Non siamo più capaci di ascoltare. E per questo di capire

Dopo aver letto anche un secondo testo di Joachim Fest sulle retrospettive del regime nazista, ci si rende conto di quanto poco si conosca di quel periodo dalla superficiale...

Dopo aver letto anche un secondo testo di Joachim Fest sulle retrospettive del regime nazista, ci si rende conto di quanto poco si conosca di quel periodo dalla superficiale lettura che se ne dà a scuola e anche nei documentari storici che girano in tv.
La resistenza esisteva in Germania, fin dal 1933, dagli albori del Terzo Reich. Ed era una resistenza a volte carsica, altre volte meno nascosta, ma comunque una forma di opposizione vasta che, col tempo e con l’affermarsi del terrore all’ordine del giorno, è stata costretta a sopravvivere nel silenzio, agendo nell’ombra. Ma quelle coscienze critiche che la incarnavano in molti settori (sociale, amministrativo, militare, religioso, culturale, studentesco) non sono mai venute meno.
Eppure nessun testo scolastico ne tratta nemmeno lontanamente le caratteristiche e le dinamiche. Così vengono acquisite nozioni veramente deboli e influenzate da una rappresentazione dei fatti che mistifica gli eventi realmente accaduti. E così accade anche oggi, nella più stretta attualità.
Per questo avanzano movimenti populisti e soluzioni trepidamente veloci per le complesse problematiche quotidiane: perché si ha poca voglia di conoscere, di sapere e di criticare consapevolmente.
E’ molto più semplice affidarsi a notizie rubate qua e là su Internet, a fonti incredibili (nel vero senso del termine, cioè “non credibili”) e formulare giudizi e sentenze con quel po’ di celebrità che vi regala questo eroico strumento che viene così pavidamente usato male: la tastiera, Internet, Facebook.
Come è dunque possibile formare una opinione pubblica, un comune sentire consapevole e fondato su notizie certe senza scadere nel pressapochismo?
I tempi frenetici di vita che ogni giorno siamo costretti a subire non consentono una ricerca approfondita su ogni tema che ci si presenta innanzi e, quindi, tutto ciò diventa la giustificazione, l’alibi quasi perfetto per evitare una informazione adeguata, plurale e che consenta di osservare i fatti sotto molteplici lenti, da differenti angolazioni.
E’, però, di contro anche vero che abbiamo a disposizione mezzi che un tempo erano inimmaginabili e che ci permetterebbero (anzi, ci permettono) di avere sotto i nostri occhi uno spettro ampio, una gamma inesauribile quasi di notizie da leggere e confrontare per la formazione di una opinione su un determinato accadimento.
Eppure i dibattiti televisivi sono sempre più dedicati alla sovrapposizione delle voci, al caos come momento centrale di un falso confronto e sviluppano solo demoralizzazione, rassegnazione e rabbia.
Persino a chi ha un attento occhio critico, e quindi un necessario distacco che gli consente di schermare tutte queste tentazioni fascisteggianti dell’ “intanto sono tutti uguali”, rischia di spegnere la televisione per evitare una overdose di urla, odio, accanimento e scontro.
Non esiste il dialogo, ma soltanto la prevaricazione verbale legittimata da troppo tempo a questa parte.
Come si può combattere il terrorismo se non si ritrova la capacità di dialogo, di rispetto delle altrui opinioni e idee? Come si può proclamare il valore della Costituzione repubblicana, la solidarietà civile, sociale, se poi siamo quotidianamente abituati a recepire lo scontro come cifra fondante di un confronto inesistente.
Prima del terrorismo, dobbiamo sconfiggere l’ovvietà del banale che viene a galla ogni giorno dagli schermi televisivi: una banalità fatta di una spaventosa retorica del tutto utile per chi ha interesse a far crescere una insicurezza sociale che è la base su cui erigere altre insicurezze.
Prima del terrorismo, e per combatterlo davvero, occorre cambiare l’etica della nostra vita di tutti i giorni: alla debolezza della banalità (che è sempre banalità del male, come scriveva tempo addietro Hannah Arendt a proposito del nazismo e, nello specifico, del carnefice Heichmann) va sostituita la forza dell’attenzione, del silenzio che non è obbligo di tacere, ma necessità di fermarsi a riflettere per rimettere in campo ciò che abbiamo perso da troppi decenni: la consapevolezza che la ragione sta nel confronto e non nelle uniche parole di ciascuno di noi e che la gentilezza, oggi, è rivoluzionaria.

MARCO SFERINI

17 novembre 2015

foto tratta da Pixabay

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