L’importanza delle parole nella rinascita della sinistra

Nel corso di più di due lustri abbiamo smarrito il senso delle parole: abbiamo, cioè, vissuto sostantivi e aggetti (questi ultimi soprattutto) come uno stanco rito di attribuzione a...

Nel corso di più di due lustri abbiamo smarrito il senso delle parole: abbiamo, cioè, vissuto sostantivi e aggetti (questi ultimi soprattutto) come uno stanco rito di attribuzione a qualcuno o qualcosa di una etichetta assunta ormai nel tempo e ripetuta senza consapevolezza.
Venendo meno una struttura della politica fondata sulle idee e, quindi, di rimando sulle tanto vituperate “ideologie”, anche i termini “socialista”, “comunista”, “socialdemocratico” e persino “liberale” sono diventati un ornamento espressivo e niente di più.
Tutto questo è avvenuto maggiormente nel campo della sinistra dove si è consumato un lento ma progressivo esaurimento delle volontà, un deperimento delle passioni e un logorio della necessità di quella partecipazione attiva e dal basso che era l’humus di una crescita culturale e politica collettiva e singola.
La parola “comunista” da valore caratterizzante un partito, si è trasformata in un semplice, inutile suono. Per alcuni moderni apologeti del riformismo di nuovo modello è suonata persino cacofonica.
Siamo davanti ad una conseguenza che deriva da un venir meno di una empatia tra popolo e rappresentanza politica e questo fenomeno è molto più grande, e tutt’ora vive – seppure in forme diverse da cinque anni fa – nella comune e quotidiana sensibilità antipolitica di larga parte della gente.
La vastità della corruzione morale e materiale che ha investito il potere e le sue istituzioni in Italia ha contribuito a questa disaffezione. Eppure io penso che questa spiegazione sia solo una delle tante che si intersecano e che formano una fitta rete di incomprensione dei veri motivi che stanno alla base del “non-senso” per le parole, per gli aggettivi e, pertanto, degli odiati partiti, delle odiate stanze parlamentari e governative.
Come si ricostruisce un senso comune, una generale appartenenza ad un presente sociale e politico che comunque non viene meno e che lavora anche contro di noi grazie a questa presa di distanza consapevole o meno che sia?
Si ricostruisce mostrando le ragioni della crisi economica, della povertà crescente e dello stato di miseria in cui versano milioni di persone. E per fare questo serve nuovamente dare forza e vigore ad una sinistra che sia anche strumento pedagogico, che sia un luogo di riconquista delle idee, perché è dalla coscienza critica, dai dubbi e, quindi, dalle idee alternative su ciò che oggi sono le idee di accettazione di un mondo insostenibile (economicamente, anti-socialmente parlando).
Ridiamo, dunque, senso alle parole per riappropriarci di una visione critica della società. Riconquistiamo, quindi, una critica senza appello, senza se e senza ma nei confronti del capitalismo.
Torniamo a spiegare cosa significa la parola “comunista”: noi comunisti vogliamo che la proprietà privata dei mezzi di produzione sia abolita e che passi nelle mani del pubblico, dei lavoratori.
Noi comunisti siamo e ci definiamo tali perché il comunismo è quella parte della sinistra che, come scrivevano Marx ed Engels ne “Il manifesto del Partito comunista”, “più spinge per avanzare”.
Noi siamo “la” differenza con la elle molto, molto maiuscola. E siamo diversi da tutti gli altri partiti e da tutte le altre proposte politiche e sociali perché non ci accontentiamo di riformare il sistema, ma lo vogliamo superare, abbattere, eliminare.
Ristudiare le parole, riappropriarsi della propria anima politica, della propria coscienza critica è un passo che serve a capire perché in una società così disumanizzata, devota soltanto al potere delle transazioni finanziarie e alla costruzione di menzogne enormi come quella sulla costruzione del debito pubblico causata dalla spesa sociale (e così ampiamente creduta e subita dalla povera gente), la necessità di una speranza passa soltanto attraverso la costruzione di un movimento che proponga un rovesciamento dello “stato di cose presente”.
Molti si riempiono la bocca col termine “rivoluzione”: lo fanno persino i grillini. Sostengono che una volta eliminata la corruzione, con la loro presenza nelle sedi di gestione del potere e dello Stato, si vivrà molto meglio e quindi si raggiungeranno livelli di uguaglianza mai visti.
Purtroppo questa predicazione egualitaria si ferma al livello meramente amministrativo: Grillo, Casaleggio e i loro deputati e senatori non mettono in discussione le classi sociali, non individuano nello sfruttamento del lavoro, nella gestione privata delle aziende la fonte delle disuguaglianze.
Non muovono, in sintesi, una critica sociale al sistema capitalistico: non c’è nessuna volontà di rovesciare il rapporto tra capitale e lavoro.
I padroni ci sono e ci saranno ancora nella società della non corruzione di Grillo e Casaleggio. Ma si potranno anche eliminare corruzione e corruttele dai palazzi istituzionali e dalla “politica”, ma la vera e più grande corruzione rimarrà semi nascosta e uscirà fuori ogni volta che i padroni avranno bisogno dello strumento politico per gestire le loro crisi economiche, i loro fallimenti dovuti ad un regime di concorrenza perfettamente naturale nel capitalismo.
Per questo anche il movimento 5 Stelle è un movimento conservatore che, infatti, non ha mai introdotto nei suoi messaggi nessuna condanna del padronato e nessuna difesa del lavoro salariato.
Ci si rivolge alla categoria neutra dei “cittadini” che include tanto il ricchissimo imprenditore del Nord Est quanto il poverissimo disoccupato del Sud.
Interessi così diversi non possono essere difesi allo stesso modo. E non serve aver letto Marx per scoprirlo: basta una minima, onesta e sincera osservazione di ciò che accade ogni giorno sotto i nostri occhi.
Recuperare il senso delle parole vuol dire anche recuperare il senso di una politica consapevolmente esercitata e fatta senza meccanicismi di alcuna sorta.
Ritorniamo a leggere più volte un termine, pesiamolo nella nostra mente per farlo domani tornare a contare nella società.

MARCO SFERINI

22 novembre 2015

foto tratta da Pixabay

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