La sindrome di Castellamare e la sindrome d’Abruzzo

Il 20 giugno 1976 il PCI raggiunse il massimo della sua espansione elettorale: 12.614.650 voti pari al 34,37% (su di un totale del 93,39% di votanti: particolare non trascurabile)....

Il 20 giugno 1976 il PCI raggiunse il massimo della sua espansione elettorale: 12.614.650 voti pari al 34,37% (su di un totale del 93,39% di votanti: particolare non trascurabile).

Di fronte quel PCI si trovò il gigante democristiano risorto come Proteo dalla caduta di 12 mesi prima in occasione delle elezioni amministrative 1975: la DC raccolse, in quello stesso 20 giugno 1976, 14.209.519 voti pari al 38,71%.

Da quel risultato ne sortì, come molti ricordano, il governo Andreotti III basato sulle astensioni: un topolino rispetto alle due montagne che l’avevano partorito.

La Repubblica si stava avviando verso la sua fase più drammatica e convulsa, segnata dal rapimento e dal’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta avvenuto nel momento in cui il PCI passò dall’astensione all’ingresso in maggioranza senza però entrare al governo che restò composto nella formula del monocolore democristiano.

In quella fase però si registrarono le prime avvisaglie della “crisi di sistema”, di distacco di massa da quella che Pietro Scoppola avrebbe definito “la Repubblica dei partiti”.

 Il PCI fu il  primo soggetto ad essere colpito da questo fenomeno che poi si sarebbe prolungato nel tempo fino ad assumere le massicce dimensioni della cosiddetta “antipolitica” nelle forme in cui oggi stiamo conoscendola.

Il PCI, infatti, fu vittima di quella che venne definita come “sindrome di Castellamare”.

Accadde questo: il 17 aprile 1977 si tenne un turno di elezioni amministrative. Ci si trovava quindi in pieno “governo delle astensioni” e ben in precedenza del rapimento Moro, anzi proprio l’11 marzo 1977 il presidente della DC aveva pronunciato alla Camera il famoso discorso sul “non ci faremo processare in piazza” a proposito dell’affare Lockheed.

Tra i comuni impegnati in quella tornata c’era anche Castellamare di Stabia, popoloso centro operaio (cantieri navali) della Campania. Il 20 giugno 1976 il PCI aveva ottenuto il 45,81%; percentuale scesa il 17 aprile 1977 al 33,06%.

Quel risultato fu indicato da più parti come un segnale di già incipiente declino elettorale del Partito Comunista in particolare al Sud. Invano Celso Ghini, massimo esperto elettorale del Partito  (cfr. il volume uscito postumo “Itinerari elettorali 1976-1980”, Salemi editore) cercò di buttare acqua sul fuoco sostenendo la tesi classica della comparazione da eseguirsi per tipi di elezioni omogenee (dalle precedenti comunali a quelle del 1977 il Pci aveva mantenuto intatto il proprio patrimonio di seggi).

Non ci fu nulla da fare: la percezione del calo si fece strada nella mente di militanti e dirigenti e assunse dimensioni evidenti anche sul piano della psicologia di massa all’interno del partito: nacque così la cosiddetta “Sindrome di Castellamare” intesa come segnale di uno spostamento di fondo di un equilibrio, il classico fiocco di neve che diventa valanga.

In realtà la prima vera scossa all’intero sistema dei partiti arrivò (e fu ignorata da analisti e benpensanti) l’11 giugno 1978, a tragedia Moro conclusa e consumata la divisione (irreparabile) tra partito della “fermezza” e partito della “trattativa”.

In quel giorno si votò per due referendum: uno riguardante l’ordine pubblico (la cosiddetta “Legge Reale”) e l’altro sul finanziamento pubblico ai partiti, per chiedere l’abrogazione della legge che dal 1974 faceva sì che ai partiti fossero erogati finanziamenti statali, legge voluta fortemente in particolare dal PRI pensando di ovviare alle magagne scoperchiate dai pretori d’assalto genovesi (Sansa, Almerighi, Brusco) nel merito dello “scandalo dei petroli”.

Ebbene fu dall’esito di quel referendum che vide la legge confermata soltanto dal 56,26% delle elettrici e degli elettori con il NO al 43,74% (votanti l’81,41%) che arrivò quella scossa: infatti fu quella la prima occasione che si potrebbe definire di “disobbedienza di massa” verso le indicazioni dei partiti (nel 1974, in occasione del referendum sul divorzio un fenomeno analogo riguardò esclusivamente il mondo cattolico e la DC). In vista dell’11 giugno 1978, infatti, tutti i partiti della “solidarietà nazionale” escluso il PLI, avevano fornito l’indicazione del “NO” che così avrebbe dovuto superare di gran lunga l’80% dei voti. Contrari infatti e decisi per il SI all’abrogazione erano risultati soltanto i radicali, promotori del referendum, che in quel momento disponevano di 4 (quattro) deputati, il PdUP presente in parlamento con 6 deputati e il MSI.

Tutta questa ricostruzione per arrivare a scrivere dell’Abruzzo di oggi, al riguardo del M5S.

In un quadro di forte disaffezione al voto (alla fine i voti validi per le liste sono stati il 49,17%) il M5S ha fatto registrare un dato di significativo arretramento sia rispetto alle Regionali 2014 (da 141.152 voti a 117.386) sia soprattutto al riguardo delle Politiche 2018 dove il M5S aveva ottenuto 303.006 unità: un calo quindi, in soli 12 mesi, di 185.620 voti in una regione piccola e periferica come l’Abruzzo.

Non siamo in grado ovviamente di prevedere se sorgerà proprio una “Sindrome Abruzzo” come un tempo era emersa una “Sindrome di Castellamare”.

Un dato però sarebbe il caso di esplicitare con chiarezza contestando anche l’analisi fornita dall’Istituto Cattaneo: il M5S non sta perdendo a destra e a sinistra, sta perdendo soprattutto e quasi essenzialmente verso l’astensione.

Una astensione che continua ad essere sottovalutata nella sua crescita e che il M5S non ha saputo interrompere, nonostante le proclamazioni verbali legati alle espressioni anti politica e di ribellismo.

Quello dell’astensione è un “ventre molle” che si allarga in un quadro di deficit di offerta politica che ormai dura da troppo tempo e che si cerca- appunto – di coprire con formule vuote come quella della “democrazia diretta”.

Mentre sui media si leggono dichiarazioni di questo tipo:

“A SANREMO IL POPOLO DEVE SENTIRSI RAPPRESENTATO, CORREGGERE IL SISTEMA DI VOTO”

Non si fermano le polemiche sul meccanismo di voto per decretare il vincitore di Sanremo. Tra le voci che si sono levate a favore della prevalenza delle preferenze espresse dal pubblico anche quelle di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. E, sulla scia di queste dichiarazioni, interviene anche il presidente Rai, Marcello Foa.”

Mentre si pensa alla democrazia diretta per Sanremo, dalle regionali d’Abruzzo arriva un segnale di ulteriore disaffezione nel riconoscimento politico di massa.

Un sistema, quello politico italiano, che presenta buchi vistosi sempre più evidenti che lo mostrano sempre più fragile a sollecitazioni, più o meno brusche, di restringimento delle forme di democrazia come previste dalla Costituzione.

Le dichiarazioni riguardanti Sanremo non rappresentano quisquilie ma piuttosto l’ulteriore segnale di una difficoltà del complesso sistema di  articolazione della “relazione pubblica”: da non sottovalutare e sul quale riflettere.

Altro che “sindrome di Castellamare”, nel deficit di rappresentanza politica si aprono spazi per operazioni pericolose.

FRANCO ASTENGO

13 febbraio 2019

foto tratta da Wikimedia Commons su Licenza Creative Commons

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