La maternità d’obbligo nel mondo antico

Giulia Pedrucci, ricercatrice in Storia delle religioni all’Università di Erfurt, parla degli aspetti più intimi della società greca e romana - come l'allattamento - indagati attraverso reperti archeologici e testi letterari

RomArché. Parla l’archeologia, manifestazione con cadenza annuale organizzata dalla Fondazione Dià Cultura e che molto deve all’impegno di Simona Sanchirico, ha scelto di concentrarsi per quest’edizione sul binomio Landscape / Mindscape. Tra i numerosi incontri che si svolgono a Roma fino al 2 giugno presso il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia diretto da Valentino Nizzo, un’intera giornata sarà dedicata alla maternità come paesaggio interiore. Giulia Pedrucci, ricercatrice in Storia delle religioni all’Università di Erfurt, autrice del libro Maternità e allattamento a Roma edito da Scienze e Lettere nonché curatrice (assieme a Vittoria Lecce) di Mæternità, mostra attualmente in corso a Villa Giulia col patrocinio del Comitato provinciale Unicef di Roma, ha anticipato alcuni dei temi che verranno affrontati nel confronto seminariale odierno, a partire dalle 15.

Com’è nata la sua curiosità verso un filone di studi che riguarda aspetti intimi e dunque più difficilmente indagabili delle società antiche?
Studiando la maternità divina per la mia tesi dottorale su Cibele, la «Grande Madre», all’Università di Siena ho scoperto che nel politeismo sia greco che romano ci troviamo di fronte a un paradosso: le dee sono generosamente materne ma spesso non si comportano da madri nei confronti dei loro figli, preferendo fare da curotrofe ovvero da assistenti nella crescita dei bambini, non sempre divini, di altre donne. Gli esseri divini o semi-divini più materni in senso moderno sono quelli appartenenti a un divino marginale, come le ninfe, le quali si occupano anche dei figli delle dee «maggiori». Poiché il mito, d’altronde, fonda la realtà – persino la nostra –, m’interessava passare alla sfera umana.

La maternità aveva un aspetto sacrale?
In tutto il bacino del Mediterraneo sono state rinvenute statuette votive di donne con bambini distinte in kourotrophoi (che allattano un bambino) e kourophoroi (che portano un bambino, sulle ginocchia o sulle spalle). Nell’Etruria meridionale e nel Lazio questo tipo di statuette sono particolarmente numerose, fatte spesso in serie: al museo di Villa Giulia si contano fino a 310 esemplari dello stesso tipo provenienti da Veio. Si tratta, però, di forme di devozione privata. A livello pubblico, a Roma si celebravano invece i Matralia, festività in onore della Mater Matuta, dea dell’Aurora e quindi della nascita. Durante tale ricorrenza era espressamente prescritto alle matrone di pregare in favore non dei propri figli ma di quelli della sorella. Si suppone che la matertera, la zia materna – letteralmente un’altra madre – intrattenesse con i figli della sorella un rapporto basato su un’indulgenza e una tenerezza tali da poter fare di lei una figura sostitutiva, forse anche nell’allattamento. In una società in cui, a causa delle scarse condizioni igieniche e dell’impossibilità a conservare correttamente il latte animale non si poteva ricorrere a quello artificiale, la presenza e l’abbondanza di latte materno era cruciale per la sopravvivenza della prole e, di conseguenza, della stirpe.

Quali sono le fonti attraverso le quali è possibile ricostruire o interpretare il concetto di maternità nel mondo greco-romano?
Le donne del passato raramente avevano l’opportunità di lasciare traccia scritta di sé. Certo, si può sempre fare l’esempio di Saffo che non cambierebbe la figlia con tutta la Lidia, ma questi versi non dicono nulla sull’esperienza concreta e quotidiana di Saffo come madre, se non che amava immensamente la figlia. Mondo greco e mondo romano sono realtà distinte e al loro interno variegate a seconda dell’epoca e della zona geografica. Costruire una sorta di storia universale della maternità o della famiglia sarebbe scorretto, ma considerando la coerenza e il carattere tendenzialmente conservativo delle teorie ginecologiche nel mondo antico e del ruolo pensato per la madre all’interno della cerchia familiare, con le dovute cautele, si possono utilizzare le rare fonti letterarie greche insieme alle più numerose fonti romane per ricostruire un quadro su questo tema.

È possibile riscontrare nella società attuale qualche retaggio di altri tempi appartenente alla sfera della maternità?
Uno degli atteggiamenti di lunga durata nei confronti delle madri o, meglio, delle madri mancate è lo stigma sociale legato alla sterilità. La condanna delle donne che non possono o non vogliono essere genitrici è una costante senza tempo, con la differenza che almeno oggi si è iniziato a indagare anche le cause dell’infertilità maschile. La donna in Grecia e a Roma non solo era socialmente «obbligata» a essere madre, ma doveva anche imparare ad esserlo nel modo più appropriato. A questo proposito abbiamo una serie di testi medici e teatrali che offrono chiari esempi da seguire e da non seguire. Il prezzo da pagare per chi non conseguiva la maternità, in termini di identità sociale e salute, era altissimo. Le vedove e le donne sterili, o comunque senza bambini, erano indicati come i soggetti maggiormente colpiti da isteria. La verginità, invece, era spesso associata alla follia. Nel mondo antico, essere madre era considerato l’unico primato sugli uomini, sia in termini di cura dei figli che di custodia della casa. Ruoli che conferivano alle donne un coraggio «androgino».

VALENTINA PORCHEDDU

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Cultura





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