La forza di Leda che emerge dal sottosuolo

Nuovi ritrovamenti nell’ambito del Grande Progetto Pompei nell’area della Regio V
Il mito di Leda

Gli scavi archeologici condotti nell’ambito del Grande Progetto Pompei nell’area della Regio V continuano a stupire. Ieri, il Soprintendente Massimo Osanna ha annunciato la scoperta di un affresco di pregiatissima fattura nel cubiculum (stanza da letto) di una domus situata lungo via del Vesuvio. Questa volta, a riemergere dai lapilli, è un personaggio femminile di prim’ordine della mitologia greca: Leda, la seducente moglie del re di Sparta Tindaro, la quale ammaliò il sommo Zeus al punto che questi si trasformò in cigno per riuscire a possederla.

Secondo il mito, da tale unione (ma anche dal successivo amplesso di Leda col marito) nacquero, fuoriuscendo da uova, quattro figli: Castore e Polluce, detti Dioscuri, Elena – futura sposa di Menelao e causa della guerra di Troia – e Clitennestra, che uccise Agammenone, re di Argo e suo consorte. Nelle immagini diffuse dal Parco Archeologico di Pompei (istituto del Mibac dotato di autonomia speciale), il dipinto, sebbene ancora costellato di residui di terra, rivela tratti raffinati e vividi colori. Ma a colpire è soprattutto l’originalità della scena. Leda, che nell’iconografia antica è generalmente rappresentata stante, siede qui in una posa sensuale, mentre – ben piantato tra le sue gambe seminude – il candido cigno protende il collo ad accarezzarle i seni. A Pompei l’episodio di Leda e Zeus è già attestato in numerose e celebri domus, tra cui quella della Venere in Conchiglia. Il medesimo mito – che ispirò persino Leonardo da Vinci (di quest’opera, tuttavia, restano solo alcuni disegni) – compare anche in un affresco del I secolo d.C. da Villa Arianna a Stabia attualmente conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e su uno specchio d’argento del Tesoro di Boscoreale, oggi al Louvre. Il prestigioso rinvenimento, divulgato con quello spirito sensazionalistico che accompagna ormai le ricerche nella Regio V, non può che suscitare qualche riflessione.

Se da una parte, infatti, lo spettatore è trasportato in una dimensione estatica tipica dell’Ottocento, quando le città vesuviane violate dai Borboni venivano alla luce in tutto il loro splendore, dall’altra ci si chiede se sia opportuno esporre un sito già estremamente fragile ad ulteriori rischi conservativi. Un dibattito pubblico su questi temi è quanto mai urgente, anche in considerazione delle ultime «sparate» della Lega, che vorrebbe allargare le concessioni di scavo ai proprietari degli agriturismi, mettendo il futuro del patrimonio sepolto nelle mani di turisti-archeologi.

VALENTINA PORCHEDDU

da il manifesto.it

foto tratta da Facebook

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ArteScienze
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