Le banche, la neve e i terremoti: là dove arriva il profitto

Forse ho avuto già modo di scrivere sulla mia insopportabilità congenita, o comunque costruita da me stesso nel tempo di mia vita mortale, sul dilagante pietismo e senso di...

Forse ho avuto già modo di scrivere sulla mia insopportabilità congenita, o comunque costruita da me stesso nel tempo di mia vita mortale, sul dilagante pietismo e senso di umanità che deborda da qualunque commentatore, sia esso noto o ignoto alle masse, da Facebook alle più grandi reti televisive del Paese quando una tragedia naturale si scatena contro noi stessi.
Dico “noi stessi”, pur non abitando in Abruzzo o Lazio o Umbria, perché domani (e vi prego di non fare scongiuri) potrebbe accadere a chiunque. I fenomeni della natura sono imprevedibili a volte: così avviene per i terremoti, campo degli studi scientifici della geologia dove la previsione è, attualmente, impossibile.
I modelli matematici studiati ci dicono quali sono le cosiddette “faglie attive”, quali sono i luoghi più a rischio, ma sappiamo ormai da tempo che anche nei luoghi un tempo non considerati tali (ad esempio il Friuli) avvennero e avvengono terremoti di intensità che oltrepassano l’immaginazione e i gradi della vecchia Scala Mercalli.
Quando gli eventi catastrofici si sommano, e quindi al terremoto s’aggiunge una tempesta epocale di neve o a questa s’aggiunge il terremoto, allora i commenti sono prima di tutto anatemi contro Domeniddio, la natura, e poi, soltanto molto dopo, contro delle istituzioni che non hanno esercitato prevenzione antisismica in una linea appenninica e montuosa dove nel corso della storia le distruzioni dovute alla dinamica delle tettonica a zolle si è ampiamente scatenata.
Cambiamenti climatici, costruzioni improvvide, cattiva gestione dei territori e visione delle sciagure come occasioni per grandi affari: tutto questo ha prodotto disastri incalcolabili in vite umane e una crescente visione del rapporto tra i cittadini e le istituzioni repubblicane come un rapporto di sfiducia piuttosto che il naturale opposto.
Non possiamo nemmeno essere molto compiaciuti di una efficienza della Protezione civile nazionale e del volontarismo di migliaia di persone che, spontaneamente, senza alcun calcolo di profitto, partono, mettono una pettorina gialla e si adoperano al meglio per alleviare delle sofferenze perché dietro noi c’è tutto il retroscena di una non curanza che viene da lontano e che si sedimenta oggi con una pesantezza almeno eguale a quella dei blocchi di neve irrigiditi dal gelo e discesi poco prima dalle montagne.
Per questo, commenti come quello che sto scrivendo sono ripetizioni e suonano come banalità che si riconfigurano ad ogni istante successivo ad un evento che fa collassare intere comunità e le sbriciola nel momento per poi rinsaldarle nella (dis-)grazia del male comune. Non c’è nessun “mezzo gaudio” da ricercare; c’è soltanto la constatazione permanente ormai che il privato che vince sul pubblico fa deperire quell’anche pochissimo ma necessario ambito di intervento sociale della politica nella tutela del patrimonio nazionale vero: la sua popolazione vivente.
Popolazione che maledice una democrazia che, infatti, non è tale e che pensa al salvataggio delle banche private con soldi pubblici invece che al salvataggio del pubblico con soldi pubblici.
Poi scorre su tutti i teleschermi la richiesta di donazione di 2 euro per i terremotati: la solidarietà è valore, ovviamente. Ma perché sui teleschermi non scorre mai una scritta che inviti a versare 2 euro per le banche private che falliscono?
Per un motivo molto elementare, semplice, persino innoquo a prima vista: perché la banca che fallisce “commuove” solo chi vi ha un conto corrente sopra e che, paradossalmente, non avendolo più non può nemmeno auto-aiutarsi a salvarla.
Allora arrivano i soldi dei contribuenti tutti a salvare non i conti correnti di chi è stato truffato ma il sistema complessivo che agirà ancora così: speculando con i soldi di povera gente o della “classe media” e, se le speculazioni andranno male, ricorrendo ad attingere sempre e solo da fondi pubblici.
E’ compito dello Stato salvaguardare i cittadini. Ovvio. Ma non si possono salvaguardare le banche facendo finta di salvaguardare i risparmiatori e lasciare i terremotati senza luce, senza strade percorribili, nonostante tutte le difficoltà del caso…
Camminare nella neve è difficile, costa fatica, soprattutto se devi aprirti un varco in una muraglia di oltre tre metri che non può essere aperta se non con specifici macchinari. Camminare nella neve è stancante, debilita, fa sentire a terra ancora prima di aver intrapreso la strada. Ma la voglia di salvare delle vite umane è ciò che ha mosso straordinarie persone che non hanno soltanto applicato la logica del dovere in questa situazione, come in molte altre.
Sarebbe bello che, contraddicendo alle logiche del mercato, qualche volta banchieri, finanzieri e specultari di vario genere una volta ogni tanto pensassero che dietro cifre, conti e numeri ci sono vite umane, sacrifici che non si possono ripetere perché hanno il valore della fatica di un tempo che non può tornare.
Ma tutto questo è solo un pio e vano desiderio: lo spettacolo deve continuare e la legge del mercato non può cambiare.
A meno che non cambi radicalmente, capovolgendosi, la società in cui viviamo. Del resto, la rivoluzione è sempre cambiamento e, come sosteneva Gramsci, “è vita”. Non essere in ispirito e in pratica dei rivoluzionari è essere già un po’ morti.

MARCO SFERINI

22 gennaio 2017

foto tratta da Pixabay

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