Le esistenze pulsanti di due rivoluzionari

«Colloqui con Marx e Engels», da oggi in libreria per Feltrinelli. Testimonianze raccolte da Hans Magnus Enzensberger, a cura di Enrico Donaggio e Peter Kammerer. Uscito in Germania nel 1973 e tradotto per la prima volta in Italia nel 1977, ha la tecnica ottocentesca del montaggio che serviva a costruire ritratti su grandi personaggi della cultura borghese
Friedrich Engels e Karl Marx con Laura, Eleanor e Jenny Marx

Un concentrato di storie, passioni, idee. Così potremmo sintetizzare i Colloqui con Marx e Engels. Testimonianze sulla vita di Marx e Engels raccolte da Hans Magnus Enzensberger, a cura di Enrico Donaggio e Peter Kammerer, traduzione di Andrea Casalegno, Feltrinelli, pp. 640, euro 16. Un libro in cui «sono state accolte – scrive Enzensberger – testimonianze dei tipi più diversi, tutte quelle in cui incontri personali con Marx ed Engels hanno lasciato una traccia scritta: lettere, memorie, autobiografie, polemiche, resoconti giornalistici, interviste, rapporti e interrogatori di polizia, atti processuali». Donne e uomini del diciannovesimo secolo a «colloquio» con i padri del comunismo, ma anche un poeta e saggista del ventesimo secolo a «colloquio» con i testimoni di allora e, per loro tramite, direttamente con i due protagonisti del libro. Poiché dalle scelte e dal montaggio di questo materiale si legge anche la passione civile dello scrittore tedesco negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, la volontà di restituirci le vite pulsanti e inquiete di Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895). Al di là di ogni ingessata agiografia (come hanno fatto anche di recente il regista haitiano Raoul Peck con il film sul giovane Marx e lo studioso Marcello Musto con il suo Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883, Einaudi 2018).

Anni, quelli della composizione del libro, durante i quali Enzensberger – come ricordano nella postfazione i curatori Donaggio e Kammerer – condannava l’imperialismo statunitense a Cuba e in Vietnam, prima, ahimé, di approdare nel 2003 al sostegno di quel medesimo imperialismo che decideva di distruggere l’Iraq. Anni, tra le altre cose, che conobbero la ricezione di Enzesberger in Italia in gran parte mediata dal lavoro di traduzione delle Poesie per chi non legge poesia (Feltrinelli, 1964) a opera di Ruth Leiser e Franco Fortini (le cui poesie furono a loro volta tradotte in tedesco proprio da Enzesberger).
Il libro, uscito in Germania nel 1973 e tradotto da Einaudi nel 1977, si richiama – spiega Enzensberger nella nota introduttiva – alla tecnica ottocentesca del montaggio che serviva a costruire poderosi ritratti su grandi personaggi della cultura borghese. Tra questi compendi, lo scrittore ricorda i dieci volumi dei Colloqui con Goethe del barone von Biedermann pubblicati negli anni 1889-1896. Caratteristica di queste raccolte di testimonianze è quella di non operare censure, neanche su aspetti negativi della vita del personaggio preso in esame, consentendo così al lettore di avvicinarsi in modo ricco e profondo all’esistenza del personaggio stesso.

Ed è quello che ricerca l’intellettuale tedesco quando parla di «contraddittorietà» e di «modo quasi stereoscopico», cioè, metaforicamente, tridimensionale, di presentare un evento o un comportamento, osservati e testimoniati con punti di vista talvolta assai diversi tra di loro, che ci offrono la ricchezza della vita di Marx e Engels: «a distanza di cento anni, questi due uomini non si adattano a nessun canone, si sono scrollati di dosso ogni cliché». Con la modestia e la consapevolezza di cosa implichi aver raccolto e montato tutto questo deposito della memoria, Enzensberger ci ricorda che questi Colloqui «non possono sostituire né lo studio del carteggio né la lettura di una biografia: essi non sono altro che materiale ausiliario». Ma oggi sappiamo quanto conti il «materiale ausiliario» per comprendere le opere. Sappiamo, per dirla con Hegel, che l’arte risiede nel dettaglio e che i mille dettagli presenti in queste seicentoquaranta pagine ci illuminano su due biografie e insieme su un periodo storico lungo e denso di avvenimenti. E, in più, ci sollecitano allo studio degli scritti di Marx e Engels. Affinché il lettore, una volta terminati i Colloqui, possa cominciare a cimentarsi, direttamente, con le pagine dei Manoscritti del ’44 o del Capitale, per ritrovare il gusto di una lettura del testo non mediata dalla manualistica dei compendi.

Fatta questa premessa, diamo ora la parola ad alcuni di questi testimoni. Ad esempio alla lunga rievocazione della vita di Marx scritta da Wilhelm Liebknecht, tra i fondatori del partito socialdemocratico tedesco. Qui vediamo la misera casa di Soho nella quale i coniugi Marx ospitavano generosamente compagni di ogni risma; l’estenuante lavoro notturno, in compagnia di sigari di pessima qualità, per portare avanti i suoi poderosi progetti che provocò un affaticamento precoce con conseguenze sull’alimentazione, sul sonno, sul fegato; il divertimento che provava a giocare con i bambini; la passione per la dama o per gli scacchi.
Ma c’è una dimensione nella vita di Marx, e che tanti riflessi avrà nell’opera, che Liebknecht (il quale aveva studiato filologia) e tantissimi altri testimoni ricordano: la sua passione per i grandi scrittori della letteratura mondiale. A Parigi, nel 1844, Heine e Marx passavano interi pomeriggi a leggere, commentare e limare poesie. I poeti per Marx, ricorda la figlia Eleanor, «sono tipi strani; bisogna lascarli andare per la loro strada, non bisogna giudicarli con la misura degli uomini comuni, o anche non comuni». Una passione che faceva tutt’uno con la maniacale attenzione alla scrittura nel redigere un documento politico o un trattato teorico. Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Balzac non erano solo fonte di diletto e conoscenza ma anche modelli di stile, serbatoi di metafore, personaggi, storie, che aiutano a trovare l’espressione appropriata, la parola ricca di risonanze semantiche. E per quanto concerne la precisione linguistica credo che altrettanta importanza abbiano giocato i testi dei grandi economisti classici o dei naturalisti, matematici, chimici o, ancora, degli storici antichi e moderni che Marx divorava con altrettanta avidità di quella dei suoi amati poeti.

Nella strada del ritorno dalle scampagnate ad Hampstead, una ridente collina di prati, boschi, piccoli stagni vicino Londra, dove l’allegra brigata composta da Marx, la moglie Jenny, le figlie, la domestica e numerosi e sempre nuovi compagni e amici trascorreva le domeniche, «la politica – ricorda ancora Liebknecht – era argomento proibito come i guai dell’esilio. Invece si parlava molto di letteratura e di arte, e allora Marx poteva far sfoggio della sua portentosa memoria. Recitava lunghi brani della Divina Commedia e scene di Shakespeare, alternandosi a sua moglie, anch’essa eccellente intenditrice di Shakespeare». E proprio in riferimento alle passioni letterarie di Jenny e degli altri membri della famiglia, vorrei richiamare la lunga testimonianza che un’attrice inglese, Marian Comyn, scrisse nel 1922 con riferimento alla sua frequentazione del circolo di lettura shakespeariano di casa Marx all’inizio degli anni ’80.

Un’ultima breve riflessione è d’obbligo quando ci si interroghi sul valore per noi di queste biografie così poliedriche e inquiete. Non è per il gusto della curiosità un po’ morbosa di chi vuole sempre scoprire qualcosa di «piccante» nella vita quotidiana di un personaggio famoso. Tutte le dimensioni dell’esistenza umana – la politica, la filosofia, la storia, la scienza, l’economia, la religione insieme al gioco e all’arte, ai sentimenti, all’amore, all’ira e al sarcasmo, alla malinconia e all’ironia, alla malattia, alla sofferenza, alla morte -, tutto questo è in stretto rapporto con il comunismo.
Perché in fondo le vite di Marx e Engels, così come escono da questi Colloqui, altro non sono che una metafora di ciò che loro stessi intendevano per comunismo: una libera e viva associazione di donne e uomini che tenga conto delle diverse esperienze umane, dal lavoro cooperativo al godimento delle conquiste più belle e nobili della mente e del corpo. Affinché una terzina di Dante, una sonata di Chopin, un fruscìo di foglie di querce, un canto di usignolo, uno sguardo d’amore, non siano considerati, come accade nella società dominata dall’utilitarismo del capitale, eccedenti, superflui, o utili solo se capitalizzabili, ma bensì necessari per conferire carne e sangue, forza e durata al «sogno di una cosa».

DONATELLO SANTARONE

da il manifesto.it

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