Presa di coscienza

Quando avevo vent’anni mi dicevano: “O sei comunista alla tua età o non lo sarai mai più.”. Pensavo fosse una esagerazione. Tutt’ora lo penso anche se con qualche dubbio,...

Quando avevo vent’anni mi dicevano: “O sei comunista alla tua età o non lo sarai mai più.”. Pensavo fosse una esagerazione. Tutt’ora lo penso anche se con qualche dubbio, con qualche remora…

Poi, arrivato a trent’anni, sentivo dire: “Vedrai che invecchiando diventerai moderato“.

Il bello è che già dieci anni prima mi sentivo dire che ero moderato perché sostenevo la politica delle alleanze, per mitigare l’impatto delle destre sul Paese, sacrificando quell’autonomia del Partito che pensavo fosse giusto sacrificare per una causa comune, per avanzare dopo come forza politica rivoluzionaria.

Invece, col tempo, ora che di anni ne ho quarantasei (e mezzo…) ho appreso che l’aver sacrificato parte della nostra autonomia di comunisti non ha giovato alla causa comune del fermare le destre, perché coloro con cui eravamo alleati non erano affatto intenzionati a fare politiche sociali ma a strutturare invece tutta una serie di garanzie a protezione non dei lavoratori ma dei profitti, dei padroni, dei grandi ricchi, dei più forti sfruttatori.

Ho appreso anche che, a poco a poco che la realtà dei fatti mi si faceva sempre più crudamente avanti, e la barbarie del capitalismo si mostrava a me rinvigorita dal liberismo, la “sinistra“, per effetto di ciò, diveniva progressivamente un luogo vuoto, una parola vuota, adattabile ad ogni contesto e soggetto politico che volesse accaparrarsi i voti degli strati più deboli della popolazione e poi usarli contro coloro che asseriva di voler proteggere e tutelare.

Mi sono dunque convinto che, davanti a questo svilimento del progressismo, nei confronti di tutti coloro che nel corso di trent’anni avevano lavorato (da destra come è naturale e da sinistra come lo doveva essere meno, anzi per nulla…, chiamandosi PDS, DS e poi unendo culture socialdemocratiche a cattolicesimo di base) per sminuire la forza di una vera e propria “rifondazione comunista” in Italia, non serva oggi mostrarsi come possibili “alleati“, ma serva tornare ad Itaca, alle origini.

Tornare ad essere ciò che eravamo, perché la matassa è stata ingarbugliata fin troppo, e tocca a noi comunisti sbrogliarla e far sì che si comprenda che senza una critica sociale senza se e senza ma del sistema sociale ed economico in cui viviamo, senza un anticapitalismo moderno, attualizzato alle dinamiche veloci che ha assunto, non c’è possibilità di fermare la ferocia delle destre sovranista ma, soprattutto, la ferocia dello sfruttamento della moderna imprenditoria che viene fatta passare ancora come “esigenza” per il bene della nazione.

Per tutti questi decenni abbiamo scelto il “MENO PEGGIO“, ritenendo di interpretare lo spirito della “Svolta di Salerno“, di rinvigorire il resistenzialismo unitario davanti al Satana di turno.

Il risultato è sotto tutti i vostri occhi: a Satana minore è subentrato sempre un Satana maggiore. Dal berlusconismo al renzismo e da questo al salvinismo.

La via proposta da noi comunisti avrà anche fallito, ma quella di chi oggi disprezza colori, bandiere e si unisce sulla base di un generico richiamo al vivere nella società “dell’amore e non dell’odio“, non vincerà se non avrà un supporto critico, se non saprà riconoscere l’origine delle ingiustizie: non è Salvini, ma è il regime economico in cui viviamo.

Per questo, votare PD o centrosinistra pensando di tutelare la Costituzione e restare ad essa fedeli e, al contempo, limitare le ingiustizie sociali è una utopia più grande di quella che ci viene marchiata addosso da sempre.

(m.s.)

Foto di Florin Radu da Pixabay

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