Linee di successione nella ricostruzione della sinistra

Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria ricostruzione che parta da alcuni presupposti fondamentali: L’inutilità dell’assemblaggio limitato alle residue forze...

Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria ricostruzione che parta da alcuni presupposti fondamentali:

L’inutilità dell’assemblaggio limitato alle residue forze esistenti.

La necessità di richiamo a un patrimonio storico posto sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica superando in avanti antiche divisioni. Va evitata la ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” “aveva torto quello”, richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc, ecc.

Va avviata, senza riferirsi a modelli storici impossibili (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro eventi del tutto diversi fra loro) l’elaborazione di un progetto fondato sull’attualizzazione delle “fratture” storiche e l’intreccio fra queste e le contraddizioni emergenti nella modernità. Non basta l’antica “contraddizione principale” ma neppure lo sbilanciamento sul versante – ad esempio – del tema ambientale, peraltro centrale e connesso con i modi di produzione oppure di una strategia dei diritti intorno alle questioni di genere. Occorre soprattutto un intreccio tra le diverse realtà rappresentate dalle faglie un tempo definite materialiste e quelle che oggi possono essere considerate “post- materialiste” e la definizione di una strategia di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta descrivere il mondo, occorre cambiarlo”.

Attorno alla rielaborazione dell’analisi relativa ai cleavages fondativi, è necessaria una riflessione di fondo sul mutamento di rapporto tra l’economia e la politica, la finanza e l’economia, la tecnica e la politica, lo sfaldarsi individualistico della società, la difficoltà evidente della democrazia liberale fondata sul sistema dei partiti con l’emergere dei fenomeni della “democrazia del pubblico” e della “democrazia recitativa”, la separazione tra procedimento elettorale e partecipazione cittadina.

Il riemergere di pulsioni che pensavamo ormai accantonate come quelle nazionalistiche dalle quali deriva l’incipiente fenomeno del razzismo. Tutto questo va inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali. La fase presenta elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione così come questo si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane comunque quello di un rilancio concreto dell’internazionalismo;

In questo quadro l’idea di un “dialogo Gramsci – Matteotti”, idea lanciata a proposito dell’analisi sul fascismo di ritorno può ben essere allargata a un tema ben preciso: non si tratta di costruire un Pantheon comune fra compagne e compagni che hanno vissuto le loro divisioni storiche e che adesso sono chiamati ad affrontarle di fronte alle giovani generazioni, ma piuttosto avviare una ricerca aperta su quelle che ci siamo permessi di definire “linee di successione”.

Le ragioni della necessità di questo confronto sono spiegabili non tanto e non solo dal grande valore morale e politico rappresentato dalla comunanza nel martirio ma soprattutto in alcuni punti comuni che i due pensatori, l’uno comunista e l’altro socialista riformista, hanno sicuramente espresso sia pure in tempi così lontani da noi e all’interno di temperie così complicate come quelle in atto allora.

Il punto di assoluta comunanza può essere definito nel quadro della costanza dell’impegno e di una dimostrata intransigenza non settaria.

Sicuramente qualcuno si incaricherà di trovare testi contraddittori tra loro: condanne reciproche, interventi svolti sull’onda del contingente che in apparenza parrebbero smentire la praticabilità di questa ricerca attorno appunto alle “linee di successione” ma non è possibile, da questo punto di vista, fermarci rimirando l’ombelico del passato.

Andando per ordine:

1) il primo punto su cui porre l’attenzione è la comune necessità di sviluppare una “profondità di pensiero politico”. Salirebbe alla mente la definizione di “pensiero lungo”. Quella del “pensiero lungo” rappresenta forse la definizione più valida per ciò che si deve intendere oggi l’esigenza riguardante l’ampiezza della riflessione politica sui grandi temi richiamando il rapporto tra cultura e politica;

2) la capacità di riflettere, intervenire, agire sul complesso delle divisioni intercorrenti nella società italiana dell’epoca senza indulgere in alcun cedimento corporativo dimostrata da entrambi i protagonisti del nostro “dialogo”. Gramsci, infatti, è stato l’organizzatore degli operai di Torino ma anche il più acuto interprete dell’analisi della “questione meridionale” che rappresentava all’epoca gran parte della “questione contadina”. Matteotti è stato il riferimento dei braccianti in una delle zone più povere e d’intenso sfruttamento, in quella fase, come quella attorno al Delta del Po, ma anche l’indagatore delle trame tra finanza e sfruttamento delle fonti energetiche.

3) il tema della questione morale. Se per Gramsci si trattava di questione relativa alla fatica dello studio e al rigore analitico che l’esercizio della politica richiedeva (e richiede) costantemente, per Matteotti è necessario ricordare la sua capacità d’inchiesta, la sua ricerca proprio attorno alla “questione morale” del fascismo rampante che risultò componente decisiva della decisione di rapirlo e ucciderlo.

4) la già ricordato preveggenza nella lettura delle dinamiche sociali e politiche al punto da individuare nel fascismo il pericolo concreto emergente in quella fase storica. La capacità anticipatrice del pericolo rappresentato dal fascismo da parte di Gramsci e Matteotti (senza dimenticare la visione profetica di Piero Gobetti) si verificò, è bene ricordarlo, quando – da una parte – si riteneva il fascismo un fenomeno sporadico che sarebbe rientrato nell’alveo del gran fiume liberale rappresentando magari uno strumento utile per frenare le agitazioni operaie e contadine, e dall’altro lato lo si pensava come semplice elemento degenerativo del capitalismo da contrastare soltanto e semplicemente attraverso la dinamica della lotta di classe.

Nessuno avrebbe pensato, all’epoca, che questi tre punti potevano significare proprio l’eredità intellettuale più pregnante per un processo di vera e propria ricostruzione della sinistra italiana in una sua fase di fortissima difficoltà.

Su queste basi è necessario avviare un processo di “confronto costituente” che ponga al centro del suo itinerario sia il portato dell’analisi sviluppata da Gramsci e Matteotti, sia l’acquisizione di tratti distintivi utili per richiamare una identità attuale.

Non dobbiamo naturalmente rinchiuderci in un’analisi meramente storica ma intrecciando il nostro lavoro con il punto fondamentale della rielaborazione della “teoria delle fratture” individuare con esattezza i termini concreti sulla base dei quali sviluppare un alto livello di progettualità sistemica.

A cavallo tra il XIX il XX secolo definire cosa fosse il socialismo era abbastanza semplice ma non necessario, la divisione era su come raggiungere l’obiettivo di una società senza classi con i mezzi di produzione in proprietà collettiva, ora non solo in quest’area indistinta che si definisce genericamente di sinistra ci sono differenze programmatiche, ma non esiste nemmeno un comune sentire della necessità di pensare a una società diversa migliore, più libera e giusta di uomini e donne uguali nella loro diversità.

FRANCO ASTENGO

23 maggio 2019

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