La marea milanese e le primarie del PD

Ogni volta che una grande piazza di una grande città d’Italia si riempie di persone, di cittadini, di compagne e di compagni, è sempre quella “piazza, bella piazza” di...

Ogni volta che una grande piazza di una grande città d’Italia si riempie di persone, di cittadini, di compagne e di compagni, è sempre quella “piazza, bella piazza” di lolliana memoria, dove ci passa la lepre pazza, dove insiste una idea controcorrente, che si fa largo in mezzo al tracimare dell’odio dagli argini della democrazia e del semplice buon senso tutto tremendamente umano.

Ogni volta che una grande piazza si colma di quella sinistra diffusa, sempre più tirata per lembi di giacche e Giachetti (perdonatemi il gioco di parole, ma mi procura un qual certo godimento: siccome di questi tempi sono rari i momenti di gioia, ne faccio uso e abuso ogni volta che capitano, soprattutto se involontariamente e inaspettatamente), siamo portati a ritenere questo il terreno fondante di un cambiamento sociale e politico, quindi di una ripresa coscienziosa del dovere di partecipazione alla vita del Paese e, pertanto, dell’edificazione di un percorso di svolta rispetto alle precedenti scelte politiche.

Ne conseguirebbe che tutti coloro che hanno partecipato alla grande manifestazione milanese “People – prima le persone” dovrebbero volgere il loro sguardo altrove rispetto ovviamente alle destre ma pure rispetto a quel centro mascherato da sinistra che oggi svolge le sue “primarie” per scegliere il nuovo segretario del partito.

Perché altrimenti si cade continuamente nell’errore di scambiare il significante col significato: il primo è rappresentato da tutti quei tentativi riusciti di far accettare le politiche antisociali del Jobs act, della Buona scuola e delle leggi che hanno allungato la vita lavorativa dei moderni proletari impedendo loro di andare in pensione poco dopo i 60 anni di età (si potrebbero citare molti altri esempi a dimostrazione dell’incogruenza tra l’essere di sinistra e il sembrarlo per interposta propaganda politica del PD medesimo); il secondo, invece, è la reale acquisizione di un concetto contenuto dentro un’esperienza pragmatica, di vita, di scambio culturale e, dunque, anche politico.

Marciare in piazza a Milano con le bandiere della pace, per una unità dei popoli contro il crescente sovranismo egoistico che divide, genera odio, crudeltà e disprezzo, deve poter trovare un riscontro nella rappresentanza parlamentare dopo esseri autoprodotto nel Paese.

Chi oggi è in grado, al di là del necessario fiancheggiamento da parte di tutti i sindacati democratici e antifascisti, di farsi interprete di quella fiumana di oltre 200.000 cittadini che hanno sfilato per le vie del capoluogo lombardo?

Forse il PD? Non può farlo, non può esserlo proprio per le contraddizioni che vive tra difesa del compromesso tra pubblico e privato con una speciale osservazione e garanzia di tutela nei confronti di questo ultimo, chiunque sia il vincitore delle primarie: la linea “moderna” del riformismo centrista (che deve apparire “di sinistra” in qualche modo) ha ben poco a che vedere con la piazza milanese che reclama più umanità, solidarietà civile e sociale, uguaglianza tra le differenze.

Basti pensare alle politiche di contenimento delle migrazioni volute dai governi in cui era presente il PD, alle strategie messe in atto per costringere degli esseri umani a rimanere nell’inferno libico e, paradossalmente, permettere ai successivi ministri di un governo non più di “centrosinistra” di giovarsi propagandisticamente di tutto ciò.

Eppure oggi una parte di quella fiumana di persone andrà a votare alle primarie del PD ritenendo, certamente in buona fede, di fare cosa buona e giusta per arginare il pericolo sovranista e populista che permea le incoscienze di tanta parte della italica gente. Nel fare ciò qualcuno si autoconvincerà, mettendo da parte una ritrosia derivata da una coscienziosa critica ad una ripetitività degli errori che diventa diabolico emblema di una indolenza tutta italiana, da cui proviene una incapacità a gettare veramente il cuore oltre l’ostacolo e a contentarsi dell’uovo oggi sacrificando la gallina del domani.

La gallina, un Vecchioni pure lui presente in piazza ieri, la chiamava “Maddalena” in una canzone di un po’ di anni fa: rimproverava il pennuto (metafora di un PCI consumatosi coscientemente nel contrario di sé stesso) di disperarsi dalla mattina alla sera, accusando altri di ladrocinio, di corruzione, di voglia di potere, mostrandosi vanitosamente come l’unica del pollaio ad essere “brava”.

Oggi la gallina non è nemmeno più simbolo goffo di un passato da ricordare per evitare errori nel presente. L’errore c’è, è costante, continuativo e lo scambia per l’unica grande forza che può cambiare le cose, arginare le destre. Sarebbe il PD, tanto per gradire.

Invece quelle duecentomila persone di ieri sono la vera forza che può prescindere da una sudditanza di dipendenza da una politica fatta di declinazione dei concetti e dei valori nel senso padronale e privatistico dei tempi, subendo il ricatto del voto utile, dello scambio, non determinato da nessuna entità divina e da nessun dogma proclamato, tra il dare un consenso ad una forza che non ha pulsioni razziste, autoritarie e sovraniste ma che nel momento in cui siede al governo si adopera per istituire l’argine più forte alle richieste dei moderni proletari, dei lavoratori tutti, dei disoccupati e dei precari, preferendo tutelare le imprese con l’idea tutta liberista che per avere ricchezze bisogna “creare lavoro”.

Ma “creare lavoro” intendendo ciò così come lo intendono i signori di Confindustria: mettere in essere le condizioni pratiche per liberare nuove energie, nuova forza-lavoro da sfruttare nei processi produttivi. Creare lavoro? Creare nuove forme di moderno schiavismo.

Eppure la paura delle destre, soprattutto quelle odierne, è un eccellente distraente di massa, un coagulatore di sensazioni e percezioni che allontanano dalla soluzione più semplice: tornare a far paura ai signori, ai padroni, agli “imprenditori” e a tutti i loro lacchè con una sinistra di popolo che sa di essere sfruttata e che si arrabbia non per i barconi che arrivano o che è inconsapevole dei lager libici, ma per la grande crisi sociale che investe più di un continente intero…

MARCO SFERINI

3 marzo 2019

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