Lucidamente neonazisti e stragisti

Suprematista. Supremazia. Nuova Zelanda. Che colpi di kalashnikov potessero risuonare in un angolo remoto del pianeta, la pacifica parte di un Commonwealth britannico dove non accade mai nulla perché...
Brent Tannat nel video della strage, in diretta su Facebook

Suprematista. Supremazia. Nuova Zelanda. Che colpi di kalashnikov potessero risuonare in un angolo remoto del pianeta, la pacifica parte di un Commonwealth britannico dove non accade mai nulla perché le notizie di crimini efferati, di stragi ispirate da una teoria razzista della società, dalla paranoia e dalla fobia dell’invasione islamica del mondo, sarebbe stata davvero l’ultima delle ciniche scommesse da mettere sul tappeto del gioco di una vita mondiale sempre più autodistruttiva.

Invece accade. Succede e tutto in diretta Facebook, con immagini bloccate dai grandi canali di comunicazione perché il terrorista, l’attentatore, il fanatico suprematista ariano che dice di ispirarsi a quel Breivik autore dell’omicidio di 77 studenti sull’isola norvegese di Utøya, ha proprio ripreso tutto: compresi i “colpi di grazia” a donne, il ferimento di bambini presenti nelle due moschee di Christchurch.

Un commando vero e proprio: sono in quattro, guidati dal 28enne Brenton Tarrant. Uccidono 49 persone. Il più terribile atto di violenza in tempo di pace per la Nuova Zelanda. Così si è espresso il primo ministro.

Sui fucili scrivono nomi e frasi anti-islamiche: l’odio è mondiale perché quei nomi contemplano criminali come loro che loro emulano e che sentono come fratelli in una causa che inneggia al ristabilimento delle tradizioni cristiane, contro i nemici di sempre di un fanatismo di destra xenofoba che è dichiaratamente tale e che inneggia nel manifesto «The Great Replacement», pubblicato da Tannant, a fermare la “sostituzione” etnica ad opera di un Islam visto come il male assoluto.

Ammirano Trump, odiano Angela Merkel, disprezzano ovviamente comunisti, marxisti e vogliono vendicare, da ventimila chilometri di distanza un’Europa presa d’assalto dai musulmani.

Pare di leggere una sorta di «Mein kampf» scorrendo le citazioni fatte dai giornali in merito al “programma” da pogrom che si prospettano costoro. La parola che ricorre è “vendetta”: è ripetuta incessantemente ed è, in effetti, un tremendamente lucido intento che viene messo in pratica in un mondo che abbraccia le differenze non come elemento di ricchezza universale, per tutto un pianeta che proprio ieri manifestava per la sua salvezza ecologicamente parlando, ma come ennesima riproposizione di stigmi, di segni distintivi cui si assegna maggiore o minore importanza o che, altrimenti, si mette al bando tramite una scarica di mitra o di fucile.

La vendetta, dai paesi europei a quelli asiatici, dall’America alla Nuova Zelanda pare cercare una sua completezza anche geografica, vuole arrivare laddove ancora non aveva messo piede, nelle terre libere da sentimenti di contrapposizione razzista, dove musulmani, cristiani, ebrei vivono in armonia, rispettandosi e partecipando alla vita civile e sociale del paese.

Breivik venne giudicato dai tribunali norvegesi affetto da un “disturbo narcisistico” della personalità ma niente affatto schizofrenico o paranoide come qualche giornale tendeva ad ipotizzare. Egli stesso dichiarò: “Sono sano di mente e quindi penalmente responsabile”, rivendicando appieno la strage compiuta in nome di un sincretismo di ideologie da Terzo Reich che includevano anche credi massonici con conseguente ripudio del “papismo” romano associato ad una forte aun antisemita o un razzista.vversione per comunisti, socialisti e marxismo in generale.

La colpa dei mali del mondo, si sa, è sempre di quel complotto pluto-giudaico-bolscevico che è stata una delle estensioni, diciamo così…, “ideologiche” di una Weltanschauung che si va costruendo piano piano nel nazismo del primo dopoguerra, tra il 1919 e il 1925, quando all’antisemitismo si associa sempre più frequentemente il concetto di “prevalenza dei forti sui deboli”.

Una primazia che oggi è declinabile in quel concetto di “suprematismo” adottato da giovani nemmeno trentenni che imbracciano un fucile e sparano a persone che stanno pregando nelle moschee della Nuova Zelanda.

Chi li ispira? Chi sono i “cattivi maestri”? Quale letture hanno fatto costoro? Appartengono a formazioni politiche, associazioni neonaziste?

Il posto che nel mondo deve avere l’uomo ariano, bianco, cristianissimo e conservatore in quanto a tradizioni d’ogni tipo è un posto che non contempla vicinanze d’altro tipo. Se esiste lui non può esistere il diverso da lui.

Ecco come prende corpo e attecchisce la controversione della “sostituzione etnica e religiosa” descritta nei deliri xenofobi di Tannant e di chi come lui ha sterminato 49 inermi e ne ha feriti altrettanti.

Del resto, il simbolo sulla copertina del manifesto «The Great Replacement» è un cerchio formato dai raggi del “sole nero” delle SS di Himmler: attorno a questa raggiera criminale e devastatrice, disumana e spietata c’è tutta la storia da comprendere ancora, da studiare e da indagare a fondo di giovani generazioni sedotte da una megalomania che non è affatto nuova e che si ripete costantemente ogni giorno nel mondo, che fa nuovi adepti mediante la colonna portante che ha retto per dodici anni il Terzo Reich e tutta la vita di Adolf Hitler: la menzogna declinata di volta in volta in semplice bugia e in altri momenti in esagerazione tale da capovolgere la realtà stessa dei fatti.

Ma ha funzionato su una nazione che ha dato i natali a Goethe, Marx, Einstein, Beethoven, persino Bismarck che era un agguerrito uomo dal pugno di ferro, un soldato autoritario che vedeva nel socialismo un grande pericolo (come doveva essere, del resto), ma non di sicuro paragonabile a chi lo avrebbe succeduto come cancelliere dopo il declino della Repubblica di Weimar.

La strage di Christchurch è un manifesto, sì. Un manifesto dell’orrore in cui sta precipitando un mondo intero che per proteggere la supremazia dei suoi privilegi non disdegna affatto di finanziare e di fomentare l’odio razziale, religioso, filosofico; così come alimenta le teorie complottiste tramite attraverso l’utilizzo spasmodicamente forsennato dei “social network” che hanno elevato il livello di narcisismo (ricordiamoci di Breivik…) di ciascuno di noi.

Siamo protagonisti assoluti nelle nostre pagine internettiane e dominiamo sulle opinioni di altri: non c’è confronto ma la maggior parte delle volte solamente scontro. Si cerca non la polemica ma proprio l’espressione d’odio che più può rientrare in un contesto magari di dialogo impersonale, mediato dalle tastiere dei computer.

La regressione cultura, dunque, è un presupposto di questa nuova interpretazione del “singolo” rispetto alla “comunità”. Se il singolo può dominare su Internet tramite false notizia e nuove mitologie da strapazzo (ma pericolosissime proprio per questo), allora può poi dominare nella realtà dei fatti: indossa una telecamera, imbraccia un fucile e mostra al mondo, tramite i “social” non una festa di carnevale alla quale si sta recando, bensì una strage di esseri umani uguali a lui che non riconosce come tali.

Mancando una “cultura” dell’uguaglianza manca la cultura per antonomasia, quella che dovrebbe condurci alla comprensione particolareggiata del mondo in cui viviamo: per migliorarlo, per cambiarlo e rendere la vita di ciascuno degna d’essere vissuta.

La strage di Tannant e dei suoi sodali è figlia di una distorsione culturale, di una cosciente voglia di potere e di dominio, se non proprio personale, certamente in chiave ideale.

Il che non lascia presagire proprio nulla di buono e non fa sperare che si tratti, ancora una volta, di un “gesto isolato” nonostante la sua enorme gravità.

MARCO SFERINI

16 marzo 2019

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini





passa a…



altri articoli