L’Amazzonia brucia e Bolsonaro fa battute

Brasile. Record di incendi (+83%) nella foresta pluviale, indiziati i fazendeiros, il presidente Bolsonaro non manda l’esercito e ironizza: «Ora sono Nerone»

Non c’è pace per l’Amazzonia. Come se non bastassero le sciagurate politiche del governo Bolsonaro, con l’incontrollata deforestazione che ne deriva, anche gli incendi – mai così tanti e distruttivi – infieriscono sulla più grande foresta pluviale del mondo.

Secondo i dati dell’Inpe – l’Istituto nazionale di ricerche spaziali, di cui Bolsonaro ha appena licenziato il direttore nel tentativo di nascondere agli occhi del mondo lo scempio in atto – dall’inizio di gennaio al 19 agosto sarebbero 73.843 i roghi registrati, con un aumento addirittura dell’83% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un altro triste record segnato dal governo in carica.

Ormai fuori controllo, il fuoco divora vaste estensioni di foresta in diverse regioni del Paese, a cominciare dagli Stati di Acre, Rondônia, Mato Grosso e Mato Grosso do Sul, ma anche in Bolivia, in Paraguay e in Perù. E avanza sulle terre indigene e sulle aree protette – in Amazzonia soprattutto, ma anche nel Cerrado e nella già devastata Mata Atlântica – distruggendo, tra molto altro, già più di 32 mila ettari del Parco nazionale di Ilha Grande in Paraná, e avanzando per 30 chilometri all’interno di un altro parco nazionale, quello di Chapada dos Guimarães, in Mato Grosso.

Il fumo è così denso che può essere visto persino dallo spazio, come hanno indicato le foto scattate dalla Nasa. Talmente denso da oscurare in pieno giorno, lunedì scorso, il cielo di São Paulo – con il favore dell’umidità provocata dall’arrivo di un fronte di aria fredda – e poi di una parte del Mato Grosso do Sul e del nord del Paraná. Un evento che ha impressionato gli abitanti di São Paulo, ma che il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles si è affrettato a liquidare come una fake news, subito smentito dai risultati delle analisi condotte da due università statali.

Quanto a Bolsonaro, non si è minimamente scomposto. E mentre il fuoco divora gli ecosistemi del Brasile, si è limitato a fare dell’ironia, dicendo di essere passato dal soprannome di «capitan motosega» a quello di Nerone: «Ora vengo accusato di appiccare il fuoco all’Amazzonia. Nerone che brucia la foresta amazzonica!». Neanche a parlarne, poi, di inviare l’esercito nella regione per contrastare gli incendi: «Qualcuno conosce le dimensioni dell’Amazzonia?».

Non c’è nulla di cui preoccuparsi, ha detto, sottolineando come gli incendi si verifichino spesso nella stagione secca: «Là questa è l’epoca dei roghi». Tuttavia, come evidenzia l’Inpe, non c’è nulla di naturale in un aumento così vertiginoso degli incendi: se il caldo e la siccità ne favoriscono la diffusione, i roghi sono dovuti all’intervento umano casuale o molto più spesso deliberato, allo scopo di fare spazio all’allevamento del bestiame, alle piantagioni e ad altre attività produttive.

Non a caso, nel sudovest del Pará, i fazendeiros sono arrivati a celebrare una «giornata del fuoco», provocando roghi simultanei ai margini dell’autostrada BR-163, per richiamare l’attenzione del governo sul fatto che «l’unico modo che esiste per lavorare è deforestando».

E mentre il governo si gira dall’altra parte, grande è l’allarme sulle reti sociali, dove circolano immagini di tratti di foresta in fiamme e di animali che fuggono terrorizzati dal loro habitat. Il disastro ha ora anche una sua foto simbolo: quella scattata dal fotografo Araquém Alcântara – e accompagnata su Facebook da un video di denuncia contro l’irresponsabilità del governo – di un tamanduá mirim (un mammifero della famiglia dei formichieri) che fugge da un rogo, cieco, con segni di ustioni e le zampe spalancate in un atto disperato di difesa.

CLAUDIA FANTI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Ecologia





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