Piombino ancora in piazza per l’acciaio

Siderurgia. In migliaia all'ennesima manifestazione in difesa del secondo polo siderurgico italiano, ancora nell'impasse e alla vigilia di un decisivo incontro al Mise. Maurizio Landini: "Se non ci saranno risposte concrete, faremo una grande manifestazione davanti a Palazzo Chigi"

“Se dall’incontro di lunedì prossimo al Mise non ci saranno risposte concrete, lanceremo una grande manifestazione a Roma davanti a Palazzo Chigi, e chiederemo un incontro con Gentiloni”. Maurizio Landini parla a una piazza affollata di operai, di studenti, di anziani pensionati delle Acciaierie. A questi ultimi è stata perlomeno risparmiata l’agonia odierna. Ma anche loro soffrono, come tutta Piombino e la Val di Cornia, di fronte ai tanti stop che stanno accompagnando il progetto della Cevital di Issad Rebrab sul futuro di quello che è (era?) il secondo polo siderurgico del paese.
A tre anni dalla chiusura dell’altoforno per folle decisione del governo, l’ambizioso piano di riconversione – due forni elettrici poi ridotti ad uno solo, nuovi laminatoi e polo agroindustriale – è ancora al palo. Per giunta quel che resta della cittadella dell’acciaio è praticamente fermo, perché anche il treno rotaie è bloccato per mancanza di materie prime. La produzione dovrebbe riprendere a inizio aprile, invece per gli altri treni di laminazione, Tmp e treno vergella, fermi ormai da molti mesi, al momento non c’è una prospettiva di ripartenza. “Ma così non si garantisce la continuità produttiva dell’azienda, indispensabile per il mantenimento dei contratti di solidarietà”, denuncia a sua volta dal palco Rocco Palombella della Uilm.
La manifestazione, ormai sono a cadenze bimestrali, ha visto in piazza migliaia di lavoratrici e lavoratori metalmeccanici dell’intera provincia di Livorno. Il lungo corteo, aperto dallo striscione delle Acciaierie tenuto dai segretari generali di Fim, Fiom e Uilm, è partito dallo stabilimento per raggiungere il centro della città per gli interventi finali. “È necessario che così come per l’Ilva – ha aggiunto un applaudito Landini – il governo si impegni a garantire un futuro per Piombino, secondo polo industriale siderurgico del nostro paese”.
Va da sé che l’umore della città, e dell’intera Val di Cornia, è nero come la pece. Ben riassunto dalla presa di posizione del combattivo Prc piombinese: “Se Rebrab e il governo, ferma restando la presentazione di un piano industriale finanziato, arriveranno ad un accordo per il prolungamento dei due anni previsti dalla legge Marzano, questo servirà per non mettere alla fame centinaia di famiglie. Ma sarà anche il segno del fallimento totale delle politiche industriali governative e del Pd locale, regionale e nazionale, perché la situazione per la ripresa della produzione non cambia di una virgola”.
Quanto alle sparute richieste della piazza di “licenziare” lo stesso Rebrab, ma senza sapere chi potrebbe prendere il suo posto (gruppo Jindal?), sia fra gli operai delle Acciaierie che alle forze politiche di sinistra questa ipotesi appare riduttiva: “Non riteniamo che la soluzione sia banalmente ‘mandare via Rebrab’. Piuttosto chi ci governa: come si è assunto la responsabilità di spengere l’altoforno, vero inizio della fine dello stabilimento, adesso si deve assumere la responsabilità di trovare il modo, visto che per le banche lo fa, di intervenire direttamente con fondi pubblici per la ripresa della produzione”.
Sul punto anche Palombella è netto: “Piombino deve tornare a produrre acciaio, questo obiettivo deve essere la prima condizione che deve caratterizzare l’attività del gruppo Cevital. In caso contrario è il governo che dovrà assumersi la responsabilità di ripristinare la concreta produzione del sito siderurgico”. Insomma chi rompe – chiudendo l’altoforno – deve pagare. E i cocci non sono suoi, ma di un intero comprensorio che vuol restare aggrappato all’acciaio.

RICCARDO CHIARI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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