Per una nuova programmazione economica pubblica

Scrive Massimo Giannini su “la Repubblica”: Dobbiamo saperlo. Dopo gli americani di Whrilpool, se ne andranno anche gli indo-francesi di Arcelor Mittal. E sarà un’altra disfatta, per l’Italia e...

Scrive Massimo Giannini su “la Repubblica”: Dobbiamo saperlo. Dopo gli americani di Whrilpool, se ne andranno anche gli indo-francesi di Arcelor Mittal. E sarà un’altra disfatta, per l’Italia e per il lavoro. Dagli orizzonti sinergici della “Smart Nation”, che Giuseppe Conte sognava il 9 settembre nel suo discorso di insediamento alla Camera. Scomparirà anche l’Ilva”.

Siamo di fronte all’ennesimo passaggio nella lunga storia dell’apparentemente irreversibile declino dell’Italia dei settori fondamentali nella produzione industriale.

Si tratta del segno tangibile della difficoltà emergente ad affrontare i punti decisivi di una vera e propria “crisi dello sviluppo” e non semplicemente di una “crisi nello sviluppo”.

A fronte di una complessità del mercato internazionale che presenta fortissimi squilibri strutturali anche da parte di quei paesi che si ritenevano emergenti e che avrebbero dovuto funzionare da nuovi riferimenti complessivi il quadro generale di riferimento, oggi è tracciato, da un lato dalla strategia dei dazi da parte degli USA e dalla continuità almeno fin qui mantenuta delle regole di “austerità” dettate dall’UE.

Si tratta di fattori che ci richiamano a una necessità di un livello strategico tale attraverso il quale fronteggiare questa fase di fuoriuscita dallo schema della cosiddetta “globalizzazione” così come questo fenomeno si era evidenziato a livello planetario nel primo decennio del XXI secolo.

L’Europa subisce, forse più di altre parti del mondo, l’impatto di questo stato di cose e si trova di fronte alla contesa tra identità e globalismo (ben oltre il tema dei migranti, dominante soltanto per i media e sul piano propagandistico per l’ultradestra sovranista).

Intanto, mentre si verificano imponenti spostamenti di capitale, la condizione materiale dei lavoratori peggiora e la situazione economica complessiva dell’Unione Europea appare in una situazione di arretramento complessivo che principia a mordere anche in quelli che si consideravano “punti alti” come la Germania.

Un arretramento sicuramente non certificabile attraverso le percentuali di crescita o di decrescita del PIL dei rispettivi Paesi

L’Italia si trova in una situazione d’incapacità di difesa del proprio residuo patrimonio economico soprattutto perché si trova di fronte ad uno specifico intreccio perverso tra politica ed economia che ha finito con il paralizzare scelte di fondo che sarebbero state necessarie, soprattutto dal punto di vista dell’intervento del pubblico sia sul piano degli investimenti che della gestione.

Il quadro complessivo appare di grave insufficienza anche dal punto di vista della realtà finanziaria e delle infrastrutture.

Il tessuto produttivo nazionale attraversa, da anni, una crisi strutturale che condiziona l’economia del Paese e non si è mai riusciti a varare una sintesi di programmazione economica, all’interno della quale potesse emergere la capacità di selezionare poche ed efficaci misure, in grado di incrociare la domanda di beni e servizi e promuovere una produzione di medio e lungo periodo.

Appaiono, inoltre, in forte difficoltà anche gli strumenti di rapporto tra uso del territorio e struttura produttiva; strumenti ideati nel corso degli ultimi vent’anni allo scopo di favorire crescita e sviluppo: il caso dei distretti industriali, appare il più evidente a questo proposito.

Da più parti si sottolinea, giustamente, il deficit d’innovazione e di ricerca.

Ebbene, è proprio su questo punto che appare necessario rivedere il concetto d’intervento pubblico in economia: un concetto che, forse, richiama tempi andati, di gestioni disastrose e di operazioni “madri di tutte le tangenti”.

Oggi si tratta di riconsiderare l’idea dell’intervento pubblico in economia; non basta (anzi appare pericolosa) l’idea di usare la CDP come salvadanaio per acquisire quote di società già pubbliche poi privatizzate e adesso in totale dissesto (una strategia tipo EGAM tanto per intenderci).

Si evidenzia così un’assoluta mancanza di strategia.

Mentre il mercato internazionale si stava specializzando nei beni d’investimento e intermedi con alti tassi di crescita attraverso la forte spinta dei signori dell’innovazione e una forte spinta al decentramento, l’Italia rimaneva ferma sui beni di consumo con bassi tassi di crescita in un quadro di sostanziale provincialismo produttivo.

Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del pentapartito ben oltre l’aver ricoperto il ruolo di matrice di Tangentopoli e aver sottoscritto Maastricht con leggerezza) i paesi europei erano in condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia, hanno modificato le proprie capacità tecnico – scientifiche diffuse, al fine di agganciare il mercato internazionale.

Non a caso i Paesi europei hanno usufruito di una dotazione tecnologica, costruita anche grazie al supporto e all’intervento diretto del settore pubblico ed è questo è stato il vero elemento di squilibrio all’interno dell’UE mentre l’Italia è rimasta al palo nel campo dell’innovazione rinunciando anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro, nell’informatica, nell’elettronica, nella chimica, addirittura nell’agroalimentare.

Queste sono state le responsabilità dirette e comuni di quanti si sono avvicendati alla guida del Paese dal 1992 in avanti: centro – destra, centro – sinistra, tecnici, larghe e piccole intese, giallo verdi e giallo rossi.

Abbiamo verificato il determinarsi di una vera e propria involuzione del sistema.

Abbiamo bisogno, invece, di programmazione e di capacità di gestione verso i soggetti capaci di generare innovazione: l’Università, in primis, l’Enea, il CNR, le grandi utilities, le infrastrutture.

Si tratta di rilanciare un intervento pubblico in economia in grado di stabilire criteri vincolanti di collaborazione anche con imprese miste, nel cui quadro interventi di finanziamento siano collegati alla generazione di processi di alta ricaduta industriale e al perseguimento di precisi obiettivi di crescita occupazionale, nei settori avanzati e non tradizionali.

Si sta delineando un processo lungo e difficile, il cui presupposto dovrebbe essere quello di non affidarsi semplicemente al mercato e ai suoi meccanismi.

Deve emergere una capacità di previsione da parte dell’intervento pubblico, sia sotto l’aspetto della programmazione, che della correzione degli indirizzi generali: ed è questo che è mancato e continua a mancare da parte dei soggetti politici.

E’ assente ormai da tempo la capacità di direzione politica dell’economia e non bastano le grida dei sovranisti che affidano tutte le responsabilità a Bruxelles (l’Europa impostata sul monetarismo sicuramente ha svolto un ruolo negativo, però si tratta – per capire – di scavare molto più a fondo).

L’idea dell’intervento pubblico, della programmazione, della gestione pubblica dei settori strategici si pone dunque naturalmente, come accennato all’inizio, in diretta relazione con il quadro internazionale e – in specifico – con il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea ma presenta anche aspetti di indirizzo della politica nazionale da parte del Governo, del Parlamento, delle Regioni (quest’ultime ormai hanno abdicato riducendosi a Enti esclusivamente votati alla nomina e alla spesa, fallendo in settori fondamentali come la sanità e i trasporti).

Sarebbe il caso di discuterne sul serio, fuori dalle improvvisazioni e dai propagandismi.

FRANCO ASTENGO

25 ottobre 2019

foto tratta da Pixabay

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