Non dimenticatevi di ricordare

Le celebrazioni mi creano uno strano prurito, un fastidio non epidermico ma piuttosto mentale: un disagio quasi psicologico. Uno stato normale per chi vive di interrogativi quotidiani sull’esistenza, sul...

Le celebrazioni mi creano uno strano prurito, un fastidio non epidermico ma piuttosto mentale: un disagio quasi psicologico. Uno stato normale per chi vive di interrogativi quotidiani sull’esistenza, sul significato delle lotte, su ciò che sia meglio fare per spendere questo breve lasso di tempo chiamato “vita” al servizio di una idea, di una causa come elemento stesso della vita. Per darle quel senso che non ha e che forse non deve avere, in fin dei conti.
Dunque, dicevo, le celebrazioni mi fanno sempre stare un po’ male, perché sono rituali e nei rituali io vedo sovente un compiacimento sterile, puerile, banale nell’assolvere un compito dettato dalla consuetudine piuttosto che dalla convinzione e dalla consapevolezza.
Per questo assolvo le celebrazioni soltanto in quanto potenzialmente risolutrici di conflitti interiori dei singoli affinché ne esca una crescita consapevole di una critica sociale che faccia salire il basso livello di coscienza civile e civica che ancora oggi serpeggia anticulturalmente dalle nostre scuole fino alle università passando per i luoghi di lavoro, per le vie e le piazze piene di velocissime vite che scorrono così, senza farsi domande sul perché vivono in un determinato modo, in indigenza piuttosto che in tranquillità, senza un futuro piuttosto che senza un telefonino di ultimo modello.
Eppure, nonostante tutte queste contraddizioni, ci sono giornate in cui non si può estendere la critica alle celebrazioni così per puro spirito di contrarietà singolare, ma si deve accogliere un momento che è raro, che è per il resto dell’anno costante oblio: proprio per questo la Giornata della Memoria è utile ma non basta.
Perché non si può obbligare la gente a ricordare, ma si dovrebbe ricordare spontaneamente, ogni giorno, senza retorica, ma tenendo sempre ben presente che la presenza della libertà ci fa dimenticare quanto costi l’assenza della medesima.
E’ così per tutte le cose: quando ci vengono a mancare ne sentiamo maggiormente la fine, il distacco, l’intangibilità, la sfuggevolezza.
Il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa sovietica arrivava finalmente ai confini della Germania propriamente detta, avendo già abbondantemente oltrepassato i nuovi confini stabiliti da Hitler nel 1942 con l’istituzione del Reich della Grande Germania che aveva inglobato tre quarti di Polonia, la Slovenia, Memel, la parte orientale del Belgio, il Lussemburgo e l’Alsazia – Lorena. Il tutto dopo aver avviato la politica espansionistica dalla rimilitarizzazione renana fino all’Anschluss dell’Austria, a quel “ritorno alla madrepatria germanica” della sua terra natia.
E quando i cancelli di Auschwitz – Birkenau si aprono, ciò che appare agli occhi dei soldati è ciò che avevano già visto, in misure più ridotte e forse anche meno organizzate, nei campi di Chelmo, nei residui di Sobibor e Treblinka.
Decine di chilometri quadrati di terra dove sorgevano campi per lo sterminio di esseri umani da parte di altri esseri umani.
Una distruzione sistematica, concepita su teorie razziste e su un fanatismo megalomane che aveva reso i tedeschi l’unico popolo degno di esistere sulla terra come popolo superiore e declassato tutti gli altri ad esseri inferiori, molti milioni dei quali da annientare per liberare lo “spazio vitale” della Germania dall'”influsso ebraico” e da tutti quei “parassiti” che la cricca criminale nazista vedeva come un pericolo per l’intangibilità del credo paganeggiante sia mistico che politico portato avanti dal 1923 in poi da sedicenti socialisti nazionali.
L’uomo, dunque, teorizza differenze razziali, cerca non l’uguaglianza ma la supremazia, così come nel regno animale esiste la “regola del più forte”. Hitler ripeteva spesso a tavola, con i suoi commensali abituali che andavano dal dottor Goebbels all’archittetto Speer, da Himmler a Goering, che era una precisa logica di vita quella che i forti possono avere la meglio solo se estirpano i deboli dalla società.
E la debolezza stava tutta nella differenza, nella paura. E la paura genera indifferenza, sospetto, odio. E di odio il nazismo si è nutrito per vent’anni, approfittando dei timori di un popolo per la disoccupazione dilagante, per la crisi economica e la svalutazione del Marco dopo la Grande guerra, per la tronfia prepotenza delle potenze vincitrici che avevano umiliato quel Secondo Reich e quei tedeschi che pensavano di rinverdire il millenario esempio del Sacro Romano Impero Germanico.
Weimar è lo sviluppo di una crisi economica, sociale e politica che somiglia molto, oggi, a tante incertezze cui si risponde invocando l'”uomo forte”. Proprio alcuni giorni fa, qui in Italia, un sondaggio ha rilevato che oltre 70% delle persone vorrebbe appunto un “uomo forte” al comando del Paese per risolvere tutte le insicurezze, le paure e per aumentare le barriere dell’odio costruite nel tempo grazie alle politiche aggressive e neocolonialiste in terre dove è stato aiutato a svilupparsi il terrorismo che finge di ispirarsi all’islamismo e che utilizza la religione per fanatizzare menti deboli, prive di cultura, ricche di disperazione.
Sempre dalla necessità di sfuggire alla morte, alle minacce della medesima, alle insicurezze sociali spinge, naturalmente (nel senso proprio dell’etimologia di questo avverbio), la decisione di richiamare la figura del duce, del condottiero magari non vestito alla zuava e col fez in testa, ma con le parole muscolari che escono dalla sua bocca per denunciare i poveri come colpa di tutto ciò che ci minaccia o sembra minacciarci.
Di mistificatori son piene le televisioni, i giornali ed è ricchissimo Internet. Si prova a far credere qualunque falsità ad un popolo che non si è creato nel tempo quegli anticorpi culturali che gli avrebbero consentito di fare pernacchie alle “bufale” che circolano nella rete.
I bambini che vedete nella foto di copertina non sono ebrei, non sono italiani, non sono francesi o polacchi. Sono bimbi rom che si sono salvati il 27 gennaio 1945 quando l’Armata Rossa arrivò finalmente ad Auschwitz – Birkenau.
Guardo spesso questa foto e trovo una grande umanità, anzi proprio il senso dell’umanità nello sguardo di quei bimbi. Così come trovo l’opposto, l’odio, il disprezzo, la paura, il pregiudizio di ogni tipo in ciò che li ha condotti nelle baracche dello sterminio.
Proprio ieri sera ho nuovamente assistito ad una trasmissione televisiva che, sistematicamente, propone al pubblico la costruzione della paura come elemento sovrastante le nostre vite. Ma non una generica paura, bensì la paura circostanziata ad usati ed abusati clichè: “zingari”, “stranieri”, “migranti”, tutti sono un pericolo per la nazione, per questa meravigliosa Italia fatta solo di gente perbene, onesta, senza peccato alcuno.
Un popolo di incorruttibili, santi, lindi, vergini e puri di cuore: solo “i politici” sono tutti “brutti, sporchi e cattivi”. Proprio come gli “zingari” o come gli “stranieri”…
C’è sempre un limite all’umanità dell’umano e cambia a seconda della morale, del tipo di paure che ci vengono proiettate dai teleschermi, ripetute in stile goebbelsiano, cangiando da menzogne a verità inconfutabili.
La fragilità delle menti non è dettata dal caso ma deriva dalla scarsa attenzione ad un civismo che si perde per strada tanto quanto si smarrisce il senso comune del bisogno, dell’aiuto, della mano tesa che può essere, presto o tardi, sempre in agguato per ognuno di noi.
L’essere umano è tale finché si dimostra umano per quel che deve esserlo: per amore, per solidarietà, per fratellanza e riconoscimento di una universale uguaglianza che non può che essere l’obiettivo della costruzione della vera società degli uomini, delle donne e di tutti gli esseri viventi e senzienti che a turno vivono su questo pianeta.
Quando l’essere umano cede ai sentimenti più bui, sempre dettati dalla paura, dall’immaginazione fobica di pericoli inesistenti che nasce dall’ignoranza e dal mancato approfondimento dei problemi che lo circondano, allora e solo allora l’essere umano diventa preda facile di quei fanatismi che vengono alimentati da chi ha interesse economico, politico e anche solamente personale per emergere sopra tutti gli altri, per imporsi a discapito dei suoi simili.
Guardando l’universo, studiandolo, ci si accorge della pochezza umana in termini di espressione tanto esistenziale quanto di condizionamento dell’intero cosmo, di quello che i credenti chiamano “creato”.
Guardando l’universo si comprende il non-senso della vita che può acquistare una senso soltanto se ci si dedica ad una grande idea sociale, ad un dinamismo del pensiero messo al servizio di un principio soltanto: la felicità.
Più sorrisi e meno lacrime, almeno quelle non necessarie inflitte dal dolore, dalle malattie di una natura che non ci è madre bensì matrigna, almeno quelli proviamo a farli crescere e le seconde a farle sempre più diminure.
Buona giornata della Memoria a tutte e tutti…

MARCO SFERINI

27 gennaio 2017

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