Per una nuova forza comunista

“Diventa evidente che le cose, lasciate alla loro spontaneità, non vanno nella direzione auspicabile. Al contrario, le forze anticapitalistiche e antiriformiste tendono a disperdersi o farsi paralizzare da un...

Diventa evidente che le cose, lasciate alla loro spontaneità, non vanno nella direzione auspicabile. Al contrario, le forze anticapitalistiche e antiriformiste tendono a disperdersi o farsi paralizzare da un settarismo accentuato.“.

E ancora…: “Essenziale è uscire da questo circolo vizioso in cui è stretta la sinistra rivoluzionaria italiana, tra un partito comunista che non è in grado dal suo interno di esprimere una nuova forza, e una realtà di nuovi militanti che non sono in grado di unificarsi per diventare un punto di riferimento esterno. Questo circolo vizioso può essere rotto solo da un movimento politico che ne prenda atto fino in fondo e abbia le forze minime per invertire la tendenza.“.

Ed ancora…: “La formazione di un tale movimento politico è il compito di oggi: un movimento capace di unificare, intorno ad una linea precisa, forze in grado di operare politicamente e incidere nella società; in grado di far precipitare, per la capacità egemonica del proprio discorso e della propria pratica, un più generale processo di ristrutturazione della sinistra italiana, offrendo in un lungo periodo una vera alternativa.“.

Paiono enunciazioni dettate da una analisi obiettiva della situazione in cui si trova oggi la sinistra in Italia, tutto un movimento che si è atomizzato tra tendenze rivoluzionarie, settarismi, moderne interpretazioni della socialdemocrazia e del tanto decantato pragmatismo di governo, quello che, sostanzialmente, allontanerebbe dall’immaterialità dei sogni e delle vaghe speranze e legherebbe la sinistra a “sani princìpi” di osservazione della realtà contingente per provare davvero a migliorare la condizione di sopravvivenza delle cosiddette “masse“.

Parrebbero riflessioni dell’oggi, ed invece risalgono a cinquant’anni fa: il che potrebbe voler significare che chi le riscrive e le commenta qui, provando a sviluppare un ragionamento sul disfacimento del progressismo italiano (e non solo), sia niente altro se non un giovane ferrovecchio del passato, seppure ancora recente, ancorato a vecchi schemi; pur tuttavia nessun detrattore proprio di questi schemi è mai riuscito con soluzioni nettamente e diametralmente alternative a dimostrare che percorrendo vie riformiste e governiste si è giunti non solo al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e degli sfruttati tutti, ma alla soglia del rovesciamento del sistema economico capitalistico che tutto questo produce, alimenta e ingrandisce.

Per troppo tempo abbiamo cercato di dare retta proprio ai riformisti, come quei compagni comunisti, che sarebbero poi divenuti di Sinistra Ecologia Libertà (divenuti poi Sinistra Italiana, confluiti in Liberi e Uguali che al momento si trova al governo con il ministro della Salute, Roberto Speranza), che ci dicevano come fosse utile sbirciare anche un po’ dal lato dell’intervento immediato nelle istituzioni, provando ad intervenire nelle contraddizioni delle forze riformiste di allora e avanzando le proposte comuniste non solo fuori dalle maggioranze di governo, ma dentro gli esecutivi stessi.

Rifondazione Comunista quella stagione l’ha trascorsa più volte: prima con la partecipazione esterna al primo governo Prodi – la fase della “desistenza“, ossia l’appoggio parlamentare del PRC ai provvedimenti che di volta in volta venivano presentati dall’esecutivo e che potevano (non “dovevano“) essere oggetto di approvazione da parte dei gruppi comunisti di Camera e Senato – e poi con il coinvolgimento diretto nell’esperienza sempre prodiana de “L’Unione”, quando ancora vi era da fronteggiare il berlusconismo, unitario nemico di destra estrema e moderata d’allora, santamente unito e benedetto tanto da Confindustria quanto dal Vaticano e sorretto dalle cancellerie internazionali.

Vince il centrosinistra, per una manciata di voti. Rifondazione Comunista entrò nel governo, ebbe anche la Presidenza della Camera e tutto ciò basta, secondo alcuni, per affermare che quella fu non solo una scelta erronea – il che è anche legittimo pensarlo e dirlo – ma che fu l’origine della dissipazione della sinistra comunista e di alternativa.

Dalla fine del secondo governo Prodi deriverebbero tutte le malesorti per la sinistra: probabilmente ciò è suffragato dal fatto che dopo il 2008 nessun comunista si è più seduto sugli scranni delle due Camere e questa uscita coatta dal Parlamento ha generato una crisi di panico tanto repentina quanto a lento rilascio di molteplici ansie che si sono somatizzate e che hanno influito sulle successive scelte.

Ne sono seguite appunto scissioni, come quella di Sinistra Ecologia Libertà, per provare a scalare con lo strumento delle primarie la vetta di un protagonismo anche dei valori progressisti provando a superare degli originali che avevano già maturato l’esperienza del riformismo dalla trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra nel lontano 1991.

Venendo all’oggi, alla stretta attualità del presente, di una estate che sta finendo e di un governo che sta prendendo posto a sedere a Palazzo Chigi con l’appellativo di “governo giallorosso“, potremmo fare altre cento citazioni come quelle iniziali, tratte da quelle belle “Tesi per il Comunismo” elaborate dal collettivo de “il manifesto” che allora pensava possibile l’alternativa rivoluzionaria alla staticità del riformismo del PCI e del PSIUP. Giudizi un po’ duri su entrambi i partiti, ma contestualizzando il tutto nelle dinamiche di allora è comprensibile che quelle fossero le valutazioni.

Oggi, si diceva, invece mutatis mutandis è del tutto evidente che non sono solamente cambiati i rapporti di forza, le forze stesse e la struttura complessa e complessiva di un intero pianeta, altro che della sola nostra Italia! Eppure lo sfruttamento è aumentato, nonostante la robotizzazione della produzione e la meccanizzazione di tanti processi di fabbrica ha, proprio per queste implementazioni nei cicli produttivi, consentito alla controparte padronale un maggiore potere non solo di ricatto salariale ma anche un impiego più alienante della forza-lavoro: basti pensare al controllo totale che subiscono i lavoratori nelle grandi aziende e multinazionali che vendono qualunque tipo di prodotto su Internet.

Marx avrebbe trovato allo stesso tempo entusiasmante – sul piano dello studio scientifico – e deplorevole – su quello della coscienza e della morale – esaminare queste evoluzioni del capitalismo. Parola che vuol sempre e solo significare “la massima contraddizione” possibile che si vive sul pianeta: l’impossibilità di produrre sviluppo generalizzato mediante l’arricchimento incondizionato (o quasi) di poche decine di migliaia di sfruttatori che, a loro volta, gestiscono l’intero assetto economico mondiale.

Ecco che, ancora una volta, il problema non è “correggere” il capitalismo nei suoi eccessi (che paiono tali ma che sono una sua connaturazione ed espressione conseguente e cogente del suo sviluppo).

Il problema è creare un movimento anticapitalista moderno che ricostruisca le coscienze critiche singole e ne faccia un collettivo che si esprima attraverso nuove lotte sociali, per la rivendicazione di diritti che non sono il fine ultimo ma solo il primo passo per arrivare un giorno ad un capovolgimento dell’esistente. Alla fine dello sfruttamento.

Chi si rassegna – spesso inconsapevolmente (e ciò è ancora più grave) – a “gestire” il presente perché tutto il resto è un mero sogno, ha già perso. Anima politica, sogno e persino capacità di incidere nell’oggi come forza puramente riformista.

Per finire, dunque, torniamo a citare i compagni e le compagne de “il manifesto”, sperando che tornino ad essere più critici verso tutte le forme che oggi assume il capitalismo nella sua espressione sovrastrutturale di governo (caro, vecchio “comitato d’affari della borghesia“). Scrivevano Lucio Magri, Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Valentino Parlato e molti altri in quel 9 settembre 1970…

Ciò vuol dire che la sinistra extra-parlamentare non è in grado di uscire da sola dallo stato in cui si trova, ma che ha anche una forte capacità di resistenza, che i tentativi avversari e i suoi stessi limiti non bastano a liquidarla e che resta nel suo insieme una importante componente per la formazione di una nuova forza politica.“.

MARCO SFERINI

7 settembre 2019

foto tratta da Pixabay

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