La falce e martello non può essere mitizzata

Appena presentato il simbolo di Potere al Popolo!, sulle reti sociali si è scatenata quella ridda di commenti, maledizioni, anatemi, euforie e gioie che si scatenava un tempo sui...
Falce e martello, opera di Alex Raso

Appena presentato il simbolo di Potere al Popolo!, sulle reti sociali si è scatenata quella ridda di commenti, maledizioni, anatemi, euforie e gioie che si scatenava un tempo sui giornali comunisti come Liberazione e il manifesto.
Ai tempi in cui esisteva già Internet ma non la maledizione della socialità espressa in rete, usava ancora scrivere delle lettere ai propri quotidiani di riferimento e comunicare le emozioni senza avere la pretesa di ricevere dei “like” o dei segni di disapprovazione.
Non si metteva in conto di ricevere risposte multiple da perfetti sconosciuti o pseudo-amici conosciuti dieci minuti prima telematicamente, ma si sperava – al massimo – di avere una replica dal giornalista interessato all’argomento o dal direttore.
Oggi tutto è cambiato; cambiato ormai da tempo: poco tempo, ma pur sempre sufficiente per trasformare il nostro modo di comunicare e, quindi, se cambia ciò, significa che è mutata anche la nostra percezione della realtà, filtrata dai “social”, condizionata dal gradimento che riceviamo e non più ponderata a fondo, dettata da una riflessione che tenga conto prima di tutto di come noi per primi arriviamo ad avere una notizia.
Determinate polemiche si sono spesso ripetute nella storia della sinistra e dei comunisti in Italia: la polemica sull’unità, quella sulle scissioni, quella sull’interpretazione dei testi marxisti, quella su chi era o è leninista, luxemburghiano, maoista, stalinista, trotzkista e così via.
Ciascuno di noi, nell’essere o reputarsi comunista, ha sempre sposato una tendenza, quella che meglio rappresentava il proprio concetto di comunismo. Del resto, se è vero che esiste “il comunismo” come idea quasi platonicamente intesa (ma non innata), è anche altrettanto vero che come di sedie ve ne sono molti tipi, così di comunisti ve ne sono differenti tipologie.
Ma c’era un elemento che ci accomunava tutte e tutti. Almeno un tempo. Era la simbologia: l’intangibilità della falce e del martello (incrociati o no, disposti con la punta della falce a sinistra o a destra a seconda di quale “Internazionale” si sposava come riferimento anche culturale oltre che politico) e magari pure della stella.
Nella storia del movimento operaio e del lavoro, nella lunga sequela di avvicendamenti politici, sono cambiati anche i colori: lo PSIUP (Partito Socialista di Unità Proletaria) l’aveva rossa; il PCI gialla coloro oro e Democrazia Proletaria invece nera.
Discostandosi tutte dall’originale del PSI di inizio ‘900, nessuno si è mai attribuito la paternità del simbolo: omnia sunt communia del resto… e quindi fare della falce e martello una “proprietà privata” sarebbe stato prima di tutto indecente sul terreno squisitamente politico e poi anche molto poco consono ideologicamente.
Sulle reti sociali in queste ore si è ripetuta l’annosa polemica, forse la madre di tutte le polemiche: perché nel simbolo della lista che si presenterà alle elezioni non c’è la falce e martello con appresso la stellina gialla?
La risposta politica sarebbe semplice e anche molteplice: perché si vuole affidarsi ad una comunicazione differente rispetto al passato, mantenendo una precisa collocazione nel presente e avendo cuori e menti comunque ben piantati in un passato da rivivere studiandolo, elaborandone successi ed errori; oppure, ancora, perché si vuole creare una inclusività che consenta anche a chi non si definisce propriamente “comunista” di far parte di un progetto politico ampio, più ampio rispetto ad un aggettivo e ad un simbolo che evidentemente vengono vissuti come esclusivisti.
Temo che le risposte, così poste, alimentino ulteriori polemiche e, quindi, credo che possiamo darcene una migliore perché più semplice: alla fine dell’assemblea di costituzione di Potere al Popolo! tutte le compagne e tutti i compagni hanno cantato “Bandiera rossa”.
Non la sentivo cantare in una assemblea pubblica che non fosse di Rifondazione Comunista o di altri partiti comunisti, da molto, troppo tempo. Un rigurgito di necessario nostalgismo che mi ha credo fatto intendere che in quella sala la parola “comunismo” non era bandita, anzi era gradita, richiamata, addirittura cantata.
In quella sala i pugni chiusi si sono, se non sprecati, quanto meno levati con altrettanto orgoglio molte volte: per ricordare la lotta palestinese, per Carlo, per le donne offese dalla violenza disumana dei maschi, per i compagni e le compagne oggetto della repressione di tutti gli Stati, per le lotte sui territori dai No Tav ai No Muos…
Mi piace pensare che una disperata lotta per il ritorno dei comunisti in Parlamento sia un piccolo necessario tassello per la rifondazione del movimento comunista in Italia. Ci siamo chiamati così nel 1991 quando venne distrutto quel “paese nel paese” che era il PCI e quando l’unità si ritrovò nella necessità della continuazione dell’esistenza di una presenza dei comunisti in Italia. Ci siamo chiamati “Rifondazione comunista”: quella progettualità aveva preso la forma di un partito e ha per lungo tempo servito a non disperdere tante forze, tante idee che sono diventate proposta politica, intento, a volte realizzazione concreta nella quotidianità della vita.
Oggi la “rifondazione comunista”, scritta minuscolo, può essere vissuta ancora da chi vuole far parte di Potere al Popolo! proprio attraverso un entusiasmo che spenga l’affievolimento delle volontà di questi anni di lunga traversata nel deserto: ognuno di noi questo cammino l’ha affrontato con tempi e modi differenti; l’ha affrontato con soggetti diversi: da solo o in organizzazioni strutturate.
Ma tutte e tutti proveniamo da questo deserto e dobbiamo uscirne sapendo che non farlo non sarà per niente facile: ma dobbiamo evitare i miraggi e sapere che la tornata elettorale di marzo sarà ovviamente un passaggio ma pur sempre un importante passaggio perché, a seconda del risultato che avremo, sapremo se le nostre parole, le nostre proposte sono state anche minimamente percepite e recepite da un popolo che ci picchiamo di rappresentare a cui vogliamo restituire un po’ di sovranità costituzionale e sociale.
Dunque, care compagne e cari compagni, tutto questo lo scrivo perché credo che il dibattito annoso sulla simbologia di una lista è fuorviante oltre che demoralizzante: consuma energie preziose che invece devono andare nella direzione della congiunzione delle esperienze diverse e nessuno deve sentirsi escluso, nessuno deve sentirsi privato della propria cultura, identità, storia e proiezione futura in tal senso.
La falce e martello non ce la toglierà mai nessuno a meno che non si sia noi un giorno a farlo. Ma so che quei simboli, i simboli del lavoro, sono e rimangono l’unico emblema possibile per i comunisti.
Rimarranno sempre il simbolo di una bandiera rossa che sventola sul Reichstag dopo la fine della terribile battaglia di Berlino del 1945 e di tutte le lotte proletarie di ieri e anche di oggi.
Rimangono, dunque. Sono la nostra identità. Siamo noi. Perché noi non mitizziamo i nostri simboli. Se la falce e martello entra nel mito allora è già archiviata. Invece il mito rimane lontano dalla nostra pratica e dal nostro essere comunisti. Lo siamo nell’oggi e non lo vediamo come una essenza dell’ieri.
Lo scadimento della polemica lo si ha quando qualcuno pensa di attribuire a Potere al Popolo! una connotazione quasi “borghese” per non avere nella propria simbologia la falce e martello. Lo si è detto anche di Rifondazione comunista, perché c’è sempre qualcuno che si picca d’essere più rivoluzionario di altri. Ma queste miserie non vanno commentate su Facebook o Twitter. Vanno lasciate all’oblio. Non abbiamo tempo per sterili contrapposizioni sulla purezza ideologica.
Siamo e saremo in Potere al Popolo! perché una nuova generazione di anticapitalisti può provare a cambiare il volto di questa stanca sinistra moderata che in Italia tenta di riciclarsi sotto le spoglie di una modernità dal sapore meramente socialdemocratico.
Siamo e saremo in Potere al Popolo! perché un processo politico come quello della “rifondazione comunista” e il suo Partito così storicamente chiamato non possono non trovare in questo viatico che il tragitto naturale di un rilancio della propria utilità.
Altrove saremmo soli. Altrove ancora saremmo degli sciocchi servi inutili.
Dunque, ci siamo, ci saremo e faremo tutto il possibile per fare del PRC ancora una volta un valore per la sinistra antiliberista e anticapitalista di questo disgraziato Paese.
Cantiamo “Bandiera rossa” e andiamo a lavorare, da comuniste e da comunisti, per ridare fiducia ai giovani di oggi sulla concreta possibilità di cambiare a 180 gradi questa società fatta di privilegi, di ingiustizie, di guerre e di sopraffazione. Andiamo a incominciare.

MARCO SFERINI

19 dicembre 2017

foto: “Falce e martello”, opera di Alex Raso

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