“On n’échappe pas de la machine”

Ho aperto la “mia” (le virgolette sono necessarie; lo capirete continuando a leggere, se ne avrete la pazienza) pagina Facebook nel 2008: sono dunque undici anni che divido la...

Ho aperto la “mia” (le virgolette sono necessarie; lo capirete continuando a leggere, se ne avrete la pazienza) pagina Facebook nel 2008: sono dunque undici anni che divido la mia vera vita con quella virtuale del social forse più famoso, insieme a Twitter, ma che – mi raccontano i giovanissimi che incontro – sta lasciando progressivamente il posto a nuove forme di “socializzazione telematica“: Instagram, Snapchat, eccetera, eccetera.

La versatilità dei “social network” è tale che vengono fatti nascere, prodotti e largamente diffusi con un fine preciso e, immediatamente dopo, ne assumono uno completamente differente, quand’anche non diametralmente opposto.

Dopo undici anni di chattate, post su post, polemiche, blocchi di questo o quello per insulti, spam e chi più ne ha, più ne metta, allo scoppiare dell’invasione turca del Rojava, ovviamente su Facebook si sono manifestate le opinioni più disparate.

Non mi sono sottratto, anche in questo frangente, al tipico utilizzo che dedico nei confronti di Facebook: un utilizzo del tutto politico, raramente volto a vicende e questioni personali.

Ho scritto alcuni post di vicinanza al popolo curdo; ho scritto ciò che penso di Erdogan e ho riprodotto alcune immagini con slogan giustamente molto comuni. Il risultato è stato questo: ho avuto anche io il privilegio della tentata censura prima e della censura definitiva poi.

Una finestrella sul mio telefono mi avvisava che il mio post sui calciatori che facevano il saluto ad Erdogan violava gli standard di espressione e di moralità di Facebook: evidentemente perché io non stavo elogiando la nazionale turca che si era prodotta in quel gesto militare e di sostegno al regime del sultano di Ankara.

Allora ho domandato, come concede sua maestà Facebook, il ri-controllo del post e alla fine mi è stato detto che vi era stato un precipitoso errore di valutazione e che quindi il mio pensiero con tanto di foto veniva riabilitato agli occhi dell’universo mondo e mi era permesso di riaverlo nella pagina affinché fosse visibile a tutte e tutti.

Detto, fatto.

Il giorno seguente, accingendomi nuovamente a scrivere, esprimo una ulteriore opinione sul presidente turco: lo faccio con una immagine delle YPG. Evidentemente gli standard comunicativi di Facebook hanno come algoritmo la censura preventiva di ogni argomento che riguardi le brigate di protezione popolare del Kurdistan e del Rojava, perché il post viene bloccato: consueto, ormai, avviso di possibilità di revisione del giudizio dato da Faccialibro se reputato non corretto dal possessore (?) della pagina.

Siccome sono testardo come e peggio di un mulo, richiedo anche in questo caso l’appello di secondo grado e vengo assolto: il post, pure in questo frangente, è – mi si dice – stato valutato frettolosamente e in modo erroneo. Può tornare visibile urbi et orbi.

Terza puntata: ieri, giovedì 17 ottobre. Qui devo aver alzato troppo il tiro io da far imbestialire il “Signor Facebook” (come lo chiama sagacemente un mio amico): trovo già in rete una immagine con Erdogan grondante sangue e la scritta “Terrorista, assassino”. Decido di pubblicarla accompagnandola a qualche “hashtag” (si scrive così?): #standup4Rojava, #freeKurdistan e #freeOcalan per non dimenticare la crudele prigionia del presidente del PKK sull’isola di Imrali.

La mannaia della censura questa volta è implacabile anche in appello: richiedo infatti il beneficio del secondo giudizio ma non c’è santo che tenga (del resto parliamo di turchi… e si sa… notoriamente sono dei “miscredenti“, così come i cattolici e i cristiani in generale lo sono per loro…). Post eliminato definitivamente. La Cassazione delle reti fintamente sociali ha deciso.

Pazienza. Tempo tre minuti e, se non altro per non darla vinta alla logica del potere privato su apparenti luoghi di dibattito liberi e “nostri” (ecco, qui mi riaggancio al virgolettato iniziale del pronome possessivo lasciato penzolare da solo nella prima frase di questo scritto), pubblico l’annuncio di un presidio permanente proprio per le YPG e YPJ e per tutto il popolo del Rojava, per l’affermazione della democrazia confederale ispirata dai princìpi libertari che hanno trovato la loro espansione in mezzo a dittature sanguinarie e repressive, califfati neri e guerre civili compartecipate da grandi potenze mondiali.

Ma la lezione che tutte e tutti dovremmo acquisire ed imparare è che non esiste nessun “social network“, ma semmai esistono solo reti private concesse a miliardi di persone per sviluppare solo profitti e per scambi di dati (i nostri) che vengono utilizzati tanto a scopi commerciali, quanto per operazioni di spionaggio da parte degli Stati nella loro guerre continue per assicurarsi le maggiori risorse del Pianeta ed espandere il moderno imperialismo che poggia oltre che sul denaro vero e proprio anche sul controllo delle masse tramite l’impersonale forma internettiana.

On n’échappe pas de la machine“, sosteneva argutamente Gilles Deleuze: concetto non esclusivamente ascrivibile alla classica e terribile realtà della produttività assoluta espressa plasticamente dalla catena di montaggio. Concetto estendibile a tutti gli aspetti del non-senso della vita, dell’incomprensibile in cui vi troviamo ontologicamente ad essere, ad esserci e ad esserne anche rappresentati tramite un rapporto passivo, una sudditanza cui, per l’appunto è impossibile sfuggire.

Non si sfugge alla macchina anche in questo caso: se accetti di far parte del grande giocattolo chiamato “social network“, qualunque esso sia, sono le sue le regole con cui giochi. Non saranno mai le tue. Ci troviamo innanzi non ad uno sviluppo della nostra libertà di pensiero ma ad una nuova forma di direzionalità e condizionamento dei concetti e degli animi di ciascuno di noi senza avere la benché minima percezione di questa nuova, eclatante forma di alienazione.

Possiamo davvero fare politica con Facebook, Twitter, Instragram e con altre forme di condivisione delle presunte idee che presuntuosamente riteniamo nostre?

Dovremmo anzitutto sapere che nessuna idea è mai davvero nostra: essa è il frutto di altre idee che entrano nel “triangolo semiotico“, dove il significato (Jacques Lacan docet…) è “un sasso in bocca al significante“, una occlusione del linguaggio libero, perché è già “stato parlato“, visto che già è stato udito da noi e ripetuto in forme differenti pensando, a quel punto, che sia il “nostro pensiero“.

La pervasività dell’idea del “social network” come un gradino di inventata democrazia, di nuova libertà acquisita è solo una squallida menzogna moderna, una finta democrazia virtuale, internettiana quanto si vuole, che pensiamo di poter gestire a nostro piacere.

In realtà, mai come in questo caso, è del tutto oggettivo, incontestabile e ininterpretabile il fatto che siamo burattini liberi di muoverci fino a che qualcuno non tira i fili e ci riporta alla buffa espressione e movenza degli arti che tanto fa ridere chi davvero ha il potere, chi paga il burattinaio e ne finanzia il teatro girovago per tutto il mondo.

MARCO SFERINI

18 ottobre 2019

foto tratta da Pixabay

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