La sinistra tra rassegnazione e pratiche onanistiche

La storia distrugge e ricostruisce: il tempo ha questo compito, annientare e far rinascere grandi menti che hanno osato pensare (piuttosto che pensarsi…) fuori dalla normopatia dilagante. Per questo...

La storia distrugge e ricostruisce: il tempo ha questo compito, annientare e far rinascere grandi menti che hanno osato pensare (piuttosto che pensarsi…) fuori dalla normopatia dilagante. Per questo oggi piangiamo la scomparsa di un maestro del cinema come Bernardo Bertolucci e ci teniamo tutta le mediocrità di Stato espressa senza troppi infingimenti da un costrutto un po’ artificioso uscito – si dice – in qualche modo dal voto popolare.

La storia ci regalerà, col tempo, qualche altro Karl Marx tra gli economisti (e magari tra i rivoluzionari), un nuovo Umberto Eco tra gli accademici semiologi e scrittori di talento, un nuovo Pasolini o un nuovo Bertolucci. Basta aspettare.

Mi sembra questo l’atteggiamento cui un po’ tutti ci siamo disposti in questi anni, lustri, ormai decenni di rassegnazione al lento logorio della “vita moderna”: la consunzione di un progetto politico e sociale che nel corso del dopoguerra era apparso divenire forma stessa dell’espressione democratica e costituzionale della Repubblica nel consolidamento delle conquiste operaie e, in generale, del mondo degli sfruttati, passando per il movimento studentesco e per quello femminista.

La rassegnazione oggi è un po’ la costante che ci accompagna in ogni discorso o analisi che proviamo a fare: io stesso ammetto a me stesso che una o più generazioni del presente sono perse in questo ciarpame populista e sovranista, annegate in una disperazione che è diventata rabbia compulsiva, cattiveria molesta e odio viscerale contro chiunque minacci l’appartenenza, l’identità, la riconoscibilità di sé medesimi.

A questo siamo giunti: al terrore che, togliendoci quel bisogno minimo di garanzia di una vita degna di essere vissuta, si possa essere spogliati anche della propria identità, di ciò che intimamente siamo e in ciò che ogni giorno ci riconosciamo: la nostra città, il nostro Paese, la nostra (si fa per dire…) cultura e la nostra storia.

Ciò da cui proveniamo e ciò cui siamo storicamente parlando è più importante di ogni contesto sociale, di ogni appartenenza di classe. Non ci si riconosce in quanto, come in “Novecento”, appartenenti ad una classe ma in quanto lingua e colore della pelle ci qualificano come quello che davvero vogliamo essere: distinguibili dal resto del mondo e non integrabili in esso.

Il fallimento del comunismo, come “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, è tutto nel prevalere di una coscienza antisociale, di un egoismo identitario che richiama oggi i più bassi istinti alla difesa delle piccole patrie, di un nazionalismo bismarkiano e forse un poco giolittiano, molto poco moderno, troppo novecentesco ma così così povero di riferimenti uguali e contrari a sé stesso: populismo e sovranismo al governo hanno come avversari non una sinistra di classe o anche soltanto moderatamente socialdemocratica in Italia; bensì hanno come avversari la destra economica europea, perché giustamente individuano in essa il contraltare utile sul quale costruire nuovo consenso mostrandosi pretoriani fedeli alla patria nella difesa dei suoi diritti contro l’Europa tiranna.

L’Europa, del resto, tiranna lo è perché esprime soltanto merceologia, alta finanza, mercati che si ingrossano di flussi di denari che viaggiano da un continente all’altro e riuscirebbe a far credere ai popoli che il peggiore governo di destra è il migliore amico degli sfruttati e degli indigenti.

Ci riesce, infatti. Soprattutto in Italia dove la sinistra (quindi non il PD) riprende su di sé quella rassegnazione popolare e la ridefinisce in chiave rappresentativa senza provare a trovare uno spazio in quel vuoto lasciato dalla frammentazione progressiva causata dalla voglia di moderatismo, di governismo e di spazio meramente istituzionale cercato da chi ha logorato nel tempo l’unica esperienza seriamente unitaria venuta dopo la morte del PCI: Rifondazione Comunista.

Il significato dell’esistenza oggi di Rifondazione sta proprio nel continuare a proporsi come utilità per costruire una alternativa prima di tutto culturale in questo Paese devastato dal superficialismo, dalla banalità e dalla mediocrità delle forze emergenti.

Non si tratta soltanto di unire la sinistra in nome della mitologica “unità”, a tutti i costi sacra, imprescindibile e incesurabile: si tratta questa volta di non ripetere gli errori del recente passato e di trovare una congiunzione tra partiti, movimenti e associazioni che abbiano prima di tutto un comune denominatore nell’interpretazione culturale, quindi ideologica, del sistema dominante e, pertanto, convengano sul modo di agire attraverso un programma chiaro, non interpretabile e decisamente volto ad essere chiamato per ciò che è e deve essere.

Dobbiamo ridare un senso ad uno spazio vuoto, non occupato da nessuno, che proprio perché vuoto rischia di essere invisibile e, quindi, pur essendoci figurerebbe inesistente.

Dobbiamo inventare un nuovo modo di comunicare, abbandonando la rassegnazione, sapendo che le difficoltà sono tutte davanti a noi perché, ancora una volta, noi siamo la contrarietà rispetto a tutto ciò che ci circonda; sapendo che la proposta politica che offriamo è di classe, è anticapitalista perché non possiamo promettere l’uguaglianza in un mondo in cui accettiamo compromessi con chi condivide la disuguaglianza.

Il moderatismo non sta tanto nell’essere socialdemocratici o socialisti: sta nel pensare che sia realizzabile solo un miglioramento sociale senza una prospettiva di capovolgimento dell’esistente.

Molti di noi hanno smesso di essere rivoluzionari perché hanno smesso di pensarsi come tali. La sinistra che abbiamo il compito di ricostruire deve prima di tutto pensarsi come espressione unica dell’egualitarismo, quindi della forza rivoluzionaria tanto delle idee che propone quanto della loro messa in pratica anche attraverso i percorsi elettorali per acquistare maggiori consensi sociali mediante il grande esercizio della politica.

Per questo non è possibile andare al voto del prossimo maggio per le elezioni europee con tre, quattro proposte differenti: un nuovo partito di sinistra di Grasso? La coalizione dei popoli di De Magistris? Potere al Popolo!? DieM di Varoufakis?

Prescindendo un attimo dai residui di LeU che immaginano ancora un soggetto di centrosinistra nel campo aperto del vuoto a sinistra, le altre esperienze descritte possono trovare una unità di intenti fondata su un programma distinguibile, chiamando a raccolta tutte e tutti coloro che sono rassegnati a sinistra e tutte e tutti coloro che non si riconoscono nell’opposizione e nella maggioranza parlamentare nazionale attuali.

L’unità a tutti i costi è deleteria, ma la particolarizzazione fatta in nome della purezza e della non contaminazione con “forze borghesi” è un infantilismo estremistico perché non produce niente altro che soddisfazione onanistica del tutto quindi autoreferenziale.

Pensateci…

MARCO SFERINI

27 novembre 2018

foto tratta da Pixabay

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