L’incomprensibile scelta del “nuovo” PCI

Per descrivere la situazione geopolitica e politico-sociologica della sinistra e dei comunisti in Italia servirebbe una analisi approfondita di una fase di sperimentazione del processo della “rifondazione comunista”, nato...

Per descrivere la situazione geopolitica e politico-sociologica della sinistra e dei comunisti in Italia servirebbe una analisi approfondita di una fase di sperimentazione del processo della “rifondazione comunista”, nato con la fine del PCI e proseguito per ventotto anni (includendo già il presente 2019), intendendolo come fenomeno non meramente partitico, ma proprio, visceralmente politico: indagare e comprendere come, alla caduta delle forme organizzative del movimento anticapitalista che si erano conosciute fino al 1989, si sia potuta creare una sorta di individualizzazione dell’ideologia, frantumandola in tanti particolarismi e rendendola nei fatti inconcludente.

L’unità a prescindere, ho sempre affermato, non è mai buona: finisce con l’essere una forma di autodidattica che insegna a sé stessa ciò che non riesce a trasmettere agli altri; in questo caso si tratterebbe di riconnettere tutto un tessuto sociale di moderno proletariato (chiamateli sfruttati, precari, disoccupati, inoccupati, privi dei mezzi di produzione, come più vi piace se il termine “proletariato” vi sembra oscenamente “desueto”).

Ma l’isolazionismo, magari non cercato ma individuato come unica speme, è, soprattutto se incarnato da un partito che si fa chiamare “Partito Comunista Italiano” e adotta il simbolo del “grande PCI” (così gli enfatici sono soddisfatti), veramente deleterio per il presente e produce una antinomia con il passato storico e sociale proprio di ciò che politicamente si vorrebbe rappresentare in chiave moderna.

Il nuovo PCI di Alboresi e compagni si propone dunque di correre alle prossime elezioni europee con il proprio contrassegno e di avviare la raccolta firme in questi giorni  “impegnando tutte le articolazioni del Partito, la raccolta delle firme necessarie per potersi presentare alla scadenza elettorale in questione, sulla base di un programma di reale alternativa quale quello dallo stesso ripetutamente evidenziato, che punta a liberare il Paese dagli attuali vincoli rappresentati dall’Unione Europea e dall’Euro, nella convinzione che un’alternativa – un’Europa sociale, dei lavoratori e dei popoli – è necessaria e possibile.“.

Così si legge nel comunicato del Comitato centrale del PCI. Veramente io vorrei rispettare le compagne e i compagni di questo partitino che ha grandissime ambizioni: queste sono, nella storia dei comunisti, necessarie per portare avanti grandi progetti, dal respiro lungo, dal cammino altrettanto impervio proprio perché non se ne vede al momento la fine.

Leggendo il comunicato mi sono domandato proprio ciò che accennavo all’inizio: dove è finita qui la “rifondazione comunista” (con erre e ci minuscole) dalla quale, bene o male, quasi tutti questi compagni (almeno quelli più anziani) provengono?

E’ mai possibile che le divisioni con le altre formazioni microbiche della sinistra diffusa, dispersa, che tenta di fare fronte, di riunirsi attorno ad una piattaforma comune fondata su una idea di Europa veramente altra rispetto a quella dell’economia liberista, della moneta come unica spes dei popoli, siano così forti ed insormontabili da impedire al gruppo del PCI di convergere nel tentativo che si sta concretizzando attorno all’appello lanciato dal sindaco di Napoli, Luigi de Magistris?

Come mai nella piccola Sardegna, pur tra contraddizioni e vie traverse, i comunisti riescono a presentarsi uniti e nel più vasto ambito nazionale non si trova un minimo comun denominatore che riproponga quell’originario schema che diede vita a “Potere al popolo!” (tralasciamo la successiva storia postelettorale…) e che oggi includerebbe anche Sinistra Italiana e forze di movimento che in quel 4 marzo di un anno fa non erano presenti?

Piacerebbe conoscere i motivi di questa dicotomia così rigidamente immarcescibile. Ma il comunicato non ne fa cenno, anche se, dalle ripetizioni inserite, si intuisce che la questione dei simbolo ha avuto un qual certo peso in tutto ciò.

E’ così dirimente? Senza “falce e martello” i comunisti non possono presentarsi al voto? Abbiamo bisogno di aggrapparci al simbolo che ci identifica da inizio ‘900 (non da sempre) per trovare un programma comune che ci unisca, che ci consenta di offrire agli sfruttati di questo paese, proletari o sottoproletari che siano (e troppi ce ne sono che votano per la Lega e per i Cinquestelle!), una proposta prima di tutto sociale nell’essere politica che riconsegni loro un briciolo di coscienza critica e che li faccia svegliare dal torpore del semplicismo populista e del cattivismo xenofobo e razzista che invade il Paese?

Non credo di avere bisogno di dire qui, ma lo faccio egualmente, che non ritengo una “nuova Bolognina” la soluzione della scomparsa della sinistra di alternativa in Italia. Non è affidandosi ad una nuova abiura di simboli e nomi del movimento comunista che si otterrà uno slancio innovativo, moderno, soprattutto “giovane” per la ricollocazione al centro della politica di largo raggio popolare dei temi cardine che abbiamo sempre proposto ai lavoratori, agli studenti, ai pensionati: a tutte quelle categorie sociali di sfruttati che un tempo avevano una certa coscienza di essere tali; che oggi invece vivono ciò interpretandolo come una disgrazia dovuta alla “disonestà” della politica.

La visione di classe dei problemi sociali, singoli e collettivi, è il nostro fondamento politico su cui rimettersi a studiare, a lottare per studiare ancora: per sapere come funziona un partito, un sindacato, una associazione di mutuo soccorso.

Non penso che la “falce e martello” possano e debbano essere un motivo di divisione, ma semmai di inclusione: nel 1948 il “grande PCI” insieme al PSI si presentò sotto l’effige del volto di Giuseppe Garibaldi e di una stella rossa. Non c’era alcun richiamo al simbolo dei soviet, agli strumenti del lavoro. Semmai il richiamo era alle Brigate Garibaldi, alla Resistenza che aveva vinto il fascismo: abbiamo pensato non si potesse più ripresentare nelle forme crudeli di un “cattivismo” che persino l’ISTAT è oggi costretta a certificare come fenomeno crescente nella società italiana.

Un prodotto infelice di una crisi economica che viene declinata da forze politiche irresponsabili, proprio perché antipopolari e antisociali e dedite alla protezione del profitto privato: una decostruzione di ogni forma sociale di libertà “borghese” aiutata dall’opposizione fatta da forze come il PD che non sono credibili quando parlano di “ingiustizia sociale” dopo aver prodotto per anni le cause che hanno generato l’attuale condizione di retrocessione economica che viene fatta pesare sempre e soltanto sui poveri, sugli indigenti, sui lavoratori.

Alle compagne ed ai compagni del PCI vorrei rivolgere un appello: riconsiderate la vostra decisione. Non consegnate alla sconfitta certa un simbolo che dite di amare tanto e di voler vedere nuovamente preso in considerazione dalle “masse”. Se davvero avete caro quel simbolo e, soprattutto, la storia che rappresenta, cercate l’unità in un fronte della sinistra di alternativa che abbia la possibilità di mostrarsi come unica vera proposta politica diversa da tutte le altre, dalle tre destre che governano e che hanno governato questo Paese.

Il comunismo, se davvero è una certezza di un processo dialettico della storia umana, cui si deve obbligatoriamente arrivare per salvare proprio l’umanità dall’estinzione e il pianeta da catastrofi immani, non può essere racchiuso nell’angusto anfratto di un feticismo privo di significato per la gran parte dei milioni di sfruttati che sono arrabbiati ma smarriti, furibondi ma senza coscienza di classe.

Ci sarà sempre chi prenderà in mano una bandiera con la falce e martello per dimostrare che lui solo è il depositario di tutta la scienza marxista, di tutta la storia del comunismo non solo italiano ma addirittura mondiale. Lasciamo questo infantilismo ad altri. Abbandoniamo ogni velleità e ancoriamoci, mantenendo ferma la nostra identità e i nostri propositi, considerando ancora una volta che “autonomia e unità” possono esprimere un valore fondante. L’unico rispettoso delle differenze ma, al contempo, capace di farci parlare, interagire e camminare insieme.

MARCO SFERINI

5 febbraio 2019

foto tratta dalla pagina Facebook nazionale del PCI

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