Minniti, Martina o Zingaretti? Il problema rimane il PD

“Otto parole chiave: sicurezza e libertà, sicurezza e umanità, interesse nazionale e Europa, crescita e tutele sociali“. Parte da qui la ricalibratura di una alternativa sistemica del presunto riformismo...

Otto parole chiave: sicurezza e libertà, sicurezza e umanità, interesse nazionale e Europa, crescita e tutele sociali“. Parte da qui la ricalibratura di una alternativa sistemica del presunto riformismo italiano “di sinistra” per la ricomposizione di un decomposto centrosinistra che rimane, con molto centro e niente sinistra, la più alta forma di presunzione di rappresentanza delle istanze dei più deboli da parte di chi in questi anni ha governato e dato vita a politiche liberiste che hanno fatto strage dei diritti sociali, creando solide basi per una flessibilità del lavoro e della complessità della vita resa priva di futuro per le giovani generazioni e anche per gli “over 40”.

Parte da “otto parole chiave” la campagna di Marco Minniti per la scalata alla segreteria nazionale del Partito Democratico: sostenuto da giornali e televisioni che parlano sempre di “sinistra” riferendosi al PD, l’ex ministro dell’Interno può così dire che “la sua sinistra guarda ai più deboli” e sta con loro.

E’ pur vero che gli schemi cui si faceva riferimento nella cosiddetta “prima repubblica” sono saltati da molto tempo e ora ciò che è chiamata “sinistra” è quasi sempre il suo opposto e ciò che viene definita “destra” sovente è un multiplo politico formato da nuove proposte di espressione del conservatorismo e anche dell’innovazione “rivoluzionaria” di gruppi di neofascisti e neonazisti riciclati sotto differenti sigle.

Dunque, nella moderna politica che si riferisce ai soli leader e non più alle tanto vituperate “ideologie”, anche Marco Minniti può essere definito “di sinistra” e la sua campagna per arrivare a vincere le primarie del PD può diventare una chiave di volta per ridare una fisionomia popolare ad un partito che lo stesso ex ministro dell’Interno ha dipinto come un insieme di conventicole, di gruppi, disomogeneo e privo di una identità unitaria se non attraverso l’eredità duplice della contrapposizione tra “renziani” e “antirenziani”.

E’ un po’ una caratteristica tutta italiana quella di stabilire la connotazione politica attraverso l’opposizione all’avversario e non piuttosto sulla base della propria configurazione ideale, sociale, politica e morale. Dai tempi della “discesa in campo” di Berlusconi, ma forse ancora prima con Craxi, tutte le elezioni sono state impostate sulla contrarietà piuttosto che sull’affermazione: si era antiberlusconiani prima d’essere di sinistra.

E oggi si rischia di essere attratti dal vortice pericoloso del “meno peggio” per contrastare un reale pericolo: quello dell’autoritarismo sovranista che si esprime nelle forze di governo e che è una minaccia per la democrazia repubblicana.

La risposta può essere il PD a guida Minniti? La risposta può essere il PD a guida Martina? La risposta può essere il PD a guida Zingaretti? Forse la risposta più semplice sta nel fatto che un partito che ha fatto politiche di destra economica, liberiste, che ha tentato di scardinare la Costituzione repubblicana con il referendum del 4 dicembre di due anni fa, che ha condiviso – con più o meno critiche interne – il Job act e la Buona scuola, che ha quindi avuto e che tutt’ora ha una visione del sociale subordinata ai dettami del mercato capitalistico non può essere una risposta alle destre che governano oggi il Paese.

Il PD, qualunque riedizione di centrosinistra auspicata da Zingaretti, rimangono parte del problema e sono un problema per quella sinistra di alternativa che è perdente, residuale, ininfluente oggi nei processi di aggregazione, di gestione delle disuguaglianze da parte tanto del potere politico quanto da parte dei cosiddetti “corpi intermedi” a partire dal sindacato.

Chiamare all’adunata, ad una nuova alleanza “di salute pubblica”, contro le destre, per la salvezza democratica per poi mettersi nuovamente a disposizione delle esigenze del padronato e dei banchieri sarebbe una ennesima mortificazione della parola “sinistra” ed anche del binomio “centro-sinistra”. Quella stagione è stata superata da una nuova insensibilità popolare nei confronti del “vecchio” assetto di potere e occorre sganciare la difesa della Repubblica e della democrazia dalle politiche liberiste e diventare consapevoli che una vera valorizzazione dei valori laici, democratici e antifascisti passa soltanto attraverso una rivalutazione dei beni comuni, del “pubblico” come elemento fondante di una politica sociale concreta che leghi elaborazione teorica, pratica dai partiti ai sindacati.

Che vinca Minniti, che vinca Martina o che prevalga Zingaretti, le differenze risiederebbero sempre e soltanto nel tipo di approccio “a sinistra”, magari provando ad avvicinare formazioni socialdemocratiche o ambientaliste, qualche radicale, qualche socialista per mostrare che una opposizione politica nel Paese esiste e può chiamarsi nuovamente “centro-sinistra”.

Una opposizione politica può anche esistere ma non ha alcun senso politico, propriamente detto, se non è anche opposizione sociale, se non trova e stabilisce un legame con i diretti rappresentanti dei lavoratori e quindi se non torna ad esistere un rapporto costante tra partito e sindacato, tra sindacato e lavoratori, tra lavoratori e cittadinanza.

Sono le fasi dell’espressione gramsciana di una costruzione della lotta di classe che non possono più essere saltate in nome della difesa della democrazia dalle destre feroci, sovraniste, nazionaliste e claustrofobiche sul piano dei diritti civili e sociali che oggi siedono a Palazzo Chigi.

Se si salta ancora una volta l’ostacolo, se si pensa di aver evitato delle polemiche da bar o da operetta, allora si fa il peggiore danno che una nuova sinistra di alternativa può fare al Paese: non ridargli una speranza nella costruzione di un nuovo anticapitalismo, di un antiliberismo che sono gli unici contenitori possibili di una rinascita sociale, di una identità di classe, di una coscienza declinata in questo senso.

MARCO SFERINI

20 novembre 2018

foto: screenshot

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