La società postmoderna può fare la Rivoluzione?

Premesse per l'avvento di una nuova teoria (pt.2)

Abbiamo trattato precedentemente la peculiare “coscienza infelice” postmoderna e siamo giunti a rigettarne in blocco le tesi, ora, tenteremo di descrivere un altro fattore fondante che impedisce la formazione di ogni nuova corrente che non riproponga semplicemente ciò che è stato già detto. In questo caso tratteremo della condizione di asfissia emotiva e coercizione/incanalamento dei sentimenti nella sfera economica e sociopolitica.

Le cause dell’impoverimento sentimentale nella società
Il nuovo corso dell’economia, molto spesso, ha dimostrato che nella società è facile far permeare un condizionamento, se messo sul piano delle abitudini sociali. Ciò sta a dire che, facilmente diventi moda il savoir faire di certa parte, generalmente minoritarissima, dei popoli.

È un concetto assai discusso da Antonio Gramsci, quello che lui nei suoi scritti chiama dominio e direzione o più comunemente Egemonia Culturale. Il Capitale, con la sua sempreverde azione trasformista spiazzante, ci sorprende nelle metodiche con cui attua la sua difesa; chi oggi, proprio per tal motivo, è inconsciamente o volontariamente emissario della “Voluntas paucorum”, della volontà dei pochi ricchi? Chi in questa società, indipendentemente dal colore politico, si sollazza e sostiene il Capitale? Esiste un certo ampio bacino di consumatori che, nonostante la volontà di superare il sistema dello sfruttamento odierno, ne è vittima ideologica e materiale: i giovani, consumatori principalmente senza reddito, nella maggioranza dei casi passivi nel defluire degli eventi e delle questioni politiche, spaventati ed amareggiati dal mondo e rinchiusi nel loro piccolo ritrovo dell’internet ove, però, non trovano la vera sicurezza.

Non solo esistono quei ragazzi senza futuro, disoccupati, istruiti malamente ed in modo nozionistico ed insufficiente. Non solo esistono le categorie settoriali degli universitari, dei liceali, dei lavoratori a contratto indeterminato, dei precari, per come li conosciamo ora, ma una massa ‒come la filosofia marxista insegna‒ sfruttata, che una volta i Compagni chiamavano Proletariato.

A differenza, però, di quel piccolo mondo (ormai) antico, l’odierna massa è eterogenea, se infatti il Proletariato era composto per lo più d ex-contadini braccianti venuti dalla campagna, con poca istruzione o nulla, in totale povertà ed incapaci di sussistere –come già dice il nome‒ senza la forza lavoro familiare e filiale, il Precariato, ovverosia il nostro popolo di nuovi poveri, è composto da persone di estrazione sociale e culturale diversa l’una dall’altra e che hanno in comune l’esser diversi, l’esser atomizzati.

Abbiamo definito questo ceto col nome Precariato e ciò superficialmente sembra essere in contraddizione con una tipologia partecipante a questa massa: il lavoratore a tempo indeterminato. Eppure, tale figura non è inavvicinabile alle trame dello sfruttamento, anzi, ne è schiavo come gli altri, è ormai in atto una guerra fatta con lo stillicidio su più fronti ed in cui la Sinistra, come s’è detto molte volte, non ne ha azzeccata neanche mezza.

Ciò che però colpisce ancor più del tema del lavoro, il quale è una costante sempre in crisi del rapporto fra capitalisti e lavoratori, è l’adozione di uno stile di vita, di una moda, di un certo atteggiamento il quale, di primo acchito, sembra una risultante positiva del boom economico (pur se tempestato da crisi ed inflazione) degli anni ’50-’80, mentre appare, ad una più attenta analisi, evidente la sistematica programmazione attraverso un percorso agevolato dalla presenza socialdemocratica nel sistema economico primo-repubblicano di un sentire comune l’impulsività giusta nel comprare, nel considerare tutto a portata di mano un imprescindibile dogma dettato dall’Ordoliberismo e di fatto, nella realtà, di dare speranze a dei disperati.

Peccato che, quella speranza, si sia denunciata al mondo come cosa ben poco salutare, è qui che la droga del consumismo ha mostrato il rovescio della medaglia e ci ha messo a conoscenza di una qualità assai peculiare per un sistema economico: l’astinenza. C’è chi disse che la dipendenza da una certa sostanza avviene per causa anche della solitudine e, se ciò fosse vero, confermerebbe che in questa solitudine degli atomi moderni, è la merce che governa. In fondo, questo atteggiamento a considerare la merce un qualcosa di prezioso più della vita fu rilevato proprio da Carlo Marx, che lo chiamò per l’appunto Feticismo delle merci.

Probabili soluzioni alla questione

Ci siamo chiesti nell’ouverture di questa collaborazione cosa possa muovere verso il sentimento rivoluzionario, dopo queste costatazioni di decadenza e depressione qui descritte, aggiungiamo che non solo ci si appresta a dover velocemente trovare un metodo di ripristino delle vere capacità emotive, ma bisogna ristudiare i concetti di positività e negatività stessi, scevrandoli dal puro dualismo contrappositivo che l’Occidentalità ha creato dividendo in bene e male l’amore e l’odio. L’errore tecnico venne espresso dalla lettura in chiave morale del pensiero d’Empedocle, il quale vide nei due sentimenti il moto dell’universo, la distorta lettura che il senso comune ne ha dedotto fu che l’amore è una forza aggregante volta al bene e che il male è “diabolico” nel senso greco per eccellenza, ovvero divisore. Equiparando questa categorizzazione etica, ne viene che la Ragione sia nel bene e che l’Irrazionalità sia nel male. Eppure, Platone narrava che l’uomo filosofo, in fin dei conti, non si differenzia dal poeta.

Entrambi, secondo il padre della Metafisica, vivevano un brivido, un sentimento od una irrazionalità, la quale si trasponeva nelle arti loro contingenti in forme divergenti, ma a loro maniera ragionevoli e razionali. Ecco. A noi, par che ciò sia un esempio trasponibile in musica, anzi in musica barocca: Vivaldi, più specificatamente nella “Follia” arrangiata dal Grande Veneto. Se la frenesia del ballo è una forma di pura esplosione di sentimenti, come in sostanza quell’armonia ci esprime, allora potremmo dire che allo stesso modo la filosofia e la poesia, nel loro mostrarsi nel contatto col mondo reale, vivono di sentimenti.

Ciò per una mentalità grecista e greca −ma anche per il mondo razionalista occidentale− è totalmente assurdo, poiché impone una visione irrazionale di partenza della società, dacché l’Occidente stesso concepisce l’Irrazionalità come puro assoluto opposto alla Ragione, mentre la Pazzia è composta da uno spettro irradiato, in egual guisa alla rappresentazione fisica dello spettro fotonico. D’altro canto, vi vollero molti anni prima che si contraddicesse il pensiero newtoniano sulla luce ed il suo esperimento del prisma, reso famoso dal disco dei Pink Floyd. L’Uomo vede ciò che si autoimpone e propone, è di conseguenza che la stessa filosofia e filologia del mondo sia parimenti una applicazione di quel che crede.

Ex abrupto, ponendo tale ipotesi, si potrebbero giustificare molti eventi, che ancor prima erano considerati pura espressione della malvagità umana, ma che ricondotti ad una psicologia collettiva, e quindi ad un organicismo, ci denunciano una razionalità, pur se totalmente contraria ad una impostazione occidentalista, una materia oscura dell’intellezione generale del mondo, la quale, sin da principio, non è nient’altro che la reale e materiale condizione e natura umane. Al centro di tale ipotesi vi è la teoria della Rivoluzione nel deflusso storico, contemplata in virtù del sentimento, ma questo, Lettori, sarà l’argomento del prossimo Elzeviro.

Nel prossimo articolo del 28 Febbraio sarà esposto il tema del Materialismo storico e dialettico. A presto!

GIANMARCO MEREU

redazionale

21 febbraio 2017

foto tratta da Pixabay

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Filosofia





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