La Libia è l’inferno, non la salvezza

La denuncia da parte di Di Maio del ruolo che la Francia esercita con il «franco coloniale» in Africa, nasconde le responsabilità italiane nel Continente africano

Salvini, che ha chiuso i porti italiani all’accoglienza dei migranti disperati in fuga dall’Africa delle guerre e della miseria, e che ha chiuso tutti e due gli occhi di fronte alla strage di 117 persone che si è consumata sabato notte nel Mediterraneo, ora esulta: «Salvati dalla guardia costiera libica, sono sani e salvi in Libia… la collaborazione funziona». Sani e salvi? Ma è proprio dalla Libia che fuggivano, fuggono e vorranno fuggire i migranti, gli stessi recuperati all’ultimo momento da un inadatta nave della Sierra Leone inviata con fastidio dalle improbabili «autorità di Tripoli». Sono loro che gridano: «Meglio morti che in Libia».

Che è l’inferno, con i suoi lager e le sue torture e stupri, le sue uccisioni nascoste che configurano una condizione «inenarrabile», come l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), in un ultimio rapporto, ha denunciato. La Libia è il problema non la soluzione, la Libia è l’inferno non la salvezza. E averli riportati lì nei lager da dove sono fuggiti, è violazione del diritto internazionale – il sindaco Orlando ha evocato giustamente una nuova Norimberga. E invece il governo italiano esulta perché li abbiamo ricacciati lì per costringerli a non partire più.

Per Salvini – che immaginiamo sia pronto ora ad indossare ora la divisa del miliziano-guardacoste libico – la Libia, già sdoganata come «posto sicuro» dal ministro degli Interni Minniti nel 2017, resta «posto sicuro».

E le milizie che cambiano giacca e diventano guardia costiera sono le affidatarie della sicurezza dei migranti. In Libia invece ci sono lager a ricevere la loro odissea che ha attraversato l’Africa del Sahel e non solo quella, come dimostrano i curdi che arrivano dall’imminente strage che allestisce l’alleato Erdogan. «Non sarò mai complice degli scafisti» ripete in cantilena il ministro populista-razzista, anche di fronte alle ultime fosse comuni in Mediterraneo che aggiungono le ultime 170 vittime alle decine di miglia di morti affogati per omissione di soccorso negli ultimi 9 anni.

Mentre è sotto gli occhi di tutti che la promessa xenofoba di bloccare gli arrivi si dimostra fallimentare, le partenze sono ininterrotte; senza contare le vittime che nessuno conta: quelle, appunto, nei lager libici e quelle nei deserti di attraversamento che, per l’Onu, sono molte di più di quelle a mare. Lì in Libia le ripetute missioni dell’attuale governo e di Salvini – che fine ha fatto il vertice di Palermo? -, hanno ricevuto uno smacco. In Libia il conflitto e il caos regnano sovrani, le divisioni restano inasprite e ogni settimana riprendono gli scontri armati nella stessa Tripoli, dove il «nostro» sponsorizzato premier Sarraj viene dimissionato dai suoi vice, mentre il generale Haftar perde e riconquista i pozzi petroliferi, l’Isis si riorganizza e più di 700 milizie si contendono il terreno. Strategico, per essere la Libia il serbatoio, con l’Egitto, del petrolio e del gas decisivi per il nostro immodificabile modello di sviluppo.

Al tragico teatrino dell’Europa taciturna e complice, si aggiungono le dichiarazioni dell’intero governo Conte-Salvini-DiMaio-Toninelli. «La colpa è dell’Europa che non è capace di ripartire quote di accoglimento», ripete il mantra dei M5S, proprio mentre Salvini è impegnato nell’Est dei nuovi muri sovranisti a costruire una coalizione elettorale di estrema destra identitaria, ma non risulta che abbia mai chiesto ai sodali del Gruppo di Visegrad di fare la loro parte nella ripartizione delle quote. Hai voglia poi ad incolpare la sola Francia della guerra della Nato del 2011 contro Gheddafi. L’Italia bipartisan dov’era? Non ha forse partecipato in prima fila a quel conflitto da cui deriva il caos attuale?

«Aiutiamoli a casa loro», sproloquiano. Ma dovremmo invece smetterla di «aiutarli a casa loro»; l’aiuto dell’Europa e dell’Italia, a cominciare dai soldi e dai mezzi che offriamo alle incerte autorità di Tripoli, finora è stato un imbroglio e spesso una rapina. A Bruxelles, Berlino e Roma insistono sullo sproposito lessicale di «migrante economico», che va respinto tout-court e non ha diritto a nulla, nemmeno a chiedere l’asilo sotto protezione come dice invece il diritto internazionale.

E le persone, gli esseri umani, soli o in famiglia, uomini, donne, bambini continuano infatti a fuggire dalle guerre e dalla miseria del Continente africano delle quali siamo compartecipi. Ma ecco che il vice-premier Di Maio, scopiazzando a destra e a sinistra, ha scoperto il Franco “coloniale” francese, la moneta dell’area che, non più formalmente coloniale, ma corrisponde ad una «comunità finanziaria» che ristabilisce il primato tardo-coloniale della Francia sulle sue ex colonie in Africa.

Una mezza verità. Perché l’Italia invece sarebbe innocente agli occhi dei terzomondisti de noantri Di Maio e Di Battista. Come fa il vice-premier del M5S, che sembra intento a rilanciare la mitologia degli italiani «brava gente» in Africa, tante volte denunciata dallo storico Angelo Del Boca, a dimenticare le responsabilità italiane passate, recenti e, ahimé, attuali? Come mai i punti principali dell’attuale instabilità in Africa sono proprio le nostre ex colonie, la Libia, la Somalia che contamina il vicino Kenya, la crisi eritreo-etiopica (sono spesso eritrei i tanti giovani finiti su barconi nel Mediterraneo)? E che fanno le imprese italiane in Africa spesso accusate di corrompere a man bassa per tenere in vita governi compiacenti quanto impopolari? Basta guardare alla Nigeria dove gli interessi petroliferi anche nostri hanno devastato l’immenso Delta del Niger.

È forse innocente il nostro complesso militar-industriale che esulta per l’export di armi Made in Italy mirato a tutte le guerre grandi e piccole – ben 35 crisi aperte secondo l’Onu a cominciare dalla guerra mondiale in Congo che ha fatto milioni di morti – che imperversano nel Continente africano? C’è una sola verità: l’Italia concorre alla subalternità neocoloniale dell’Africa come tutti i paesi europei. E la migrazione dei rifugiati è epocale, hanno diritto a fuggire dal disastro africano e dalla Libia. Hanno diritto a chiedere asilo e all’accoglienza in Europa a cominciare dall’Italia. Sarebbero – come dimostrano esperienze come quella di Riace, ma messe al bando da Salvini – un sostegno, non solo demografico, alla nostra crisi sociale ed economica. Invece diventa popolare, grazie al «format» populista del governo di contratto, l’ideologia razzista che li vuole «nemici».

TOMMASO DI FRANCESCO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Politica e società





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