di un processo di valutazione prima di diventare “diritto comunitario”.

Pochi economisti, giuristi e politici hanno sollecitato una discussione sul punto, ma in generale si registra una sottovalutazione che è tornata comoda alla politica tutta, dimenticando che la crisi sociale ed economica è figlia di alcune teorie economiche, e il Fiscal compact è lo strumento tecnico per estromettere per sempre lo Stato dall’economia reale.

In autunno potrebbe aprirsi una discussione seria sugli effetti pratici dell’applicazione del Patto di stabilità e crescita, poi del Six e del Two pact (regolamenti comunitari) e, infine, sul Fiscal compact (trattato internazionale agganciato al diritto comunitario).

Quindi una discussione che potrebbe tracciare un altro orizzonte europeo.

Sostanzialmente «il potere ignorante» (P. Leon) ha un’occasione pubblica e progettuale come non accadeva da tempo. All’Italia tocca subire il suo fardello di «potere ignorante». Renzi ha proposto di rottamare il Fiscal compact, di riportare il deficit al 3% e di tagliare le tasse per sostenere la crescita.

Non è una idea originale, è parte integrante del modello Reagan-Thatcher che ha soppiantato (sostituito) il modello di crescita di Roosevelt.

Il potere ignorante non ha proprio compreso che la crisi del 2007 non è un pasticcio dell’economia ma la fine di un modello che ha permesso al mondo di crescere tra il 1980 e il 2007.

Immaginare di far ripartire il motore dello sviluppo via riduzione delle tasse è un auspicio a buon mercato per comprare le coscienze delle persone esasperate da 10 anni di crisi.

Qualcuno, meno ignorante, propone di adottare modelli attuativi del Fiscal compact meno stringenti. Il ministro Padoan in sede comunitaria propone l’adozione almeno del modello econometrico dell’Ocse quando trattiamo l’output-gap. La materia non è banale se consideriamo che il Pil potenziale e quello reale tendono a coincidere nel modello europeo, pregiudicando qualsiasi opzione per le politiche pubbliche degli Stati europei.

La proposta è attualmente discussa dalla Commissione europea, ma i lavori sono colpevolmente in ritardo e molti paesi europei sollevano parecchie critiche.

Si tratta di 1,5-2 punti di Pil; non proprio quisquilie per declinare nuovi investimenti pubblici, come da flessibilità ottenuta, che è finalizzata alla realizzazione di investimenti strategici e non certo per ridurre le tasse. Del resto lo stesso Fmi ha ricordato che la riduzione delle tasse non è strategica per lo sviluppo quando vengono meno gli investimenti privati e pubblici.

In altri termini, è dunque realistico utilizzare questa occasione per realizzare un confronto critico e una profonda revisione delle sue regole che abroghi tutte le norme a valle del Trattato di Maastricht (uniche queste a valenza “costituzionale”), riesamini gli errori commessi e metta in campo un nuovo Fiscal compact che prospetti un Bilancio Pubblico Europeo finanziato da imposte autonome pari al 5% del Pil europeo che, utilizzando anche gli eurobond, abbia come obbiettivo quello di governare il ciclo economico e definire le “Istituzioni del Capitale” europee all’altezza della sfida di paradigma che tutto il mondo deve affrontare dopo la fine del modello Reagan-Thatcher.

Ma se alla discussione sul Fiscal compact europeo e le prospettive economico-sociali, ci arrivi da destra come fa Renzi, è un dramma. E si favorisce lo storico disappunto dell’Ue sulle politiche economiche e finanziarie dell’Italia.

Del resto come dargli torto. La crisi che attraversiamo è innanzitutto culturale e progettuale. Occorre imbastire un modello che permetta di delineare le nuove istituzioni del capitale ristabilendo un equilibrio avanzato tra capitale-lavoro, tra capitale-stato e quindi tra lavoro-stato. Sarebbe il caso di provarci.

ROBERTO ROMANO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Politica e società





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