Lavoratori e donne muoiono per concezioni proprietarie

La gara dei numeri è sterile, inutile, anche mortificante per entrambi questi problemi che affliggono una umanità che vi si getta a capofitto per conoscerne i particolari macabri ma...

La gara dei numeri è sterile, inutile, anche mortificante per entrambi questi problemi che affliggono una umanità che vi si getta a capofitto per conoscerne i particolari macabri ma che molto poco, quasi niente fa per risolverli alla radice con un intervento sociale che sia, quindi al contempo culturale, scolastico e perfino di stampo sociologico.
Mi riferisco ai sistematici e crescenti numeri dei morti sul lavoro e alle tante donne che ogni giorno sono oggetto, nel “migliore” dei casi di attenzioni non gradite e nel peggiore dei casi di violenza che arriva fino alle estreme conseguenze.
I lavoratori che muoiono in incidenti sul loro posto di lavoro sono degli assassinati tanto quanto le donne che muoiono per mano di un uomo o di quello che viene definito “il branco” se a compiere la violenza è un’orgiastica unione di bestialità che poco ha a che vedere con l’istinto, che molto ha invece ha in comune con le pulsioni frenabili, ed invece lasciate crescere a briglia sciolta, frutto di una concezione proprietaria del maschio sulla femmina, dell’uomo sulla donna che va oltre il pratriarcalismo così come avremmo tutte e tutti dovuto studiarlo a scuola.
La gara dei numeri, si diceva, è sterile e anche mortificante: è vero, perché non c’è gara tra questi due terribili fenomeni, eppure non passa settimana dell’anno in cui il contatore infelice di questi due fenomeni profondamente (dis)umani non venga aggiornato con nuovi decessi avvenuti per incuria di impianti, per sottovalutazioni di rischi e per privilegio del profitto a scapito della sicurezza nei luoghi di lavoro per quanto riguarda le cosiddette “morti bianche” e invece per quanto concerne le donne uccise dagli uomini per molti motivi che non sono mai alibi, ma che si fondano in una incultura perversa che affonda le sue radici fin dai primi anni della pubescenza, della crescita ormonale maschile.
Faccio un banale esempio. Poche sere fa passeggiavo, come faccio sempre, col mio cane ed incrocio un gruppo di ragazzi. Tutti maschi. La loro età ciondolava, come le loro teste svogliatamente dedite ad un chiacchiericcio su alcuni allenatori miti del calcio, tra i quindici e i diciannove anni.
Due di loro si staccano dal gruppo, salutano e li sento raggiungermi nella camminata che continuavo nel centro storico. Hanno cambiato argomento: non parlano più di “mister”, di giocatori e di competizioni sportive. Parlano di donne, anzi, di ragazze.
Pressapoco il dialogo è stato questo:
Ragazzo 1: “Ma io te l’avevo detto che quella era una che la dava con facilità!”.
Ragazzo 2: “Avevi ragione, non pensavo che fosse così troia. Però siccome sua sorella mi sembrava…”.
“Ma che c’entra la sorella” – interrompe bruscamente il Ragazzo 1 – “lei è lei e la sorella è la sorella. Sono completamente diverse”. Logica ineccepibile: ogni essere vivente è unico e irripetibile dice una certa branca della psicoanalisi. Ma questo i due grandi intellettuali dei rapporti tra uomo e donna forse non lo sanno…
E continuano…
Ragazzo 2: “Se ci avessi provato…”.
Ragazzo 1: “Con chi? Con lei o con la sorella?”.
Ragazzo 2: “Con lei…”. Allora l’altro ha come un scatto d’ira e, nei vicoli dove la voce si amplifica enormemente nel pieno del silenzio della sera che diventa notte, rimbrotta l’amico: “Ma come! Lei te la dava e tu non ci sei stato?!!!”.
Il Ragazzo 2 risponde mortificato perché, pur stando avanti a loro, sento un silenzio iniziale, come se chinasse la testa per il rimprovero e poi un filo di voce: “No, non me la sono trombata perché…”, l’altro lo incalza: “Perché!???” e alla fine il nostro ammette: “Perché non me la sentivo…”.
Non hanno vergogna nemmeno di me, non abbassano il tono delle voci e così sono costretto a fare ancora cinquecento metri ascoltando i timori di un adolescente che probabilmente non ha mai avuto alcun rapporto sessuale con una donna ma che ne parla disinvoltamente, con tracotanza e mal capitato nelle fauci di un discorso che gli si rivolge contro, diventa facile preda della derisione dell’amico.
Tuttavia sembrano essere molto legati come amici: lo si comprende dal fatto che non c’è derisione per la mancata grande scopata del secolo. Solo rabbia. La rabbia del giovane maschio per un suo simile che ha messo alla berlina la virilità, che non l’ha adoperata per dimostrare quanto l’uomo può e deve essere deciso quando si spinge nell’agone del concerto amoroso.
Il tragico è che il bellissimo connubio tra desiderio e amore si trasforma sovente in solo desiderio e l’amore viene scalzato via, espunto perché fatto di morale, di sentimento e non soltanto di trascinamento cieco, sordido, obbediente solo alla volontà ispirata da un presunto istinto animale od umano che si possa dire.
Per carità, il dialogo tra i nostri due ragazzi non dimostra nulla ma è una delle possibili misurazioni di come i giovanissimi ritengono i rapporti sessuali in relazione ai rapporti sociali, tra adolescenti, tra di loro.
Prima dovrebbe sempre venire il rispetto reciproco che è preludio dell’amore. Invece siamo già in presenza non di teneri amanti che si affacciano a queste splendide esperienze di vita, bensì a predatori che aspettano solo il momento opportuno per potersi sfogare sessualmente e vantare il giorno dopo proprio, soltanto di una mera, squallida conquista. Senza amore, senza affetto, senza alcun minimo, anche se moderno, corteggiamento.

MARCO SFERINI

4 aprile 2018

foto tratta da Pixabay

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