L’uomo forte decide sulla Libia, l’Italia brancola nel buio

Mediterraneo. La verità è che non siamo né carne né pesce. Non stiamo con Sarraj e non stiamo con Haftar ma non siamo neppure realmente neutrali. E soprattutto non sappiamo cosa ci facciamo noi qui, nel Mediterraneo, oltre a respingere o accogliere profughi a seconda delle stagioni politiche e meteorologiche

Siamo finiti nelle mani di Erdogan (e Putin), eccolo qui il vero «uomo forte» cui aspirano gli sprovveduti italiani descritti nell’ultimo editoriale di Norma Rangeri. Visto che noi non decidiamo nulla ci pensano i turchi a farlo per noi.

Con l’approvazione del parlamento di Ankara di inviare soldati a Tripoli da opporre al generale Khalifa Haftar, l’Italia è sempre più «alleata» di Erdogan, avendo finora sempre sostenuto il governo di Sarraj nonostante le virate dell’ultim’ora di Conte e Di Maio verso il generale della Cirenaica Haftar.

Una situazione paradossale. Perché Erdogan è anche uno dei nostri avversari, in quanto con il patto sul Mediterraneo appena firmato con la Libia di Sarraj rivendica lo sfruttamento delle risorse di gas offshore nella zona esclusiva di Cipro greca in concorrenza con Eni e Total: la difesa da parte turca di questi interessi è stata citata esplicitamente nel documento votato ieri ad Ankara.

Come si suole dire «carta canta e villan dorme», nonostante la diplomazia da mesi tenti di frenare le ambizioni turche. Ci sono echi che ad Ankara rimbombano dal 1911, quando l’Italia portò via all’impero ottomano prima la Libia e poi il Dodecaneso.

Così la Turchia a Tripoli alza la posta in gioco, in vista dell’incontro dell’8 gennaio ad Ankara tra Putin ed Erdogan, l’accoppiata di amici-nemici che ormai decide le sorti della Siria, della Libia e anche, in parte, quelle dei rifornimenti di gas, avendo appena inaugurato la pipeline russo-turca del Turkish Stream, in esplicita opposizione ai progetti del gasdotto East-Med tra Egitto-Israele-Cipro-Grecia, una sorta di inedita alleanza inter-religiosa tra musulmani, ebrei e ortodossi, dettata da forti interessi economici e strategici.

Adesso qualche domanda a Roma dovrebbero farsela. Con chi stiamo in Libia? Che cosa faremo dei nostri 300 soldati a Misurata di guardia a un ospedale nel caso – speriamo vivamente di no – di escalation dei conflitto?

La verità è che non siamo né carne né pesce. Non stiamo con Sarraj – governo riconosciuto dall’Onu ma che nessuno vuole perché tenuto in piedi dai Fratelli Musulmani– non stiamo con Haftar – generale dai dubbi successi militari – ma non siamo neppure realmente neutrali perché abbiamo bombardato la Libia nel 2011 per far fuori Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, nemmeno sei mesi dopo che lo avevamo ricevuto a Roma in pompa magna firmando accordi sulla sicurezza e contratti miliardari approvati del 98% del parlamento.

E soprattutto non sappiamo neppure cosa ci facciamo noi qui, nel Mediterraneo, oltre a respingere o accogliere profughi a seconda delle stagioni politiche e meteorologiche. L’Italia, anche nel discorso di fine anno del presidente della Repubblica, sembra galleggiare nel nulla: «Il Bel Paese proteso nel Mediterraneo» come dice lui è circondato da guerre e conflitti e noi non siamo «il punto di incontro» di un bel niente. Siamo ai margini dalla realtà internazionale e non vogliamo capirlo.

Abbiamo appoggiato Sarraj perché in Tripolitania ci sono i nostri maggiori interessi energetici e dell’Eni (gasdotto Green Stream), perché i nostri governi finanziano la guardia costiera di Tripoli, una sorta di Tortuga del Maghreb che lascia morire la gente in mare o al massimo la riporta in un «porto sicuro» che è in realtà la sentina di ogni nefandezza.

Per diverso tempo abbiamo snobbato non solo Haftar ma anche le profferte di Mosca di fare da mediatrice con Bengasi e Tobruk. I nostri governi inarcavano le sopracciglia? Noi con i russi? Non sia mai. Si baloccavano con la falsa promessa americana della «cabina di regia» sulla Libia. In realtà da noi sono sempre impauriti dall’eventualità di prendere decisioni autonome dagli Stati uniti, come se gli altri ci avessero mai chiesto il nostro parere per far fuori Gheddafi.

I nostri strateghi non hanno capito, o fanno finta di non capire, quello che Erdogan – ma anche Macron – ha afferrato da un pezzo: la Nato non esiste quasi più come alleanza efficace e utile agli Stati che la compongono.

Non a caso gli americani stanno facendo armi e bagagli dalla Turchia che ha accordi militari con la Russia e l’Iran: Incirlik per loro non è più una base sicura. E infatti con una certa probabilità sposteranno le testate atomiche qui in Italia.

Non solo: gli americani stanno trasferendo le «bombe intelligenti» e quelle anti-bunker in Iraq nel caso gli Usa, incoraggiati da Israele, dovessero bombardare la Repubblica islamica. Questo è il vero motivo degli eventi iracheni e la ragione per cui gli alleati di Teheran nel mondo sciita si stanno posizionando per questa eventualità.

Nulla di tutto questo, dalla Libia al Medio Oriente, qui è materia di discussione perché l’Italia non è «protesa nel Mediterraneo», come dice il nostro rispettabile presidente, ma affacciata a un balcone dove scruta nel buio della penombra il passaggio di nuovi e vecchi padroni.

ALBERTO NEGRI

da il manifesto.it

Foto di Michael Gaida da Pixabay

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