Lo sradicamento come patologia della modernità europea

L'anticipazione. Uno stralcio dall'intervento che l’autrice terrà lunedì 15 luglio al Festival «Bella Storia» che si svolge a Roma nell'ambito di Villa Ada incontra il mondo

«La colonizzazione ha la stessa legittimità dell’analoga pretesa di Hitler sull’Europa centrale… la natura dell’hitlerismo consiste proprio nell’applicazione, da parte della Germania, dei metodi della conquista e della dominazione coloniali al continente europeo, e più in generale ai paesi di razza bianca… Il male che la Germania avrebbe potuto far subire all’Europa, se l’Inghilterra non avesse ostacolato la vittoria tedesca, è lo stesso male compiuto dalla colonizzazione, lo sradicamento. Essa avrebbe privato del loro passato i paesi conquistati. La perdita del passato è proprio la caduta nella servitù coloniale».

Il tema dello sradicamento (déracinement) è uno dei fulcri della riflessione di Simone Weil intorno alla «sventura» che affligge gli esseri umani nei suoi e, potremmo dire, nei nostri tempi. Ella ne parla come di una vera e propria patologia sociale, prendendo le mosse da una constatazione senza appello: «Il radicamento (l’enracinement) è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana», come afferma con dolorosa certezza nel suo toccante Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano. Scritto tra il 1942 e il ’43, prefigurando la futura costituzione della Francia libera, ai cui auspici lei si era unita collaborando con il nucleo in esilio a Londra della resistenza francese sotto la guida di De Gaulle, rappresenta un’introduzione d’ispirazione filosofica alla redazione della carta fondamentale della nazione risorta. Come sottolineò Albert Camus nel 1949, in occasione della sua pubblicazione postuma in pieno clima postbellico, quel testo formidabile gettava «una luce potente sull’abbandono in cui si dibatte l’Europa» e la sua autrice riusciva ad ottenere questa agnizione attraverso un’inedita apologia dei doveri, qui contrapposta punto per punto alla tradizione costruita, a partire dalla Dichiarazione del 1789, sulla rivendicazione di diritti. Estraniazione, isolamento, superfluità sono le categorie tassonomiche di una complessa fenomenologia dello sradicamento che Simone Weil e Hannah Arendt possono contribuire a mettere a fuoco proprio a partire dal nesso inestricabile tra lo sradicamento e il colonialismo, incluso il razzismo a fondamento di questo.

Arendt per esempio, rileverà ne Le origini del totalitarismo che proprio la negazione di una «comune origine dell’uomo» e il ripudio del «comune proposito di instaurare l’umanità sulla terra», insieme all’introduzione del «concetto di un unico popolo eletto su tutti gli altri», rafforzando il fenomeno dello sradicamento, diffondono l’idea che la patria non sia un luogo o un territorio, ma la compresenza di membri della stessa «tribù». Ciò la induce a concludere che: «Essere sradicati significa non avere un posto riconosciuto e garantito dagli altri; essere superflui significa non appartenere al mondo. Lo sradicamento può essere la condizione preliminare della superfluità, come l’isolamento può esserlo dell’estraniazione».

Tutte queste categorie raccontano senza sforzo della propria contemporaneità, della propria pertinenza al tempo presente, chiavi ermeneutiche dell’oggi come lo erano state negli anni in cui Weil (1942/43) e Arendt (1959) le utilizzavano per attivare una reazione della comunità internazionale dopo i traumi individuali e collettivi della Seconda guerra mondiale e le loro durevoli catastrofiche conseguenze. Weil, per esempio, segnalava che lo sradicamento produce, sviluppa e accresce altro sradicamento, poiché «chi è sradicato sradica. Chi è radicato non sradica», perché le radici sono «gocce del passato vivente», vale a dire storia vissuta, conosciuta e rivitalizzata, tradizioni coltivate e ricreate, in quanto «fra tutte le esigenze dell’anima umana nessuna è più vitale di quella del passato».

È per questo che il razzismo che produce colonialismo s’impegna nella demolizione della storia dei sottomessi. «Da alcuni secoli, gli uomini di razza bianca hanno distrutto dovunque il passato, stupidamente, ciecamente, nelle loro patrie e nelle patrie altrui… Il passato distrutto non torna mai più. La distruzione del passato è forse il delitto supremo». Vi è una relazione coessenziale di ciascun individuo con la propria storia, intesa come elemento costitutivo della natura stessa dell’appartenenza ad una comunità, che in virtù di questo legame si fa «nutrimento» per i membri di essa che possono muoversi soltanto nell’orizzonte di tempo e di senso tracciato dall’insieme degli eventi e delle storie che li hanno preceduti. «Privando i popoli della loro tradizione e di conseguenza della loro anima – scrive ancora Weil – la colonizzazione li riduce allo stato di materia umana»: ecco dunque il senso del colonialismo, la de-umanizzazione che schiavizza i soggetti rendendoli meri oggetti, strumenti, cose atte a produrre, merce umana. E qui la similitudine con la riduzione a stücke («pezzi» in tedesco) degli internati nei campi di concentramento, contestualmente analizzati da Arendt, o con le forme estreme di alienazione prodotte oggi dallo sfruttamento brutale degli umani da parte del sistema capitalistico sfrenato sta tutta nella reificazione che fa degli umani, ieri come oggi, mera materia, interscambiabile superfluità. Nella «lacuna tra passato e futuro», come la definiva Arendt, in un presente cioè senza storia e senza memoria, là dove non trova posto il pensiero ogni orrore può darsi, ogni sopraffazione realizzarsi.

Basterà il richiamo di Weil al «rispetto per il carattere sacro degli esseri umani» in quanto tali ad arginare il neocolonialismo importato sul suolo patrio che si nutre della medesima idea di assoggettamento, di sfruttamento, di de-umanizzazione che produce l’attuale sradicamento di immense masse umane e che spinge i migranti a giungere in Europa dai paesi che essa aveva colonizzato qualche generazione fa? Risuona piuttosto come una cupa premonizione la descrizione di Frantz Fanon (I dannati della terra, 1961) dell’incubo da cui il vecchio continente, patria ideale di tutte le filosofie dei diritti, di tutte le idee di umanità, sembra non riuscire ancora a svegliarsi: «Lasciamo quest’Europa che non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, a tutti gli angoli delle sue stesse strade, a tutti gli angoli del mondo».

FRANCESCA ROMANA RECCHIA LUCIANI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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