Morire di guerra non è lecito, ma morire di fame sì

Distinguere fra emigranti politici ed emigranti economici, come oggi fanno alcuni governi social-liberali europei, mostra che, accanto alla miseria materiale di chi lo subisce, il capitalismo determina anche miseria...

Distinguere fra emigranti politici ed emigranti economici, come oggi fanno alcuni governi social-liberali europei, mostra che, accanto alla miseria materiale di chi lo subisce, il capitalismo determina anche miseria morale in chi lo sostiene.
In questo senso, il liberalismo inteso come teoria dell’eguaglianza giuridica di tutti gli esseri umani mostra pienamente le sue contraddizioni: tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in diritti, ma la proprietà privata dei mezzi di produzione e il denaro fanno sì che esistano umani più uguali degli altri e -cosa assai peggiore- che ne esistano altri ai quali è negato il diritto stesso alla vita: da quanto è dato comprendere, infatti, in base alle dichiarazioni di autorevoli governanti europei i quali propugnano il respingimento degli “emigranti economici”, morire in quanto perseguitati politici è considerato illecito ma morire di fame è considerato perfettamente lecito, come se dietro alla fame, alla miseria, al mancato accesso ai diritti civili, sociali, ambientali e culturali, stesse quel “destino cinico e baro” di socialdemocratica memoria e non vi fossero delle politiche ben precise. (Peraltro, se anche fosse il “destino cinico e baro”, dovremmo forse far morire che ne è vittima omettendone il soccorso?).
Sovente, a sostegno di tali teorie, essi invocano niente meno che il “diritto”, come se esso fosse un’entità astratta, sovraordinatrice e trascendentale e non il concreto risultato di rapporti di forza economici e politici ben determinati e del loro altrettanto ben determinato dispiegarsi storico: il diritto che essi invocano non è in realtà altro che la registrazione (meritoria e da non sottovalutare, peraltro: la codificazione del diritto è stato un passo enorme nella storia dell’umanità in quanto ha posto dei paletti, per quanto labili, all’arbitrio) di uno status quo a cui i fautori di esso si appellano, rivoltando cause ed effetti, tanto da creare un diritto che fa la società e non una società che fa il diritto.
Usano, dunque, “la legge” da essi stessi creata, come appiglio al fine di impedire una riforma della legge stessa che ne trasformi in senso progressi vo i contenuti: “Non possiamo accogliere tutti”, ” Ci sarà un’invasione”, “Se vengono tutti qui, noi dove andremo?” ed altre frasi ripetute ad effetto nell’era della riproducibilità tecnica della propaganda, contribuiscono, in questo senso, alla creazione di un senso comune reazionario il cui fine ultimo (è sempre bene indagare un fenomeno storico e politico determinandone la direzione, oltre che il suo senso nel presente) è solo quello, sempiterno, di ottenere masse ricattate e, dunque, disposte a vendere il proprio lavoro in cambio di un salario sempre più misero, entro uno spietato scenario di competizione globale al ribasso in una spirale di drammi umani ed ecologici senza fine.
A questo punto, la storia, disciplina che è abituata a confrontarsi con le “lunghe durate” e con le “tendenze”, dovrebbe venirci in soccorso al fine di decostruire il senso comune cui facevo accenno sopra ed impostare una battaglia egemonica contro tale propaganda: l’argomentazione fondamentale del “non si può accogliere tutti”, la quale reca seco, in filigrana, il vecchio adagio reazionario e interclassista per cui gli Stati sarebbero assimilabili ai singolim, alle famiglie ed alle case (adagio talmente erroneo che l’esistenza stessa di diverse categorie e, ancor prima, di diverse parole per definire le diverse entità dovrebbe dimostrarcelo in sé e per sé).
Ci dicono che “entreranno qui da noi milioni di persone” salvo non evidenziare mai che l’idea dell’ “entrare” o “uscire” dei popoli è una non idea, dal momento che l’essere umano da sempre “entra” ed “esce” e questo “entrare ” ed “uscire” è a sua volta influenzato dal diverso estendersi, formarsi, dissolversi e ricrearsi delle formazioni statuali e territoriali che chiamiamo Stati, imperi, regni ecc: ciò che riteniamo oggi “dentro” può essere domani “fuori” e viceversa: si pensi, in questo senso, a quel “fuori” che dal 1989 divenne “dentro” in Germania ed in Europa. La storia è dunque sempre dinamica e nulla è più volatile ed aleagorio del “noi” e del “loro”, anche e persino nelle sue implicazioni soggettive e relazionali, cosa che turba i sonni degli xenofobi e dei razzisti di ogni ordine e grado e di cui, forse, sono inconsciamente consapevoli, dato che vedono come fumo negli occhi il meticciato, le coppie miste, le città multietniche in quanto evidente dimostrazione dell’erroneità delle loro griglie interpretative.
La questione che sta dietro ai drammi contemporanei, dunque, è tutta politica, ove per politica si intenda la traduzione in termini di organizzazione sociale di rapporti economici ben precisi e storicamente determinabili, dietro ai quali stanno a loro volta attori ben precisi ed altrettanto storicamente determinabili. In parole povere, il capitalismo, che ha fatto del Pianeta un unico grande mercato e che, attraverso vari strumenti, da quello militare a quello finanziario, a quello egemonico- culturale, pretende anche di scrivere le regole globali, inevitabilmente fa sì che, entro le maglie del suo sistema, si sviluppino contraddizioni determinate dalla sua stessa dimensione (come insegna la storia del Tardo Impero romano: a grandi dimensioni, grandi contraddizioni), tanto più in un mondo che sposta merci ed informazioni in tempo reale.
Entro tale quadro, l’impoverimento di masse larghissime, unito alla catastrofe ecologica dal medesimo sistema determinata e che crea, a sua volta, ulteriori fasce di impoverimento (si pensi all’avanzare della linea del deserto verso sud, ma presto anche a fenomeni più “piccoli” come il progredire del cuneo salino nelle piane coltivate costiere a seguito dell’innalzarsi del livello dei mari,problema che già stanno vivendo in Polesine ) è il più ovvio dei risultati; ecco perché la domanda che ne segue e che dobbiamo porre ai naturalizzatori delle diseguaglianze diviene, a sua volta, essa stessa politica: ci schieriamo dalla parte di chi sfrutta o dalla parte di chi è sfruttato? Si tratta, naturalmente, di scelte individuali, le quali però non possono prescindere dai dati di cui sopra.
Entro tale quadro, ai “pragmatici”, ossia ai sostenitori regressivi dello status quo, che accusano coloro i quali tentano di indagare i fenomeni sociali a fondo di “fare filosofia” (cosa di cui, peraltro, non si potrebbe che dir bene), e di essere “astratti” o “ideologici”, ponendo la domanda avvelenata del “che fare?” (avvelenata in quanto si attende una non risposta che, favorisca, a sua volta le loro risposte reazionarie) dobbiamo rispondere che in primis, è prioritario impedire che una sola vita umana sia spezzata dalla miseria, in secundis è fondamentale far sì che essa si emancipi da questa miseria, cosa possibile solo mettendo radicalmente in discussione gli attuali rapporti di proprietà alla base degli attuali rapporti economici generatori di cui sopra.
Ecco perché la questione della diseguaglianza e del sistema economico che la produce, lungi dall’essere un’ubbia ideologica, è qualcosa di materiale, oltre ad essere l’unica vera leva con cui innalzare la valle di lacrime dell’oggi in una valle di speranze e prosperità di domani.

ENNIO CIRNIGLIARO

redazionale

4 settembre 2015

foto tratta da Pixabay

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