La riforma che manca: mettere in sicurezza la Costituzione

Si arriva all’ultimo voto per il taglio dei parlamentari. Tramonta l’ipotesi di possibili trappole per far mancare la prescritta maggioranza assoluta. Sarebbe stata cosa buona e giusta, ma non...
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Si arriva all’ultimo voto per il taglio dei parlamentari. Tramonta l’ipotesi di possibili trappole per far mancare la prescritta maggioranza assoluta. Sarebbe stata cosa buona e giusta, ma non era probabile. Si va a una riforma non del parlamento, ma contro il parlamento. Riforma inaccettabile per almeno quattro motivi. Il primo: non è un progetto ragionato e di sistema, ma uno scambio tra partners per la sopravvivenza del governo. Il secondo: trova la sua motivazione nel ridurre i costi, peraltro in misura assai limitata. Il terzo: coeteris paribus, colpisce la rappresentatività, elemento cruciale per il ruolo dell’istituzione parlamento in un sistema democratico. Il quarto: si collega al disegno di smantellare la democrazia rappresentativa e di sostituirla con il miraggio della democrazia diretta.

Preoccupa che a seguire il taglio dei parlamentari Di Maio evochi il vincolo di mandato. All’indebolimento delle assemblee elettive si affianca il mito della democrazia in rete, con l’alzata di mano a comando di obbedienti manichini in parlamento. Il voto su Rousseau per la nascita del Conte bis ha dimostrato che un grande paese moderno non può essere governato dalla rete a colpi di instant democracy. Come abbiamo già scritto, la democrazia diretta può essere un correttivo delle eventuali carenze della democrazia rappresentativa, non di più.

Preoccupa altresì che il Pd rimanga al traino di M5S proponendo limature costituzionali e regolamentari certo non decisive. Abbassare l’età per l’elettorato non è cura per la disaffezione verso la politica e l’astensionismo. La sfiducia costruttiva incide su norme quasi mai utilizzate: due sole volte la rottura del rapporto fiduciario è venuta dal voto parlamentare (i governi Prodi) a fronte di decine di crisi extraparlamentari – inclusa l’ultima – da dimissioni volontarie. I regolamenti parlamentari possono essere limati in chiave di efficienza, ma è improbabile che producano una palingenesi politica. Così, le modifiche contro i cambi di casacca in senato non hanno bloccato il gruppo di Italia Viva.

Sulla sola iniziativa davvero cruciale il Pd invece balbetta. Dopo una propensione iniziale per una legge elettorale proporzionale sono venuti i ripensamenti, dovuti in parte a padri nobili come Prodi e Veltroni, in parte alla mossa di Renzi. Le esitazioni si spiegano perché qualunque maggioritario suggerisce ai players in campo di scommettere sul voto utile, ovviamente ciascuno nel proprio interesse. Solo il proporzionale non apre al voto utile. Dopo Renzi, il Pd si interroga sulla possibilità di usare il voto utile per mettere Renzi nell’angolo e contenerlo. Mentre Renzi può avere interesse al swing vote decisivo per una coalizione di centrosinistra. Lo stesso accade nel centrodestra. Tutto dipende dalle strategie.
Se però rimane in prospettiva – come sembra probabile – l’impianto tri (o multi) polare, alla fine il maggioritario è una scommessa perdente. La formuletta di Salvini e non solo – chi ha un voto in più vince e governa – è pubblicità ingannevole, perché trasformare una forza largamente minoritaria in una solida maggioranza numerica di seggi non assicura stabilità e governabilità. Il consenso reale alla fine conta, e le faglie presenti nella società non si chiudono contando i parlamentari. L’esperienza recente di paesi come la Gran Bretagna, la Spagna, la Francia dovrebbe far riflettere anche i più tetragoni fan delle correzioni maggioritarie del voto.

È possibile che, nell’incertezza, rimanga il Rosatellum. La sinergia con il taglio dei parlamentari distorce fortemente la rappresentatività, come è stato ampiamente dimostrato. L’esito probabile è che non siano superate le griglie – pur a maglie larghe – poste dalla Corte costituzionale nelle sentenze 1/2014 e 35/2017. La modifica della legge elettorale in chiave proporzionale, cancellando i collegi, con la libera scelta degli eletti da parte degli elettori e un recupero nazionale dei resti, è resa necessaria dal taglio. Meglio sarebbe stato che procedessero in parallelo.

In ogni caso, il taglio dei parlamentari si colloca in alta classifica tra le pessime modifiche della Costituzione tentate o fatte. Dimostra come di una sola vera riforma il paese avrebbe bisogno, ed è mettere in sicurezza la Costituzione innalzando il quorum della metà più uno dei componenti sufficiente in seconda deliberazione per la sua modifica. Già se ne parlava dopo l’approvazione del Mattarellum. Bisogna stabilizzare il paese, prima che i governi. E questo si fa solo sottraendo la Costituzione alle mutevoli pulsioni di maggioranza.

Ovviamente il paese si stabilizza anche recuperando una cultura politica non fondata sull’urlo, l’insulto, e il richiamo costante alle tifoserie. Quale stabilità e governabilità ci può essere nelle istituzioni, se il sistema politico vive di colpi di teatro mediatici e di tweet, e un leader si comporta come un influencer? Il ritorno al proporzionale può aiutare il consolidamento degli evanescenti soggetti politici che operano nelle istituzioni (vedi Floridia l’8 settembre scorso su queste pagine).
A tale proposito leggiamo che il Pd ha fatto nei gazebo 15.000 nuovi iscritti. Un tempo avremmo pensato che un partito ridotto a raccogliere iscritti per strada fosse alla frutta. Ma forse è il segno dei tempi nuovi. Mentre Neppi Modona ci informa che col taglio i candidati saranno più seri (ieri sul Fatto quotidiano). Ne dubitiamo. Sarebbero più seri se fossero seri i soggetti politici che li scelgono. Ma quando i partiti fanno ridere, i candidati fanno piangere.

MASSIMO VILLONE

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Politica e società





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