La grande lezione della “ragazza del secolo scorso”

Ultimamente non mi sono spesso trovato d’accordo con quanto Rossana Rossanda, “la ragazza del secolo scorso” (mi permetto di consigliare la lettura del libro che è davvero una “educazione...

Ultimamente non mi sono spesso trovato d’accordo con quanto Rossana Rossanda, “la ragazza del secolo scorso” (mi permetto di consigliare la lettura del libro che è davvero una “educazione sentimentale” alla passione politica), ha scritto anche su “il manifesto“, la storica testata comunista da lei fondata con Luciana Castellina, Lucio Magri, Luigi Pintor e Valentino Parlato. Storia ormai lontana e forse misconosciuta (anzi, senza forse…) quella della radiazione dal Partito Comunista Italiano del gruppo che poi fondò prima la rivista e poi il quotidiano che criticava “da sinistra” le posizioni politiche togliattiane ed eredi dell’armamentario culturale del dopoguerra facente riferimento al faro sovietico.

Negli anni, “il manifesto”, diversamente da come fece “Liberazione” (il quotidiano di Rifondazione Comunista), mi ha accompagnato nel mio diventare, crescere ed essere comunista, senza dogmi, senza troppi schematismi, senza volere ulteriori definizioni se non proprio quella politica strettamente legata al “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.

Non mi sono mai sentito altro: mai stalinista, nemmeno trotzkista, tanto meno maoista. Mi sono avvicinato alla figura di Rosa Luxemburg che piaceva molto anche a Rina Gagliardi, altra fondatrice e collaboratrice de “il manifesto” per tantissimi anni, perché lo spartachismo era, e rimane, una interpretazione libertaria del comunismo: per meglio dire, ne ricalca le sue origini vere, lo riconsegna a sé stesso, disincrostandolo dalle tentazioni socialdemocratiche o dagli irrigidimenti burocratici statalisti.

Ma, per il resto, due parole mi sono sempre bastate per qualificarmi politicamente: la prima era, naturalmente, la parola “comunista” e la seconda era la parola “compagno”.

La seconda l’ho sentita usare tantissime, troppe volte da persone che se ne fregiavano per poi gettarsi a capofitto nella costruzione di formazioni politiche centrosinistre, liberaleggianti ma “democratiche” oppure in riedizioni di un socialismo di sinistra condannato non dalla storia di quello “reale” crollato col muro di Berlino, ma dall’applicazione pratica nella politica di ogni giorno dagli anni ’60 in poi fino alla parabola ascendente della Milano da bere di un craxismo che aveva logorato il PSI e ne aveva fatto un protagonista di governo che aveva perso tutta la sua anima e smarrito completamente le sue origini.

La parola “compagno” l’ho poi sentita usare scherzosamente da chi mi voleva prendere benevolmente in giro: “Ehilà, compagno!”, invece di salutarmi col mio nome. Ho tollerato (quindi ho mal vissuto e quindi ho sopportato) questi comportamenti, ma non ho potuto non storcere il naso, aggrottare le ciglia pensando che nel mancato rispetto dell’uso di quel termine ci fosse una dequalificazione del ruolo stesso di chi è un “compagno” politicamente parlando.

Lo saprete, la parola deriva dal greco (σύντροφος, suntrofos) e dal latino che lo ha mutuato in “cum-panis“, letteralmente: “che divide il pane”, che partecipa quindi ad un convivio, ad una cena, a qualcosa di comune.

Pensiamoci bene: spesso pronunciamo le parole per abitudine, non ci domandiamo mai la loro etimologia, quindi da dove derivano. Trascuriamo l’origine di tantissime cose che ci circondano. La maggior parte del linguaggio che utilizziamo è per eredità e consuetudine: raramente prendiamo in mano un vocabolario per poterne conoscere origine e significato propriamente inteso.

Allora, capita che la parola “compagno” diventi un semplice appellativo tipico dei rivoluzionari anarchici, comunisti e dei socialisti. E niente più.

Rossana Rossanda ha rimesso, in una bellissima intervista fatta da Diego Bianchi per “Propaganda Live“, i puntini sulle “i”, come si suol dire e ha ridato alla parola compagno la dignità che le spetta, che merita e che deve poter essere diffusa per essere capita appieno:”‘Compagni’ è qualcosa di simile e diverso da amici; amici è una cosa più interiore, compagni è la proiezione pubblica e civile di un rapporto in cui si può anche non essere amici ma si conviene di lavorare insieme.“.

Essere un “compagno”, infatti vuol dire condividere un progetto politico di ampio respiro anche e soprattutto in tempi difficili come questi, in cui le comuniste e i comunisti, genericamente coloro che sono di sinistra, vengono vissuti come un residuo storico, come un ordigno bellico disinnescato e che non fa più paura a nessuno, tanto meno ai padroni.

“Compagno” supera l’identità comunista, perché compagni sono gli anarchici, i socialisti, i radicali persino. Sì, i radicali di Marco Pannella nei congressi si chiamavano – e penso che tra loro si usi ancora chiamarsi così – “compagni”. Perché la radice libertaria legava tutti questi settori della politica e della cultura italiana e internazionale seppur mantenendo le dovute differenze di interpretazione del sociale, del presente e, quindi, avendo una prospettiva immanentemente sul futuro, su come si sarebbe dovuto sviluppare: prescindendo perciò gli uni dagli altri e attribuendosi, logicamente, il diritto di condurre una lotta considerata (sempre con immanenza) quella giusta rispetto alle altre.

Stava nella normale dialettica della sinistra, nella polemica anche aspra, ma c’era rispetto e, soprattutto, c’era pienezza di contenuti che si traducevano, dalla maggioranza o dall’opposizione che fosse, in atti concreti nella società di tutti i giorni.

Bene vede Rossana Rossanda, quando “Zoro” la incalza, nell’affermare il “nulla” del Movimento 5 Stelle: un agglomerato di niente che gli italiani desiderano per riempirlo di tutto quello che più piace a loro; vede bene, sempre, Rossana Rossanda quando definisce la Lega “cattiva”, ed è fin troppo generosa nell’eufemismo molto sottile che usa.

La “ragazza del secolo scorso”, così come ancora ama definirsi questa compagna che ha superato i 94 anni, proprio sulla scia del riconoscimento del suo essere donna di sinistra, comunista che ricorda con una certa commozione la critica del gruppo de “il manifesto” ad un mondo politico che aveva creato masse non critiche socialmente ma piene di leaderismi, di dogmatismi e persino di fanatismi infantili, non manca di criticare il PD: non un erede del PCI o della sinistra, ma una trasformazione irriconoscibile dai valori sociali a quelli del mercato.

Lo spettro del comunismo s’aggira ancora per l’Europa, fa come Morfeo, ci solletica le palpebre mentre dormiamo, ci fa sognare un mondo migliore, ma al nostro risveglio rimane sempre l’angoscia di vedere attorno a noi un mondo che rischia, lo ammette anche Rossana Rossanda, di ricadere in pericolosi autoritarismi: senza le sembianze degli anni ’30 del grande Novecento, ma con nuove sembianze, irriconoscibili, quindi, per questo, molto più pericolose delle macchiette che immaginiamo col fez e in camicia nera.

Il comunismo è “umanesimo” diceva Gramsci, deve abbracciare tanto la critica alla struttura economica, quanto quella alle perversioni delle antisocialità che il mercato produce in tutte le sue forme: razzismo, xenofobia, omofobia, disprezzo delle culture, eccetera, eccetera.

Rossana Rossanda ci ha regalato un momento di riflessione importante: riconsegnare alle parole la loro giusta dimensione nel contesto in cui viviamo e riviverle per ciò che sono e non trattarle come se fossero vecchi arnesi del passato.

L’identità politica è frutto di una consapevolezza che a sua volta deriva da una coscienza molto più profonda: quella di non essere solo esseri umani, ma esseri umani politici, quindi sociali. Quindi siamo e possiamo tornare ad essere una comunità. Da comuniste e comunisti.

MARCO SFERINI

27 ottobre 2018

foto: screenshot tv programma Propaganda Live

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