Né con gli USA né con l’Iran: solo autodeterminazione dei popoli

In mezzo c’è l’Iraq, ma nessuno sembra accorgersene. Nella partita di guerra non guerreggiata tra Stati Uniti d’America e Iran c’è il vecchio Stato disfatto, ricomposto e ora conteso...
L'automobile dove viaggiava il generale Soleimani, distrutta dai missili statunitensi

In mezzo c’è l’Iraq, ma nessuno sembra accorgersene. Nella partita di guerra non guerreggiata tra Stati Uniti d’America e Iran c’è il vecchio Stato disfatto, ricomposto e ora conteso tra chi voleva espandere l’egemonia sciita fino al Mediterraneo (questi almeno pare fossero i piani della Repubblica islamica e, segnatamente, del comandante dei Pasdaran Soleimani appena freddato dai missili di un drone americano su ordine esplicito di Donald Trump) e chi sta perdendo quella presenza predominante nel Medio Oriente dopo (ma davvero possiamo dire “dopo“?) la guerra civile siriana, le mire russe e il consolidamento di Hezbollah in Libano ancora una volta.

Non c’è dubbio alcuno sulla polveriera più grande del mondo rappresentata, per l’appunto, dalla zona mediorientale. Le guerre del Golfo sono state orchestrate per ridisegnare gli assetti imperialisti (quindi di intromissione economica degli affari di uno Stato e dei suoi capitalisti padroni in quelli di altri Stati) quando ancora non erano emergenti le nuove fisionomie altrettanto imperialiste di Cina e Russia.

Il resto del mondo sembra stare a guardare le mosse dei giganti e quelli di potenze emergenti. Proprio come l’Iran che si trova praticamente circondato dalle basi navali e di terra americane dislocate in tutto il Golfo Persico: dal Kuwait all’Iraq, dall’Arabia Saudita all’Afghanistan, dagli Emirati Arabi Uniti al Pakistan.

Soleimani, tanto per riassumere un po’ i fatti, era la terza carica della Repubblica islamica: dopo la Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, e dopo il presidente iraniano Hassan Rouhani, veniva lui, un uomo che da semplice contadino e figlio di contadini aveva scalato tutte le vette dell’esercito rivoluzionario dopo la cacciata dell’imperatore Reza Pahlavi e la rivoluzione di Khomeini.

Di regime in regime: dal feudalesimo persiano degli Scià alla teocrazia degli ayatollah. Ero poco più di un bambino quando vedevo in televisione il viso di questo uomo dalla barba bianca, avvolto in abiti sempre e solo neri che salutava scendendo le scalette di una aereo, tornato in patria dopo anni e anni di esilio.

Proprio allora Soleimani diventa, a poco a poco, un esponente di rilievo della guardia repubblicana, dei Pasdaran, i fedelissimi guardiani della rivoluzione islamica. Si guadagna sul campo numerose onorificenze prima nella guerra Iran-Iraq, poi con tutti gli altri conflitti in cui Teheran è rimasta coinvolta.

Mike Pompeo, in un discorso quasi giustificazionista, posto sulla difensiva, ha parlato agli americani poche ore fa affermando che l’amministrazione Trump ha preso una decisione giusta, anche tardiva, perché il generale iraniano era responsabile di milioni di morti ed era considerato dalla CIA e dal Pentagono un terrorista.

Forse “terrorista” lo era divenuto quando era entrato nell’orbita affettiva di Vladimir Putin. Forse lo era diventato quando aveva organizzato la resistenza all’ISIS provando a convincere proprio Putin che Assad poteva farcela e che i curdi sarebbero riusciti – come del resto poi è accaduto – a sconfiggere le forze del Califfato nero nel nord e nel centro della Siria.

In mezzo a tutto questo sempre l’Iraq: povero, dimenticato Stato che almeno sotto Hussein non conosceva conflitti tribali, religiosi e godeva di un minimo stato-sociale che garantiva alla popolazione sanità e scuola gratuiti per tutti fino ai più alti gradi dell’istruzione. La scia socialista del partito Baath. Non solo in Iraq, ma anche in Siria.

Ciò non assolve Hussein e Assad (sia padre, sia figlio) dalle repressioni brutali e crudeli contro ogni opposizione interna: ma questo è tipico di tutti gli Stati, fa parte della natura del potere ed emerge anche in quegli esperimenti di “socialismo reale” che si sono tentati nel ‘900 e che hanno fallito clamorosamente, lasciando come unica pregevole eredità nell’Europa dell’Est proprio il prodotto felice dello stato-sociale che, tuttavia, circondato dall’ordine capitalista, non poteva certo garantire livelli di vita simili a quelli occidentali…

L’Iraq, lo si voglia o meno, è il protagonista di questo conflitto tanto quanto lo è l’Iran di Soleimani. Non è un mistero per nessuno, nemmeno per chi guarda i fatti e li studia dal buco della serratura di casa nostra, magari leggendo Limes o Micro Mega, provando a fare letture un po’ approfondite tramite canali del web che sfuggono alla propaganda consueta dei “portatori di democrazia” identificati in coloro che, dalla parte progressista del loro stesso Paese, sono considerati i peggiori diffusori di violenza nel mondo.

Quale è, dunque, il punto di vista da cui osservare i venti di guerra che spirano nel Golfo Persico? Forse, ancora una volta, è un punto di vista diametralmente opposto a chi tende, anche a sinistra, a non schierarsi per niente, a tacere; a chi invece si schiera “naturalmente” con l’alleato americano; a chi, sempre da sinistra (ma pure da destra: tanto fascista quanto rossobruna) si dice consapevole che l’avanzamento del socialismo passa per la difesa della teocrazia iraniana, di un regime contro altri regimi.

Questo punto di vista diametralmente opposto a tutti gli altri deve poter essere l’autodeterminazione dei popoli, la richiesta incessante di poter decidere nel proprio Paese come costruire livelli di democrazia che facciano veramente avanzare i diritti sociali e civili unitariamente e che, quindi, battano sul nascere qualunque aspirazione imperialista: laddove ogni popolo prova a costruire il suo futuro senza intromettersi in quello degli altri popoli, non può esservi alcun sviluppo di propaggini imperialiste di politiche economiche espansive e dominatrici.

Gli Stati Uniti d’America trattano il mondo come una subordinazione alla loro etica-politica, alla loro concezione militarista della società che obbedisce al dominio economico che intendono continuare ad esercitare davanti all’ingigantimento cinese e alla rinascita russa nel Risiko moderno delle potenze che si contendono la supremazia su vaste aree del pianeta.

Siamo sempre lì e non se ne esce: il capitalismo crea tutte le condizioni affinché vi sia sempre chi tenta di sopraffare gli altri per poter sopravvivere a discapito degli altri stessi. Non c’è nessuna possibilità di equilibrio, nessuna vera pace duratura, nessuna organizzazione mondiale delle Nazioni Unite che possa mettere fine a questo perverso gioco al massacro di una umanità che vive la guerra come un accidente del momento e che, invece, è una costante, una caratteristica fondante e fondamentale del sistema delle merci, del profitto, dello sfruttamento.

L’Europa e l’Italia contano ben poco in questo scenario: il vero problema della politica estera europea sta nella mancanza di competizione economica con gli altri poli imperialisti mondiali. Pur essendo l’economia più dinamica e forte al mondo, quella forse più produttiva, quella dell’Unione Europea è un insieme di produzioni non di materie prime che valgono come moneta sonante di scambio per tante altre merci nel mondo.

Petrolio, gas, energia elettrica, diamanti, oro, altri carburanti preziosi arrivano da zone del mondo dove, per l’appunto, si sviluppano conflitti eterni, che si trascinano nel tempo e si perpetuano a discapito solamente delle popolazioni civili che vivono in quelle martoriate aree della nostra povera Terra: si pensi al popolo palestinese. Si pensi alla Libia su cui la Turchia intende mettere mano a breve creando una sorta di nuovo Impero Ottomano nel Mediterraneo.

Tutto è pronto per dare vita ad una nuova stagione di destabilizzazione dell’area africano-mediorientale: del resto l’ISIS non è più funzionale a questo scopo e bisogna, per forza, creare le condizioni, tramite provocazioni e falsi appelli alla difesa del popolo americano e della democrazia, perché gli USA prendano più di due piccioni con una fava: dalla messa in stato di accusa contro il presidente Trump alle difficoltà di tenuta dell’area mediorientale, ce n’è abbastanza per “alzare il tiro” (come affermano certi analisti) contro l’Iran, imponendo all’Iraq la parte di colui che subisce tutta questa situazione nel mezzo di una rivolta popolare contro un governo accusato di corruzione.

Né gli USA né l’Iran hanno interesse a che scoppi una terza guerra mondiale: giocheranno una partita di molta tattica senza avere chiara una strategia di lungo corso: perché oggi si combatte con i droni, con quelli che sembrano dei giocattolini. Ma molto precisi, capaci di centrare la macchina di Soleimani senza subire alcun danno e gettando il mondo sul baratro di un nuovo conflitto di cui a farne le spese, magari nuovamente con gas urticanti e fosforo bianco, mine antiuomo e armi chimiche saranno bambini, donne, anziani ritratti come al tempo del Vietnam in fuga dai bombardamenti al napalm.

Né con gli USA, né con l’Iran. Solo con l’autodeterminazione dei popoli, solo con la pace. Solo questo possiamo dire e provare a sostenere in Italia, sapendo già da ora che dal governo non arriveranno altro che parole di circostanza, tentativi meramente diplomatici sulla diplomazia stessa. Quindi, un bel niente.

A tiranno, tiranno e mezzo non è la soluzione. Palestinesi e curdi sono l’unica speranza in Medio Oriente. Sfortunatamente se ne sono accorti tutti. La lotta per il dominio imperialista della Mezzaluna fertile è ancora tutta aperta. La nuova guerra del golfo è appena incominciata.

MARCO SFERINI

4 gennaio 2020

foto: screenshot

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