La lotta di classe esiste! Lo dicono i robot in fabbrica

E’ bene che i giornali ogni tanto facciano informazione e studino, elaborino ricerche: non lo fanno solo quotidiani di sinistra o comunisti (come “il manifesto”) ma sovente sono proprio...

E’ bene che i giornali ogni tanto facciano informazione e studino, elaborino ricerche: non lo fanno solo quotidiani di sinistra o comunisti (come “il manifesto”) ma sovente sono proprio le pagine di grandi testate che noi, ostinatamente, chiamiamo col loro nome, quindi “borghesi”, a darci lo spunto per approfondire certe inchieste che sono utili ad un maggiore chiarimento della attuale situazione economica.

E’ il caso in questi giorni di alcuni articoli scritti su “La Stampa”, “Il Sole 24 Ore” e “Milano Finanza” dove si opera tutta una disamina del mondo moderno dell’automazione di fabbrica che nei paesi dell’OCSE inciderebbe per il 14% nel complessivo calcolo della perdita dei posti di lavoro.

Parimenti, sostengono da Confindustria, la compensazione non esiste perché troppi sono i tecnici che servirebbero per costruire macchine in grado di assorbire la quantità di disoccupati che si viene a creare con la sempre maggiore sostituzione della forza-lavoro umana con la robotizzazione della processo produttivo.

Non è finita qui con i numeri e le incidenze degli stessi nella vita reale dei moderni proletari di fabbrica: perché, se è vero che il 14% è la percentuale della spinta propulsiva all’uscita dal mondo del lavoro delle braccia da lavoro rispetto alle braccia meccaniche sempre da lavoro, è altrettanto vero – secondo studi di autorevoli università – che un buon 35% di lavoratori sarà vittima di una lenta trasformazione da “occupato” a “disoccupato” mediante un ridimensionamento graduale delle mansioni: spezzettando, dunque, il lavoro stesso, rendendolo sempre meno produttivo e riportando le qualità che aveva in mano all’operaio in seno ora al robot.

La cancellazione di molte mansioni ripetitive, quindi tipicamente da “catena”, sarà uno dei primi grandi effetti di questa evoluzione tecnologica improcrastinabile perché semplicemente esigibile dalle necessità della produzione privata del profitto e, pertanto, non c’è storia che tenga. Non c’è “umano” che tenga, visto che si parla proprio di una contrapposizione reale tra uomini, donne e macchine che sovraintendono al lavoro di altre macchine.

La robotica moderna, pertanto, inciderà sulla produzione europea senza che vi sia una garanzia di riassorbimento della quota di licenziati in altri ambiti di lavoro. Fondimpresa (cassa comune di Confindustria e sindacati dei lavoratori) investe più di 400 milioni annui per favorire questo turn-over dettato dalla meccanizzazione della produzione, ma sembrano – come spesso avviene – non essere sufficienti.

I robot, del resto, mettono a frutto per il capitalista ciò che l’operaio, il lavoratore genericamente inteso, non potrebbero mai praticare: una potenza produttiva che non ha bisogno di essere “ricaricata” mediante sonno e vettovaglie. Dunque, i tempi di creazione delle merci sarebbero aumentati con una diminuzione di erogazione di salari e il saggio del profitto (la percentuale del guadagno effettivo del padrone tolte le spese complessive finalizzate alla creazione della merce), alla fine, come comprenderete, sarebbe sempre maggiore visto che il capitale costante resterebbe nel tempo veramente tale (salvo la manutenzione ordinaria dei macchinari) mentre il capitale variabile subirebbe una bella oscillazione abbassandosi il tasso di occupazione d’impresa.

I posti “in bilico” in Italia sarebbero maggiori nel settore dell’industria manifatturiera (circa 840.000); mentre in agricoltura e pesca avremmo una eccedenza di 225.000 unità; al secondo posto come impatto forte nella decurtazione della forza-lavoro, ci sarebbe il settore del commercio con 602.000 posti umani che finirebbero per lasciare il posto al robot ti turno.

Per fare un conto totale, compresi settori turistici, servizi di comunicazione, informazione, attività finanziarie e così via, sarebbero circa 3.212.000 i lavoratori italiani coinvolti in questa vera e propria “rivoluzione” dell’industria e del mondo del lavoro latamente inteso.

L’Italia ha un tasso di occupazione pari al 63% della popolazione attiva. Nella media europea è la penultima prima della Grecia. Ciò la direbbe già lunga in merito alle capacità competitive dei nostri padroni, dei famosi “imprenditori”…

E’ nuovamente evidente che il contraccolpo, quando si compirà un salto di qualità nella automazione della produzione tale da iniziare a produrre effetti di licenziamenti di massa, sarà motivo di nuovo squilibrio sociale, di tensioni nel Paese senza che ciò rappresenti un problema per i padroni. Lo sarà solo per i lavoratori.

Proprio davanti all’avanzata del ricambio produttivo mediante macchinari sempre più sofisticati e precisi nella costruzione delle merci (tema non secondario perché investe tutto un campo relativo alla “qualità” delle medesime e quindi rientra appieno nel ciclo della concorrenza tra poli capitalistici in perenne lotta), la soluzione per evitare l’espulsione dal mercato del lavoro di tre milioni di moderni sfruttati è abbastanza semplice anche se non certamente risolutiva nella sua complicata applicazione (condizione necessaria per essere sperimentata, quanto meno…): la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Tanto più che la crescita del saggio di profitto ottenuto dai padroni con l’automazione sarebbe un incentivo in merito, pur rappresentando un leggero ridimensionamento dell’esponenziale aumento dei profitti sognato e agognato.

Ma questa deve essere una misura da prendere ormai a livello continentale: così dobbiamo considerare le lotte perché su base non più nazionale sono gli sviluppi di una economia molto più articolata rispetto ai ristretti ambiti nazionali. E’ una ennesima smentita del sovranismo come salvezza patriottica di una società dove ricchezza se ne produce fin troppa e dove la distribuzione della stessa è sempre più ineguale e quindi genera sterminate masse di proletari che premono ai confini di un mondo senza speranza per una misera sopravvivenza…

Scrive Marx: “Ma che cos’è la giornata lavorativa? In ogni caso è meno di un giorno naturale di vita. Quanto meno? Il capitalista ha la sua opinione su questa ultima Thule che è il limite necessario della giornata lavorativa.
Come capitalista, egli è soltanto capitale personificato. La sua anima è l’anima del capitale. Ma il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di pluslavoro più grande possibile. Il capitale è lavoro morto, che si riavvia come un vampiro, soltanto succhiando lavoro e più vive quanto più ne succhia. Il tempo durante il quale l’operaio lavora è il tempo durante il quale il capitalista consuma la forza-lavoro che ha comprato. Se l’operaio consuma per sé stesso il proprio tempo disponibile, egli deruba il capitalista”.

Quindi si riappropria della sua vita, dell’esistenza che i padroni gli sottraggono, assolvendo al meccanicismo del sistema che li produce a sua volta, e che si godono beatamente mentre i lavoratori non hanno di che sbarcare il lunario.

La lotta di classe, lo vedete!, esiste. Lo dimostra la rivoluzione meccanica, robotizzata del lavoro stesso che, rischiando di non essere proprio quella miglioria perfetta che vorrebbero i capitalisti, producendo necessariamente della disoccupazione di massa, finirà con avere un margine di rischio per la produzione massima di quel profitto che non può – per natura – bastare mai a lor signori.

Come direbbe ancora Marx: “Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza-lavoro.“.

Se la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario causa una perdita di profitto nell’accumulazione delle ricchezze di questa minoranza di sfruttatori, beh… non è il male dell’economia ma il benessere dell’umanità che avanza.

MARCO SFERINI

26 aprile 2019

foto tratta da Pixabay

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