La scuola sovranista e il ritorno del grembiule-divisa

Dunque nelle scuole della Repubblica sarà finalmente abolita anche formalmente, sui registri ufficiali di classe, l’anacronistica e antipedagogica normativa risalente al fascistissimo anno 1928, regiamente controfirmata da sua maestà...

Dunque nelle scuole della Repubblica sarà finalmente abolita anche formalmente, sui registri ufficiali di classe, l’anacronistica e antipedagogica normativa risalente al fascistissimo anno 1928, regiamente controfirmata da sua maestà Vittorio Emanuele III, che prevedeva punizioni molto severe per i bimbi e le bimbe d’Italia se avessero fatto qualche marachella in orario di lezione.

Forse questo è il primo atto di un governo di estrema destra che può sembrare quasi di sinistra. Attenzione però a non illudersi troppo… eh già, perché mentre alla Camera dei Deputati passava l’emendamento soppressivo della vecchia normativa fascista, a spron battuto il ministro dell’Interno si lasciava andare nuovamente alla giaculatoria, che per l’appunto ripete da molti anni, sulla reintroduzione della “divisa scolastica” sia alle elementari sia alle medie. Il grembiule, insomma.

Tutti belli vestiti di nero o bianco, magari con qualche fiocchetto… magari no, con divise moderne, alla moda, ma pur sempre divise. Chissà…

Dalla punizione scampata sui registri a tanti bravi soldatini dell’apprendimento che dovranno cimentarsi in trenta ore di educazione civica annue: pochine e poi chissà che tipo di “educazione” sarà… Lo studio delle Costituzione, ci si augura e si spera. Perché se l’educazione civica che va di moda nei palazzi di governo dovesse essere trasposta a scuola, non potrebbe tanto dirsi educazione e nemmeno civica (o civile…).

Bennato, che purtroppo qualche mese fa concesse al “fan” Salvini uno scatto fotografico in sua compagnia (con grande ironia, sottolineò il fratello del cantautore), descriveva molto bene la scuola sovranista di oggi pur parlando di quella borghese e liberale di ieri: in “In fila per tre” i ragazzi sono educati “ad amar la Patria e la Bandiera”, a stare “tutti in piedi quando arriva il direttore” e a battere le mani.

L’antitesi di quella ricerca di laicità e libertà scolastica nell’insegnamento e nell’apprendimento che invece si è fatta largo in tanti decenni e che ha, di fatto, superato già da molto le punizioni previste dalla legge del 1928.

Non è il caso di scomodare metodi montessoriani o la Scuola di Barbiana per capire che, se da un lato si apre alla disposizione all’intervento non punitivo nei confronti di giovani menti che costruiscono proprio negli anni verdi una disposizione all’interazione con gli altri, quindi una socievolezza (di socialità forse è ancora troppo presto per parlarne) unita all’apprendimento (e viceversa), dall’altro arriva la Lega a proporre un modello di uguaglianza finta che, infatti, è solo regola, disciplina, preordinazione e regime.

C’è una “volontà di potenza” rovesciata: i valori qui non si oltrepassano, non si va oltre l’uomo superandolo, ma si incarna perfettamente tutta quella scuola interpretativa del concetto nietzeschiano che lo ha volutamente deformato e trasformato nell’ “esaltazione” della potenza, quindi nella riconoscibilità nell’essere umano di capacità che sono tremendamente umane e quindi lontane dal disumanesimo del filosofo che si è guadagnato la follia.

Creare una disciplina scolastica con simboli e divise va oltre la morale del libero apprendimento e del libero insegnamento: bisognerebbe studiare nelle condizioni reciproche di maggiore agio possibile e non tirandosi il colletto del grembiule che stringe troppo il collo o che insacca corpo ed animo dentro una identità che ha i tratti del totalitarismo statale.

Pulizia, ordine, disciplina. Le sento da lontano arrivare queste obiezioni: così si condiziona il carattere e crescono senza bullismo, senza troppa voglia di ribellarsi, obbedendo, obbedendo, obbedendo.

Ma siamo sicuri che vogliamo una scuola di obbedienti e non, invece, una scuola dove il rispetto reciproco non deriva da leggi, regolamenti e vesti uniche ma dal tipo di rapporto empatico che un insegnante sa instaurare con gli studenti?

Siamo sicuri che il buon apprendimento sia quello che, soffocando il bullismo rende asfittiche anche la fantasia, la voglia di creazione e la necessità di esprimersi davvero liberamente con pensieri e parole? Perché a questo si giunge: si inizia con il la vestizione in uniforme e si arriva a rialzarsi tutti in piedi, come se fossimo in una caserma, quando entra il preside. Non basterebbe un saluto? “Buon giorno, ragazzi”, risposta: “Buon giorno”?

Tocca scomodarlo un po’ don Lorenzo Milani e la sua “obbedienza” che “non è più una virtù”. Ma in tutta evidenza, “Lettera ad una professoressa” l’hanno letto in pochi. I ministri certamente no…

MARCO SFERINI

3 maggio 2019

foto tratta da Pixabay

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