La tigre celtica che non fa notizia

Il voto irlandese boccia l’austerity, una notizia che non fa notizia

Le elezioni per i rinnovi dei parlamenti nazionali sono molto importanti e fanno spesso notizia tra i media internazionali. Con esse viene ridata la parola ai cittadini, che giudicano l’operato del governo e della sua maggioranza nella legislatura appena conclusa. In caso di sconfitta della compagine governativa le ragioni possono essere tante, soprattutto se a pesare sulla bocciatura sono temi di natura socio-economica legate alla dottrina neo-liberista.

L’ultimo weekend di febbraio nell’anno 2016 non ha visto solo la vittoria elettorale del fronte moderato in Iran, con il suo aumento della partecipazione al voto (cosa che in Europa potrebbe essere considerata come un’autentica miracolo visti gli ultimi trend nei paesi dell’Unione), e tutte le implicazioni positive che essa comporta. Nel silenzio quasi assoluto dei media nostrani si è votato anche in Irlanda per il rinnovo del parlamento, un paese che ha fatto da apripista in Europa alla crisi economica del 2008 e all’applicazione del pensiero neoliberista.

Prima della recessione globale l’Irlanda era soprannominata la Tigre Celtica per via della crescita economica che da anni la trainava. Poi la frenata improvvisa: i conti sballati delle banche nazionali, le bolle speculative degli immobili e l’intervento/indebitamento dello Stato per salvare gli istituti di credito affossarono il paese portandolo sull’orlo della banca rotta nel 2010. Entrò in azione la Troika e di fatto l’Irlanda fu il primo paese dell’UE ad essere commissariato e a dover accettare un piano di aiuti e prestiti da 70 miliardi di euro in cambio di politiche “lacrime e sangue”, tagli alla spesa pubblica e aumenti fiscali, inaugurando la lunga stagione dell’austerity.

Secondi i dati economici, in 5 anni le politiche del primo ministro Enda Kenny e del suo governo di coalizione tra il Fine Gael (centro-destra) e i laburisti hanno riportato la crescita del Pil al 7% nel 2015 e la disoccupazione ridotta intorno al 9%.

Eppure, nonostante questi risultati da propugnare agli elettori, lo spoglio delle urne consegna una situazione molto delicata, dove nessuna forza politica è in grado di creare una maggioranza parlamentare autonomamente. Il Fine Gael, partito al governo dal 2011, perde più di 10 punti percentuali e ottiene di poco la maggioranza relativa (sia in termini di voti che in termini di deputati) rispetto al Fianna Fail, storico partito rivale e anch’esso di centro-destra, che si attesta intorno al 24%. I laburisti riducono di 2/3 i loro consensi, dimostrando nuovamente come sia incredibilmente facile perdere voti a sinistra per inseguire voti, politiche e idee neoliberiste.

Chi invece mostra ottimi risultati, tra i partiti storici irlandesi, è il Sinn Fein di Jerry Adams, formazione di sinistra radicale che in questi anni ha più di altri lottato contro le politiche di austerity del governo, passando dal 9 al 15% circa e diventando in termini di seggi la terza forza del paese. Dotato di forti legami con gli altri partiti della sinistra radicale europea, il Sinn Fein condivide la lotta al neoliberismo sia nel contesto europeo, sia sostenendo che tale politica economica vada combattuta anche negli stati nazionali, attraverso interventi importanti di spesa pubblica a favore delle fasce più deboli della società.

La formazione di un nuovo governo passa necessariamente dal controllo di almeno 80 seggi su 158 del Dáil Éireann, il parlamento irlandese, e al momento è difficile ipotizzare gli scenari per la nascita di un nuovo esecutivo, sempre che il Fine Gael e il Fianna Fail, divisi storicamente dai tempi del dualismo Collins/De Valera, non riescano a realizzare tra di loro le “larghissime” intese con il benestare del partito Laburista.

Ma al di là delle logiche post elettorali su possibili alleanze per la governabilità o meno dell’Isola di Smeraldo, quello che emerge dallo scrutinio è il messaggio politico molto chiaro che gli irlandesi hanno voluto dare: la bocciatura delle politiche di austerity. Se infatti gli indicatori economici mostrano una grande crescita dell’isola, sono pochi i reali beneficiari della nuova ricchezza.

Le multinazionali presenti sull’isola hanno grandi profitti per via delle basse imposte a cui sono soggette, mentre la popolazione ha dovuto e deve affrontare aumenti delle tassazioni dirette ed indirette: basti solo pensare alla tassa sulla prima casa di proprietà e a quella sul consumo dell’acqua pubblica. Aumentano le tensioni sociali e i dati sulla povertà e l’esclusione sociale allineano l’Irlanda a paesi come la Grecia e il Portogallo. La forbice tra ricchi sempre più ricchi e il resto della popolazione sempre più povera si allarga, quasi fosse un sintomo di americanizzazione del più estremo dei paesi europei sull’Atlantico.

In tale contesto il premier uscente Kenny è stato punito dagli elettori dopo 5 anni di rigore economico, e la crescita del Sinn Fein non può che essere una notizia positiva per la sinistra europea e per chi in Italia sta cercando di creare un vasto campo della sinistra che sfidi apertamente le politiche di austerity e del partito di governo che se ne è fatto portavoce.

Probabilmente anche per questo la notizia è stata drasticamente ridimensionata, se non addirittura quasi oscurata da moltissimi mezzi di informazione. Perché dare troppa importanza ad un paese che punisce il rigore neoliberista e magari comincia a premiare la sinistra anti-austerity? Proprio quest’ultima aumenta i suoi consensi nel vecchio continente, in particolare dove la crisi e la Troika hanno colpito più duramente. Dopo Grecia, Portogallo e Spagna, si aggiunge ora l’Irlanda. Manca solo l’Italia per poter cominciare a parlare della prima piccola rivincita dei Piigs.

FABRIZIO FERRARO

redazionale

29 febbraio 2016

foto tratta da Pixabay

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