La Fiera della memoria corta

Il Saloon di Torino. Cari scrittori e organizzatori del Salone, le fiere del libro le ha inventate il fascismo, ma furono gestite escludendo gli oppositori del regime

Il giovane sedicente editore che gongola per la pubblicità che è caduta sulla sua casa editrice, dichiara apertamente di essere «fascista» e che il problema è l’antifascismo. Molti scrittori di sinistra si sono premurati di farci sapere che non andranno al Salone.

O che ci andranno per contestarlo. Il mantra morettiano del «mi si nota di più se vado o non vado» impazza.

Sommessamente vorrei ricordare al truce fascista che le fiere del libro erano popolari anche sotto il Duce. Forse non lo sa e certamente minimizza il fatto che in quei raduni di scrittori e intellettuali di destra, mancavano gli oppositori del regime. Li avevano semplicemente incarcerti e banditi. Nessun Gramsci poteva, anche volendo, mettere piede in quelle feste del libro.

La democrazia invece permette le opinioni antidemocratiche, anche se la Costituzione ritiene reato definirsi fascista. Con loro, come diceva Pajetta, abbiamo smesso di «parlare» già dalla fine della seconda guerra mondiale? Non mi pare, se un ministro «democratico» avalla una casa editrice dichiaratamente fascista pubblicando una sua lunga intervista-biografia.

Su un Almanacco Bompiani degli anni Trenta, poi ristampato negli anni Sessanta dalla stessa casa editrice, c’erano le foto delle fiere del libro volute dal Duce. In una compariva Pitigrilli, l’autore nientemeno che di Dodicocefala bionda, di una riscrittura del Promessi sposi e altre amenità, immobile su un podio, attorniato dai suoi numerosissimi lettori. Per farsi ammirare doveva restare in quella posizione durante tutto il giorno. Una bella fatica. Ma degli stand dell’opposizione, comunista o semplicemente critica, nemmeno l’ombra! Gramsci marciva in galera e Silone e compagnia erano stati costretti all’esilio o semplicemente uccisi.

Con quale faccia tosta uno che si dice fascista teme addirittura ritorsioni nel suo stand? Forse quell’editore lo sa che le «plutocratiche democrazie» sono imbelli e perciò ne approfitta.  Io non andrò a Torino, non sono tra quelli invitati.

Ponte Sisto, l’editore che ha ristampato la mia antologia intitolata «L’io che brucia» sulla scuola romana della poesia) nemmeno ci ha pensato a chiedere un dibattito. Perciò se scrivo queste cose non mi si può accusare di qualche convenienza. Da noi, al solito, la memoria è corta, anche per quelli che dovrebbero tenerla accesa.

Proprio nessuno ha pensato di rimembrare in quali acque versavano gli scrittori che minimamente cercavano di criticare il regime, a cominciare da quelli, come Alberto Moravia, che era pedinato nel Ventennio dall’Ovra senza averlo mai saputo, denunciato proprio da Pitigrilli, che era una vera star di quel mondo di spie. Non ho letto sui giornali che reazioni certo indignate ma gratuite e tutte improntate sul presente mediatico.

Cari scrittori e organizzatori del Salone di Torino, le fiere del libro le ha inventate il fascismo, ma furono gestite escludendo gli oppositori del regime. Mettiamo sul podio non Pitigrilli, ma il ragazzotto che dichiara che Il Mascelluto, come lo definiva Gadda, è il più grande statista italiano. Facciamolo sfinire, per tutto il giorno, fino all’arrivo dei crampi, attorniato dai visitatori del Salone, curiosi di incontrare un esemplare di un mondo, speriamo in estinzione.

RENZO PARIS

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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